LA POESIA CHE RIMANE

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di Tatjana Rojc

Miroslav Košuta con Tatjana Rojc
Duino, 6 dicembre 2025

In questi giorni, alla vigilia della Giornata della cultura slovena, il 1 febbraio, è scomparso Miroslav Košuta, una delle voci più alte della poesia slovena contemporanea. Ringrazio l’amico Walter Chiereghin per l’opportunità di poterlo ricordare con un testo uscito nel 2011 autonomamente nel contesto della rivista Trieste ArteCultura che allora dirigeva. Dedico questi pensieri al Poeta, ma soprattutto all’Amico che piango con profonda tristezza.

 

 

 

 

La poesia è ritmo, suono. E, inoltre, ricerca, esperienza. Fondamentalmente etica della parola: questa è, di fatto la dimensione poetica di Miroslav Košuta. Che accompagna il lettore attraverso il percorso umano e artistico in cui il poeta definisce  e cesella il proprio microcosmo, seguendo l’intreccio del divenire e dei singoli destini. Un microcosmo fatto di metafore quotidiane e frammenti di assoluto. La sua dimensione etica viene percepita anche attraverso l’impegno e la dedizione a ciò che la società esige da lui: le traduzioni dei poeti spagnoli, perseguitati dal regime di Franco, l’impegno nella quasi venticinquennale direzione dello Slovensko stalno gledališče, il teatro stabile sloveno, l’esposizione chiara e mai ambigua della propria idea. E, inoltre, la volontà di non porsi dei limiti, di uscire dal ghetto, di sdoganare non soltanto se stesso, ma porre la propria matrice a confronto con la matrice assoluta.

Košuta esplica, scopre senza (apparente) pudore i propri miti, alla cui base c’è un archetipo comune: se, come sostiene Byron, «una nazione impegnata nella lotta per l’indipendenza protegge gelosamente da tutti il proprio patrimonio letterario», si potrà capire anche perché sia la letteratura a venir considerata espressione più alta della storia culturale slovena, fondamento del suo percorso ontico. Il principio primo per l’identificazione nazionale, e quindi letteraria, nel caso degli sloveni è la lingua. La poesia, che è fatta di parole, di segni, altro non è dunque se non una visione, una rappresentazione di una visione che si realizza attraverso le parole e dunque attraverso il linguaggio. Ma la lingua, cos’è, se non quell’entità astratta, quel codice accettato e condiviso socialmente, quell’insieme di norme essenziali, superiori all’individuo, che si identifica con la parola, attraverso la parola, in un modo estremamente variabile? S’impone dunque una riflessione sul rapporto tra significato e significante della parola come mediatrice di una visione, di una immagine, a cui corrisponde a sua volta il richiamo di un lemma. Nel caso di Miroslav Košuta in particolare, potremmo parlare di un linguaggio che si fonda su ciò che viene definito percettibilità, non, dunque, mero riconoscimento (dell’oggetto o del sentimento). Ciò è allora la sua lingua poetica, con le sue metafore particolari: una ridefinizione dei canoni quotidiani, dei meccanismi automatici che assurgono a visione o percezione della realtà. Le parole costituiscono la lingua, determinando un rapporto dinamico tra l’individuale e il sociale. Ed è, forse, proprio questo il senso peculiare dell’opera di Košuta: restituirci una visione del senso della comunità (nazionale), della società, attraverso una interpretazione individuale. Non a caso sarà Kundera a sostenere come sia proprio la poesia l’elemento caratterizzante della letteratura in lingua slovena. Anche Košuta, come Pahor e Rebula prima di lui,  rimane segnato dal fascismo, vedendosi imporre un nome, Angelo Cossutta, nel quale non può riconoscersi, voluto dalla colonizzazione culturale linguisticamente uniforme e omogenea che decide di procedere alla snazionalizzazione forzata degli sloveni della Venezia giulia e al loro genocidio culturale. Egli vive inoltre da bambino l’arresto e la deportazione del padre, antifascista. Ma questo è soltanto l’incipit. L’incipit di molte cose: della sua ricerca lemmatica, del suo impegno.

Nella poesia (e nella vita) di Košuta vi è un intreccio di tradizione e di innovazione, di mediterraneità e di continentalità, di giocosità e di malinconia, di vita e di morte. Oltre alla sua opera in prosa e quella drammaturgica, è proprio il verso l’elemento che più lo rende riconoscibile. Potremmo idealmente dividere la sua produzione in versi in tre nuclei: il primo è quello dell’ironia, dell’impegno sociale, dell’attenzione al mondo contemporaneo. Il secondo è quello dedicato all’infanzia, il cui archetipo va ricercato indubbiamente nelle liriche di Igo Gruden, Dragotin Kette e Srečko Kosovel. Sono uscite, infatti, numerose sue sillogi di versi per bambini tra cui spiccano sicuramente le raccolte Kriško kraške e Kržada. è evidente già dai titoli un omaggio del poeta a Santa Croce-Križ, paese dove è nato, e dove egli continua a ricercare, attraverso i ricordi, una perduta spensieratezza. Così come, prima di lui, Igo Gruden che, nei suoi canti per l’infanzia del 1922, rincorreva, esule in Jugoslavia, la perduta felicità e l’innocenza dell’infanzia attraverso luoghi, ricordi, giochi che ha voluto, poi, come un bagaglio che temeva andasse perduto, trasmettere ai molti bambini del Litorale, esuli come lui, a causa delle repressioni fasciste. Il terzo nucleo della poesia di Miroslav Košuta è quello della poesia esistenziale in cui i grandi temi della vita e della morte si susseguono continuamente in un intreccio in cui la soglia che divide il finito dall’infinito consente continuamente al poeta di affacciarvisi e farci partecipi del suo desiderio di intravvedere, anche attraverso un particolare apparentemente insignificante, le ombre degli assenti.

La sua poesia porta con sé anche gli echi del  Carso e si esplica con una mescolanza di linguaggi attraverso un verso solo apparentemente semplice, in quanto liberato a volte da severe regole, in un continuo scomporsi e ricomporsi di un mondo alla ricerca di approdare alla parte migliore di sé e, dunque, di noi, lettori e fruitori, invitandoci al significato, a considerare la poesia come opera fuori dal tempo, quindi come codice morale per comprendere e comprenderci, pur nella consapevolezza che non ci saranno risposte certe o valide per ognuno di noi.

Ma la poesia di Košuta rispecchia innanzitutto il carattere, l’anima della sua città alla quale egli approda definitivamente, dopo averla fuggita, amata, rincorsa, ma mai abiurata. Ci sono, inoltre, piuttosto evidenti alcune reminiscenze sabiane:  uomo dalla “scontrosa grazia”, anche Košuta coniuga “l’italo e lo slavo”, ma ci sono altri eloquenti particolari che lo collegano al poeta triestino per eccellenza come, per esempio, l’aver introdotto alcune liriche con dei versi di Saba. Nel saggio La gallina di Saba  Mario Lavagetto affronta anche la questione della metafora sabiana, così particolare da creare la famosa definizione che, alquanto sommariamente, ha caratterizzato il discorso sabiano come “poesia delle piccole cose”. E forse è stato proprio questo “saper fare poesia con le piccole cose”, tradizionalmente “poco poetiche”, ad aver ispirato Miroslav Košuta, tanto da averne usato, ad esempio, una citazione come motto alla lirica Koza na trgu/La capra in piazza: Ho parlato ad una capra.

Il mondo poetico di Miroslav Košuta ha fruito certamente della lezione di poeti come Dragotin Kette o Srečko Kosovel, ma anche di quella di Ungaretti, di Neruda e Lorca e, in particolare, di Saba: va intesa anche (e non solo) nel contesto sabiano della “serena disperazione” la sua particolare simbologia: sono simboli il tavolo, la finestra, la porta, la soglia, il balcone, simboli dell’immanente e del trascendente, elementi che si trovano, però, seppur contestualizzati in modo del tutto diverso, anche in  Alojz Gradnik e Srečko Kosovel, nel croato Nikola Šop. La metafora del limite, la simbologia metafisica, rispecchiano il mondo interiore fatto di elementi concreti, apparentemente semplici che sanno trasformarsi, nei versi di Košuta, in qualcosa di sublime.

In alcune sue poesie vi è l’archetipo del canto di Orfeo: e Košuta riesce a sublimare il dolore di ciascuno di noi, nella possibilità che gli viene data di saper evocare. Di questo aveva scritto Claudio Magris: «La poesia dice l’assenza, qualcosa o qualcuno che non c’è più. Poca cosa – una poesia, un cartellino messo su un posto vuoto». è questo potere evocativo forse il senso più alto, il senso primario del fare, del dire, del leggere poesia, per cui la poesia può rappresentare la salvezza, in cui è la parola a determinare la catarsi. In tal senso Košuta riesce a sviluppare un linguaggio particolare e ben riconoscibile che non soffre nel passaggio dall’ironia all’intimismo. Anche l’uso del patrimonio lessicale, quando desunto dal quotidiano, si inserisce nel contesto dell’assoluto.

Viene spontaneo chiedersi come mai una sola lirica, tra quelle pubblicate, scritta dall’autore in lingua italiana. Ma forse la risposta si offre proprio attraverso la lettura dei versi di Nei pàstini di Santa croce che sanno di vino e di mare.

Una parte importante della sua produzione poetica si ricollega alla letteratura per l’infanzia che è parte inscindibile della sua opera. Qui il patrimonio lessicale e la capacità di forgiare i lemmi come in un gioco, ma in un gioco sapiente e ricco di spunti poetici di grande rilievo, assume un ruolo estremamente importante. Per la sua silloge Kriško kraške (magistralmente definite anche attraverso le immagini dalla mano di Klavdij Palčič, come, del resto molti dei libri di Košuta) il poeta è stato insignito del premio europeo Andersen, onore che solo autori eletti hanno avuto. Si tratta di una poesia scevra di paternalismi o moralismi, rispecchia con approccio lieto e giocoso lo spiccato senso ironico e autoironico che è parte inscindibile dell’autore: egli continua, in tal senso, la tradizione slovena di Kette e di Kosovel, in cui gli scritti per l’infanzia assumevano un carattere particolarmente solare.

La produzione košutiana presenta dunque dei tratti formali, estetici e concettuali incentrati sul processo eclettico della contemporaneità e della parabola poetica che pone la sua letteratura, espressione di una comunità nazionale minoritaria, nell’ambito del concetto goetheiano di Weltliteratur, dove, per dirla con Matthew Arnold, «nessun evento, nessuna letteratura sono compresi in modo adeguato se non vengono messi in rapporto con altri eventi e altre letterature».

Se è la poesia a farci riflettere, dobbiamo incentrarci anche sul suo senso primario che potrebbe essere rappresentato dal suo potere salvifico. La poesia è una delle forme più alte dell’attività umana che codifica la salvezza a due livelli: sul piano del bello come salvezza oggettiva che può divenire catarsi sul piano soggettivo. è chiaro come Košuta ponga la propria poiesis in stretto rapporto con il pregresso, con il proprio vissuto individuale, ma tende a universalizzare l’esperienza attraverso la sua sublimazione nella ricerca di una verità comune e dell’universalizzazione dell’esperienza letteraria, scavando entro se stesso per trovare un nesso tra il nulla e l’assoluto, abiurando nel contempo ogni forma contemplativa del sé fine a se stessa che potrebbe in qualche modo anche lontanamente avvallare un’utopia irrealizzabile. A questo si aggiunge, come già detto, la questione etica del singolo che si include in una società, si riconosce in una comunità, in un gruppo, a cui deve necessariamente dare delle risposte. E le risposte sono nella continua ricerca delle verità e dell’impegno. A prescindere.

Perciò la parola di Miroslav Košuta non è più una mera azione estetica ma si configura nella sua antica forma di azione etica, per la quale il poeta, costretto dal suo destino prometeico, cerca di trovare una forma armonica entro la quale comprimere il contenuto estremamente disarmonico della sua natura di uomo.

Queste sono le ragioni che ci inducono a comprendere come l’opera di Košuta non possa essere compressa in un sistema meramente letterario ma deve intendersi come locus (e in nessun caso come vacuum) entro il quale il soggetto può realizzarsi. E divenire essere umano.