PROTEO LAURENTI A MAGLIE STRETTE

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di Fabia Trotta

Veit Heinechen A maglie strette traduzione di Monica Pesetti
Edizioni e/o, Roma 2025
pp. 272, euro 19,00

Il Nordest si è rivelato negli ultimi decenni terra fertile per la narrativa “gialla” e proprio nel solco di questa tradizione la produzione letteraria di Veit Heinechen si è guadagnata un posto di tutto rilievo.

L’autore tedesco che ormai da trent’anni ha scelto Trieste come patria adottiva è giunto al suo dodicesimo romanzo. A maglie strette (Edizioni e/o, 2025) ci ripropone le indagini investigative del commissario Proteo Laurenti, ormai divenuto vicequestore aggiunto, prossimo alla pensione.

Anche in questo romanzo la precisione teutonica della narrazione si fonde con la verve tutta mediterranea, conferendo un ritmo incalzante alla vicenda investigativa che, come di consueto, si svolge fra Trieste e le zone transfrontaliere, dimostrando la profonda conoscenza dell’autore delle dinamiche politiche e sociali del territorio.

Come dichiara lo stesso Veit Heinichen, è proprio la peculiarità di Trieste come terra di confine ad affascinarlo, poiché qui più che altrove si percepisce “la bellezza delle diversità”, che ha avuto il merito in primo luogo di produrre una letteratura in varie lingue. Il confine, o meglio la frontiera non è vissuto come limite ma come arricchimento. In linea con quanto espresso nel suo ultimo libro da un altro scrittore “forestiero” ma molto legato a Trieste, Diego Marani in La lingua virale, il confine è sì motivo di contraddizioni e di tensioni, ma proprio per questo diviene l’humus di una feconda produzione letteraria, anche se in questo secondo caso la contaminazione linguistica si trasforma in un divertente paradosso, che porta a conseguenze estreme. Lo scopo, in questo caso, è rivalutare il confine come linea di demarcazione, riscoprirlo nella sua accezione positiva. Infatti è proprio qui, ai margini, margini che però diventano centro, come afferma lo stesso Heinichen, che si sviluppa una quotidianità interessante per lo scrittore: è «la complessità che richiede di essere narrata». L’omogeneità, la calma piatta non produce nulla. È questa peculiarità dell’incontrarsi e del separarsi, tipica della quotidianità delle terre di frontiera, che reclama il suo diritto a divenire narrazione. Ed è in questo contesto, dove i crimini ignorano i confini, che si muovono i personaggi di Heinichen. Questa volta sarà proprio il vicequestore Proteo Laurenti in persona ad imbattersi accidentalmente in un cadavere, dando così inizio ad una vicenda investigativa complessa, i cui sviluppi tesseranno una rete “a maglie strette” sempre più fitta. Come il nome stesso “Proteo” rimanda ad una creatura anfibia, così il cadavere ritrovato ha un aspetto androgino tanto da assomigliare a «un giovane Alain Delon», pur trattandosi in realtà di una donna. Ed è proprio qui, nella capacità di declinare in modi diversi il tema della natura anfibia, vivente cioè sul confine tra acqua e aria, che Veit Heinichen rivela la sua abilità di non perdere mai di vista quella peculiarità tutta triestina, che tanto lo affascina. Come di consueto anche in questo romanzo Proteo Laurenti collegherà atti criminosi apparentemente indipendenti, ricostruendo passo dopo passo una insospettata cosmogonia del crimine.