LA “LAUDES CREATURARUM” TRA POESIA ED ENCICLICA
Fabia Trotta | Il Ponte rosso N.° 115 maggio 2025 | poesia
Il testo poetico di San Francesco dà il titolo a un’importante riflessione con la quale Papa Francesco intervenne sui problemi attuali della gestione dell’ambiente
di Fabia Trotta
San Francesco, Assisi, tra il 1297 e il 1299
Da alcuni giorni il nome di “Francesco” risuona da un capo all’altro del mondo. Indipendentemente dai singoli credo, la morte di Papa Francesco impone, se non altro, un momento di riflessione. In primo luogo sul messaggio del Pontefice, che con il suo invito a ritornare al Vangelo delle origini, ha tracciato la linea guida di tutto il suo pontificato. Questo forse è il lascito più significativo del suo operato, che, ad incominciare dalla scelta del proprio nome “Francesco”, rimanda con immediatezza al messaggio del Santo assisiate. Ed è proprio a san Francesco che, in campo letterario, il 2024 ha riservato una serie di celebrazioni in occasione dell’ottocentesimo anniversario della comparsa del Cantico delle creature (1224).
Il professor Pietro Gibellini, critico letterario e filologo italiano, docente emerito di Letteratura italiana nell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha dedicato al Cantico sia un articolo che un saggio, quest’ultimo apparso nel 2023 su Hacлеђе, 54° numero tematico della rivista Nasleđe, edita dalla Facoltà di Filologia e Arte dell’Università di Kragujevac, in Serbia.
Sia l’articolo che il saggio ribadiscono la portata innovativa del messaggio di san Francesco tanto a livello formale quanto contenutistico.
Come è noto, Il Cantico delle creature è laprima espressione di alta poesia della nostra letteratura, risalente al 1224 «quando san Francesco, nella completa cecità dopo una notte di tormenti sfociata nella consolante certificatio della salvezza, lo dettò a un confratello». Il testo fu scritto in volgare, pur essendo preceduto da una rubrica in latino che ne indicava il titolo, l’autore, oltre alle circostanze della sua composizione. Tutte le edizioni critiche che seguirono si fondano sul codice 338 della Biblioteca di Assisi, posteriore di oltre mezzo secolo al 1224. A questo codice appunto, fa riferimento Gibellini, osservando quanto sia curioso dal punto di vista formale che i versetti del Cantico siano privi di segni interpuntivi, e si susseguano senza gli a-capo, sostituiti da piccoli punti. Inoltre, aggiunge «vi sono degli spazi bianchi riservati all’inserimento dei neumi musicali, che però non furono apposti». Queste laudes quindi, erano destinate a essere cantate come i salmi in latino. Molti infatti hanno definito il Cantico un salmo in volgare. L’articolo continua indagando questioni prevalentemente filologiche, che potrebbero sembrare sicuramente interessanti ma accessorie se lo studioso non dimostrasse come lo spostamento di una semplice virgola nel v. 3 cambi radicalmente il significato stesso del componimento. All’interpunzione adottata dalle edizioni correnti, Gibellini propone «ad te, solo Altissimo, se konfano», invece di «ad te solo, Altissimo, se konfano». Quindi, «Anziché affermare che le lodi spettano soltantoa Dio, dice che spettano a Dio, il quale è ‘l’unico Altissimo’. […] Non è una differenza di poco conto, perché lodare il mondo fisico materiale significa respingere il manicheismo dei càtari, per i quali la materia è il regno del male, e anche distinguersi dai mistici, che consideravano le cose create un ostacolo al contatto tra l’anima e Dio».
Anche il saggio, pur continuando a rivolgersi ad un pubblico di lettori di nicchia, svela una serie di peculiarità che attualizzano il messaggio del Santo. Attraverso un parallelismo con il Salmo 148, cui il Cantico si richiama, Gibellini rileva importanti differenze.
Il nunzio dell’assisiate assume infatti quel valore di laude universale, che include persino la morte «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale». Una chiusa che non trova riscontro nel Salmo 148, così come è assente la laude «per quelli ke perdonano».
Nel Cantico «la descrizione del cosmo da parte dell’autore medievale risente del razionalismo che andava diffondendosi nella civiltà occidentale, per cui il poeta offre una più ordinata e coincisa rassegna delle creature, accorpate in base agli elementi costitutivi della natura: aria, fuoco, acqua e terra», a differenza del summenzionato Salmo 148, Laudate Dominum, del VI secolo a.C., diffusosi in Occidente grazie alla versione in latino di san Gerolamo (347-420) nella sua Vulgata.
Se la descrizione del cosmo rispecchia la mentalità di un uomo del Duecento, quello che rende il testo universale – e quindi anche nostro contemporaneo – è il sentimento di amore, che lo pervade, per il creato e per il suo Creatore. La freschezza devozionale non è statica contemplazione, ma un inno di lode che si rinnova.
Questo sentimento anima anche l’enciclica Laudato si’ (2015) di Papa Francesco, ma con un taglio più pragmatico. Il richiamo alla cura dell’ambiente, attuale più che mai, risuona non come monito proclamato con autorevolezza papale, ma come invito accorato rivolto ad un’umanità sofferente e confusa. Qui alla preoccupazione di carattere prettamente ecologico si aggiunge, in sintonia col messaggio evangelico, quella per l’uomo, indissolubilmente legato all’ambiente in cui vive: «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi». Ed è proprio nel riconoscimento di questo legame che consiste un primo passo per recuperare quella sensibilità tutta “francescana” del creato o più laicamente, quella sensibilità verso il mondo in cui viviamo e verso tutti i suoi abitanti. Esiste una particolare relazione fra la natura e la società che la abita: «siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati». I sistemi naturali e sociali interagiscono e quindi vanno cercate soluzioni integrali: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio – ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura». In quest’ottica va affrontato anche il problema dell’inquinamento, le cui cause sono da ricercarsi nelle scelte economiche e sociali dell’uomo, nei suoi comportamenti. E proprio il messaggio di san Francescocostituisce un esempio di ecologia integrale con il suo invito a prendersi «cura per ciò che è debole», riconoscendo quell’interconnessione, troppo spesso ignorata se non addirittura spavaldamente negata, fra tutte le creature, poiché «la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore sono inseparabili».
