LE DIFFICILI ORE DI ANNA CURIEL FANO
Autobiografie | Elisa Donda | Il Ponte rosso n. 109 - novembre 2024
Le memorie di una giovane donna ebrea negli anni del fascismo e in quelli ancora più drammatici della guerra
di Elisa Donda

Draga Sant’Elia, settembre 1929
Rocca di Mezzo, giugno 1944
a cura di Silvia Bon
Vita Activa, Trieste 2022
pp. 240, euro 16.00
Ricordo di ore difficili, a cura di Silva Bon, è la seconda parte dell’autobiografia della scrittrice triestina Anna Curiel (Trieste, 1901 – Sasso Marconi, 1998), moglie del filosofo neoidealista Giorgio Fano. Il primo volume, Giorgio e io. Un grande amore nella Trieste del primo ‘900 uscito per Marsilio nel 2005 a cura del figlio Guido Fano, ripercorreva la biografia dell’autrice concentrandosi in particolar modo sull’infanzia e la giovinezza della protagonista e sul contesto socioculturale specifico della città di Trieste di inizio Novecento. Anna, da tutti chiamata affettuosamente Annetta, è stata infatti una testimone d’eccezione della vita intellettuale della città, fu amica di moltissimi grandi nomi del tempo, solo per citarne alcuni Umberto Saba che la immortalò come terza delle Fanciulle nel suo Canzoniere, il poeta Virgilio Giotti, Guido e Giorgio Voghera e le sorelle Morpurgo.
Il primo libro narra anche l’innamoramento, fin dalla prima adolescenza di Anna, e della relazione con Giorgio Fano, di ben sedici anni più vecchio. Una delle pagine più significative è forse il primo incontro tra i due che viene narrato da Annetta nei termini di un passaggio dai sogni dell’infanzia verso l’età dell’adolescenza. Dopo aver passato un pomeriggio seduta sopra il ramo di un albero a leggere le gesta eroiche di Giovanna d’Arco, sognando di poter divenire lei stessa da grande una donna guerriera che avrebbe chiesto all’imperatore Francesco Giuseppe di risolvere la situazione dei Balcani in cambio dell’unione di Trieste all’Italia, Annetta si mise a raccogliere delle margherite, pungendosi un dito e facendole nascere la paura di essere stata morsa da una vipera. Nella sala da pranzo dell’albergo, avvenne l’incontro narrato in questi termini: «Era destino che per la prima volta, come accadde poi innumerevoli volte nella mia vita, l’apparire di Giorgio con la sua prorompente vitalità e il suo ottimismo, avesse l’effetto di far sparire tutti i miei timori. Infatti il mio soliloquio venne interrotto da una gran risata dal timbro sconosciuto che proveniva […] dal tavolo dei Sanguinetti che di solito era il più silenzioso della sala.
[…] “Oggi è in visita quel bel tipo di Giorgio Fano” sussurra zia Vittoria.
Io che sto con le spalle rivolte al tavolo dei Sanguinetti provo un prepotente desiderio di voltarmi e vedere chi è questo signor Giorgio. Ma sono interrotta dall’inevitabile: “Non voltarti Annetta!”
Guardo lo specchio alla parete e intravedo, al tavolo dei Sanguinetti, una barba fulva, degli occhiali cerchiati d’oro e due occhi azzurri. Sento che viene fatto il mio nome e non posso far a meno di voltarmi un attimo, in tempo per incontrare un intenso sguardo azzurrino che mi pare benevolmente canzonatorio. Mi giro subito e mi metto a ingozzarmi di minestra. In un attimo ho dimenticato la vipera, il dito, le paure e mi è venuta fame.

[…] Le due famiglie si incontrano alla fine del pranzo, sul corridoio.
“Allora lo tagliamo questo dito, Annetta?” chiede allegramente Giorgio. E senza aspettare risposta stringe la mano cordialmente alle mie zie e a mia mamma come a vecchie conoscenze.
È un giovanotto alto e magro, con degli occhi azzurri sfavillanti, un bel sorriso cordiale e la testa quasi completamente calva. Parla a voce alta, gesticolando, e non assomiglia affatto alla signora Gina, sua sorella; si vede che è abituato a essere sempre al centro dell’interesse generale. Io sono contenta che mi abbia chiamata per nome, mi sento leggera e felice senza saperne la ragione». (Anna Fano, Giorgio e io, cit. pp. 27-28).
Quando Annetta divenne maggiorenne trovò il coraggio di esternare i propri sentimenti a Giorgio, che nel frattempo si era sposato con Maria Giotti, sorella del poeta, e da lei aveva avuto due figli. L’amore turbolento fra Annetta e Giorgio fu contrastato fortemente dalla morale dell’epoca e dalle vicissitudini economiche del primo dopoguerra, fino a giungere alla vera e propria tragedia: il suicidio della moglie di Giorgio e del secondogenito.
Ricordo di ore difficili riprende la narrazione dal settembre del 1929, ovvero quando, oramai legittimamente sposati, Annetta e Giorgio si trasferirono a Draga Sant’Elia, una località sul Carso a pochi chilometri da Trieste. La vita di Annetta procede tra le vicende quotidiane e gli studi filosofici del marito. Nel 1931 Annetta è in attesa del suo primo figlio, Guido, ma il lieto evento della gravidanza viene accompagnato dalle prime stranezze del primogenito di Giorgio, che sfoceranno in un tentato omicidio del padre. Nel frattempo, la situazione italiana stava mutando, Mussolini, salito al potere, aveva iniziato una dura repressione della componente slovena della Venezia Giulia e i Fano si ritrovano, loro malgrado, risucchiati dagli eventi. A causa di un malinteso tra i contadini di Draga, Giorgio fu incarcerato per un periodo a Capodistria.
Dopo la proclamazione delle leggi razziali a Trieste nel 1938 e l’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione precipitò e la famiglia fu costretta a fuggire a Rocca di Mezzo, in Abruzzo.
Nelle sue memorie emergono atti di vero coraggio, scelte complesse di una donna che si trova a lottare quotidianamente per la sopravvivenza di sé stessa e della propria famiglia. Al di là degli episodi quotidiani, Annetta riporta le dure scelte che fu costretta a prendere, come quella di decidere di non portare a termine una seconda gravidanza per evitare delle sofferenze a un altro essere umano, in un tempo nel quale la ragione andava sgretolandosi di giorno in giorno e l’essere umano stava facendo prevalere gli istinti più brutali.
Dopo l’arrivo dei tedeschi in Italia, in una pagina di estrema bellezza narrativa, si presenta il dramma di Annetta: «Trovo il coraggio di parlare con uno di loro.
M’avvicino al più giovane e più piccolo di statura, dall’aria mite e gli chiedo in tedesco:
“Chi è che comanda a Roma?”
“Noi tedeschi!”
“E a Trieste?”
“Lo stesso in tutta Italia! Noi tedeschi!”
M’allontano per nascondere il mio turbamento.
Tutte le cose assumono una proporzione nuova, netta e paurosa. Ma, come mi è sempre accaduto nei momenti gravi e decisivi, anche stavolta non vengo sopraffatta dalla notizia che i tedeschi sono padroni del nostro paese: mi ritraggo in un’altra dimensione, in un nocciolo freddo, ragionatore, lucido, come se di vivo mi sia restato solo il cervello.
La casa di riposo per vecchi ebrei dove si sono rifugiate mia mamma e mia zia è una ben facile preda per quegli assassini, è l’anticamera della morte.
Che fare? C’è qualcosa da fare?
Sì: lasciare subito l’Abruzzo con qualche mezzo di fortuna chiedendo un passaggio a un camion tedesco e poi a un altro, per strada, tentando di raggiungere Trieste, e di strapparle a quell’asilo dove vivono in piena luce, portarle lontano.
Difficoltà e pericoli di ogni genere.
Quanta probabilità avevo di riuscire nella mia impresa, di arrivare viva a Trieste, di salvarle? E anche se, miracolosamente, vi fossi riuscita, come se la sarebbero cavata senza di me alla Rocca mio marito e il mio bambino? Sapevo che se si fosse trattato di loro, se avessi dovuto intraprendere un qualunque viaggio lungo e pericoloso per tentare di salvarli, non avrei esitato un momento. Sapevo anche che senza il mio aiuto mia mamma e mia zia erano perdute.
Ci pensai ancora quella sera e quella notte e decisi di restare.
La vita mi aveva posto un terribile dilemma e con strazio avevo scelto». (pp. 161-162).
La tragedia infatti a Trieste si compì, tuttavia la famiglia Fano, grazie all’aiuto della popolazione abruzzese, riuscì a salvarsi.
Annetta si dimostra ancora una volta una scrittrice capace di raccontare episodi della storia del secolo scorso molto cruenti, il suo punto di visto è lucido, razionale, mentre i protagonisti di quegli eventi emergono in tutta la loro complessità psicologica. Una memoria preziosa di un’autrice che si è ritrovata a vivere eventi storici tragici, in un contesto particolare, come quello della Trieste ebraica della prima metà del secolo scorso.
