L’ADRIATICO VISTO DA UN AMERICANO

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La visione del giornalista e storico Robert Kaplan, da Rimini a Corfù: campanile, nazione o identità multiple?

Scendendo da nord a sud lungo la costa orientale dell’Adriatico, Kaplan nota un graduale decadimento dello stato di diritto, della società civile

di Lucio Fumi

Robert D. Kaplan Adriatico Un incontro di civiltà Marsilio, Venezia 2022
pp. 384, euro 22,00

edizione tascabile:
Feltrinelli, Milano 2024
pp. 384, euro 14,00

Varius, multiplex, multiformis era stato definito l’imperatore Adriano già dallo storico romano Sextus Aurelius; la definizione, ripresa splendidamente da Marguerite Yourcenar nel suo stupendo libro Le memorie di Adriano (Gallimard 1951/1974), mi era rimasta impressa fino dalla mia giovinezza. A maggior ragione per un triestino, a costo di essere banali: fra sangue, lingua e cultura, i triestini inevitabilmente nascono e crescono multipli. Per questo, quando, al tempo del primo lockdown legato alla pandemia di Covid nel 2020, abbiamo avuto tutti più tempo libero, e io mi ero messo a raccogliere i miei scritti, appunti, critiche letterarie, frammenti, avevo voluto chiamare quella specie di diario, scritto metà in italiano e metà in inglese, Eis Heautoùs (εις εαυτους – con lo spirito aspro, e tutti gli accenti del caso, che purtroppo proprio non riesco a trovare sul mio computer). Deliberata corruzione al plurale quindi di “εις εαυτον / eis heautòn” (come il τα εις εαυτον, le riflessionidi Marco Aurelio, cioè “a se stesso”, tradotto variamente come Meditations in inglese, Colloqui, Ricordi, Colloqui con se stesso, Conversazioni con se stesso, ecc. in italiano). In altre parole, le mie erano “conversazioni con noi stessi”.

Avevo, viceversa, sempre diffidato del concetto di “integrità”, tanto usato nel mondo americano con cui ero, a un certo punto della mia vita, entrato in contatto. Concetti così diversi nelle due culture della mia vita, quella italiana / latina / cattolica da una parte, e quella inglese / anglosassone / protestante dall’altra. L’onestà è una cosa, l’integrità un’altra: integrità vuol dire essere uno e intero e unico, ma io mi ero sempre sentito non intero, ma vario e multiplo. Due paesi, due cittadinanze, due lingue, due passaporti… E poi, appunto, triestino. La parola “integrità” mi ha sempre invece fatto pensare, chissà perché, a qualche generale dell’esercito americano. “Tutto d’un pezzo”, per l’appunto.

La copertina dell’edizione americana di Adriatic

A contraddirmi arriva adesso Robert Kaplan, che, se non un generale dell’esercito americano, è stato da sempre qualcosa di molto simile. Kaplan, nato nel felice anno 1952, è un giornalista e storico americano, con più di venti libri alle spalle derivati dalle sue esperienze di giornalista e diplomatico, in Asia, in Europa, e in tutto il mondo. È titolare della cattedra di Geopolitica al Foreing Policy Research Institute, un “think tank” basato a Philadelphia, ma prima era stato membro del Defense Policy Board del Pentagono, nonché capo dell’Excecutive Panel delle Operazioni Navali del Pentagono. Nulla a che fare, tanto per essere chiari, con la presente amministrazione degli Stati Uniti.

Il suo recente libro Adriatic: A concert of civilizations at the end of the modern age (Random House, New York, 2022) parla proprio, infatti, di identità multiple come non solo di un fatto storico legato a una particolare geografia, ma come verosimile opzione per il futuro del mondo.

Ho letto il libro in inglese, nella sua versione originale; ma so che c’è una bella traduzione italiana di Feltrinelli (Adriatico: un incontro di civiltà).

Il libro è stato per me una sorpresa. Ben più di un “libro di viaggi”, si tratta invece di un libro in cui Kaplan si muove con disinvoltura, eleganza e competenza dalla storia alla geografia, dalla musica alla letteratura, dalla politica alla storia dell’arte. Dal Tempio Malatestiano di Rimini a Piero della Francesca, da Ezra Pound a T.S. Eliot, da Giustiniano a Teodorico ai mosaici di San Vitale. E ancora, da Jan Morris a Lawrence Durrell, da Dante a Rainer Maria Rilke, da Robert Musil a James Joyce, da Italo Svevo a Italo Calvino a Richard Francis Burton. Con interviste e incontri con Claudio Magris, il suo idolo letterario, al Caffé San Marco; e poi ancora Riccardo Illy e Paolo Rumiz. Sfortunatamente non con Boris Pahor, che era malato al tempo della sua visita (in viaggio a Trieste ha luogo nel 2016, quando Pahor aveva 103 anni e non stava bene).

Robert D. Kaplan

La sequenza geografica è un po’ bizzarra: in un libro dal titolo Adriatico non c’è alcun interesse per la costa adriatica occidentale, italiana, a sud di Rimini, che pure include città culturalmente e storicamente interessantissime come Bari, Brindisi, Ancona… Il suo viaggio inizia invece proprio a Rimini, per poi proseguire a Ravenna, Venezia, Trieste, Capodistria / Koper e Pirano, e poi giù lungo la Dalmazia fino all’Albania. Fiume / Rijeka è inclusa nel viaggio in Slovenia (probabilmente per motivi logistici) , e ci sono delle deviazioni verso l’interno (a Lubiana, Zagabria, Podgorica e Tirana), certamente giustificate dal desiderio di visitare le capitali di questi stati per lui relativamente nuovi.

Alcuni storici hanno notato delle inesattezze fattuali nel testo di Kaplan; ma è certo che i concetti generali li ha capiti molto bene. Non è una sorpresa che, scendendo da nord a sud lungo la costa orientale, balcanica, dell’Adriatico, nelle sue interviste con i politici o i potenti del paese, Kaplan noti un graduale decadimento dello stato di diritto, della società civile, della “rule of law”, l’imperio del diritto; e un corrispondente aumento della corruzione, della povertà, e anche della bruttezza degli edifici e delle strutture urbane. Un viaggio lungo la costa adriatica italiana avrebbe consentito interessanti e forse scomodi paragoni.

I viaggi di Robert D. Kaplan in Adriatico Dall’edizione americana

La vera sorpresa, però, è nell’ultimo capitolo. Corfù sarà anche “la porta dell’Adriatico”, ma molto chiaramente NON è nell’ Adriatico; è nello Ionio. La sua inclusione dà forse a Kaplan la scusa per continuare il suo discorso sui fondaci veneziani nel Levante, iniziato in Istria e continuato poi a Spalato / Split e Ragusa / Dubrovnik; ma, ancora di più, per includere nel suo discorso la Grecia e le sue contraddizioni, storiche, culturali e geografiche. E per partire, proprio dalla Grecia (insieme con tutto l’Adriatico), verso una conclusione affascinante sui complessi rapporti fra est e ovest, e sul futuro dell’Europa.

Corfù, per Kaplan, è un po’ Grecia, un po’ Italia, un po’Venezia, ma soprattutto molto Mediterraneo e molto Europa (dalla villa dell’imperatrice Sissi, alla città natale del principe Filippo, alla sede, ripetutamente nel corso del ventesimo secolo, del governo iugoslavo in esilio, al luogo di Lawrence Durrell). Durrell, che qui ritorna, e ricorda la sua giovinezza, testimoniata nel suo libro di ricordi Prospero’s Cell, dove l’isola di Prospero, protagonista della Tempesta di Shakespeare, è identificata proprio con Corfù, luogo della sua formazione esistenziale e culturale.

Kaplan conosce bene la Grecia, essendoci vissuto per sette anni negli anni ’80 come giovane giornalista; era stato il paese dove aveva incontrato la donna che sarebbe diventata sua moglie. E vede la Grecia decisamente come un paese “balcanico” piuttosto che “europeo”. Soprattutto perché in Grecia, come nei paesi confinanti a nord, Albania e Montenegro (anche se non a quei livelli) la “rule of law” è debole, i legami familiari più forti che quelli istituzionali, e la corruzione è al livelli più alti in Europa. Esiste certo un gradiente che descrive questi valori lungo un asse nord-ovest / sud-est lungo tutta l’Eurasia, ma il discorso diventa delicato e complesso.

Kaplan conclude con una pesante (ed estremamente pertinente, nel febbraio del 2025) critica del neo-nazionalismo populista dei nostri giorni: «Al di là del presente e dell’immediato futuro, questo revival del nazionalismo, visto che la nazione è stata in gran parte abbandonata dalle elite, è di fatto un revival del populismo. Per questo, qualcosa di diverso deve emergere accanto al (e forse in sostituzione del) nazionalismo. E questo qualcosa sarà probabilmente qualche forma di multi-identità».

Veduta di Corfù

Campanile, nazione, multi-identità? Ci sono molte risposte. Se uno va a Saint-Malo, bellissimo porto sulla costa settentrionale della Bretagna, con una grande storia di marineria (e di pirateria), e va a vedere il municipio, ci trova una bella targa che riporta il motto della città: «Ni Français, ni Breton: Malouin je suis». Malouins sono naturalmente gli abitanti di Saint-Malo: quei marinai che, nel Seicento, cercando le balene, avevano scoperto delle isole sperdute nell’Atlantico meridionale, e le avevano chiamate “Îles Malouines”. Gli spagnoli le avevano chiamate, traslitterando, Malvinas; e noi adesso le conosciamo, per le ironie della storia, come Falklands.

Guy Verhofstadt, ex-primo ministro liberale del Belgio dal 1999 al 2008, e poi europarlamentare e coordinatore del Brexit Steering Group (quello che ha negoziato con il Regno Unito l’uscita dall’Unione Europea) dal 2016 al 2020, si è sempre definito “fiammingo, belga, europeo” – e senza contraddizioni.

L’Adriatico (del passato e del presente) potrebbe diventare un modello da adottare e da copiare.