LE PORTE DI FERRO DI STEFANO TERRA

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Ripubblicato da Gammarò, dopo Alessandra e La fortezza del Kalimegdan, il romanzo dell’autore piemontese

di Diego Zandel

Pubblichiamo di seguito, grazie alla cortesia dell’autore e dell’editore, la prefazione alla nuova edizione del romanzo Le porte di ferro, recentemente pubblicato da Gammarò.

Stefano Terra Le porte di ferro introduzione di Diego Zandel
Gammarò Edizioni, 2026
pp. 192, euro 18,00

Stefano Terra ha scritto libri che spaziano dalla memorialistica al reportage, dalla poesia al romanzo, in realtà pochi titoli per genere, ma tutti nati da urgenze che sentiva dentro di sé, che gli agitavano l’anima, la coscienza. Al romanzo, in particolare, è arrivato quando una certa strada della propria vita era stata compiuta, mentre i primi testi sono nati, diciamo, nel cuore dell’azione o subito dopo. Ad esempio, il suo primo libro in assoluto, Morte di italiani, pubblicato all’età di 24 anni, nel 1941 da Giustizia e Libertà, il movimento libertario fondato dai fratelli Rosselli, è un libro di racconti che ha per protagonisti «compagni con i quali ho lavorato, sono stato disoccupato, ho fatto le prime esperienze rivoluzionarie in un grande centro industriale della valle padana», cioè Torino. A riguardo ci fa sapere che «a 13 anni ero apprendista meccanico a L. 0,65 all’ora senza le ritenute, a 16, trapanatore e tornitore» e spiega di essere poi cresciuto nel “clima nuovo” creato da quei giovani che «al di là dei compromessi hanno sofferto e superato il fascismo», quindi ancora nel vivo dell’azione, considerando che Terra stava ancora affrontando la guerra e poi la prigionia e l’esilio. Tappe di una vita che avrebbero ispirato altri libri, figli di quelle stagioni, come La generazione che non perdona o Il ritorno del prigioniero.

Il primo romanzo vero e proprio lo avremmo avuto solo nel 1956, quasi a quarant’anni, ed è La fortezza del Kalimegdan che la nostra casa editrice ha ripubblicato lo scorso anno, romanzo dove ancora è forte l’eco della guerra e delle prime esperienze del dopoguerra di corrispondente e inviato speciale de La Stampa di Torino: la storia di un Terra, che partito soldato e, assunto nel romanzo il nome di Giovanni Brua, non fa ritorno a casa, e che a cercarne le tracce è un suo amico, anch’egli alter ego di Terra, il giornalista Ferrero. Così, nel romanzo, vediamo che Ferrero ripercorre tutte le tappe di Brua, che poi sono le stesse di Terra da militare a esule in Egitto con i fuoriusciti di Giustizia e Libertà, Paolo Vittorelli, Aldo Garosci, Carlo Rossselli e altri, fino ad approdare a Belgrado, dove per tre anni Stefano Terra è stato corrispondente de La Stampa e dell’Ansa. Ma vedremo che anche i successivi sedimentano le esperienze esistenziali e professionali dell’autore, e sono i romanzi Calda come una colomba (Bompiani, 1971), Alessandra (Bompiani, 1974, Premio Campiello di quell’anno, poi ripubblicato sempre dalle edizioni Gammarò nel 2023), Il principe di Capodistria (Bompiani, 1976), per fermarci ai tre romanzi che, uno dietro all’altro, precedono Le porte di ferro, del 1979.

Stefano Terra

A rileggerlo oggi è da considerare il suo migliore romanzo. Anche qui c’è uno sdoppiamento di personalità come già in La fortezza del Kalimegdan. Abbiamo, cioè, due personaggi distinti, che in realtà sono lo stesso Terra, nella figura del giovane Fioravanti, come già l’autore cronista con un passato da rivoluzionario, militante della IV Internazionale, trotzkista; mentre nella figura del maturo Gerolamo Traversa abbiamo il Terra giornalista, inviato di un importante quotidiano italiano, come, appunto, era egli stesso negli anni della stesura del romanzo. Gerolamo Traversa, che è anche l’io narrante, nutre simpatia per il giovane Fioravanti con il quale è arrivato alla Conferenza di Pace di Parigi del 1947, dove, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si stavano decidendo i nuovi confini d’Europa, ma ne indovina anche, nella purezza che esprime, un idealismo che Traversa ha perduto, pur restandone ancora affascinato.

Come il giovane Fioravanti, anche Traversa – che detta le sue memorie a una donna greca tenutaria di una casa di riposo per giornalisti e scrittori in Palestina, e perciò già vecchio e in disarmo – è consapevole delle tante ingiustizie che la Conferenza sta comminando con le sue decisioni dettate da interessi di parte e da nessun rispetto per le popolazioni che dovranno sottostare ad esse, comprese quelle italiane della Venezia Giulia, quasi interamente regalata alla Jugoslavia di Tito. Ma non è la sola. Tant’è che uno spettro si agita intorno a quella Conferenza, quello dei Banderovisti che un po’ lungo tutti i confini si agitano in armi, a bande, per fermarne lo scempio. E, tra essi, lo stesso Fioravanti che cerca un’alleanza di questi ultimi con i trotzkisti per «rompere tutte le reti dei servizi segreti, le provocazioni cominformiste», col fine di scuotere «dal lungo letargo nel quale era caduta la Quarta Internazionale dopo l’assassinio di Trotzkij e durante la parentesi della guerra». E si parla di migliaia di ribelli ai confini dell’Ucraina, di altri gruppi in Bielorussia e Bosnia, e alle Porte di Ferro su Danubio. In Istria il CLN italiano era praticamente attaccato dai titini, che non si limitavano ad amministrare la Zona B ma vi agivano come se fosse già annessa, usurpandone il territorio (consiglio, a riguardo, il bel libro di Enrico Miletto Gli italiani di Tito, edito da Rubbettino).

Su Le porte di ferro di Terra, Claudio Magris, dopo aver letto tardivamente il romanzo, ha scritto nel 2018 un ampio articolo sul Corriere della Sera, mostrando sorpresa della sua attualità, della sua forza narrativa, e lamentando, per questo «l’Alzheimer generalizzato di cui soffrono, senza distinzione di età, la nostra epoca e la nostra cultura» colpendo autori di prima grandezza qual è appunto Stefano Terra, partendo proprio da questo romanzo. «Ai tempi in cui Terra scriveva il suo romanzo Le porte di ferro erano un teatro più o meno dissimulato di trame fra le piccole potenze locali e le grandi potenze che, giocando cinicamente con esse, si contendevano il dominio del mondo diviso in due dagli infami accordi di Yalta, l’emisfero sovietico staliniano e quello occidentale all’ombra degli Stati Uniti».

Mi sembra che d’allora non siano molto cambiate le cose per quanto vediamo accadere nel mondo. Un romanzo, dunque, anche con grandi appigli nell’attualità, ma che invitiamo a leggere anche per il suo valore letterario, le sue pagine ricche della personalità narrativa dell’autore, che sa come condurre il lettore in un’altra dimensione: oltre a quella della Storia, quelle dell’avventura, del viaggio e tanto altro. Buona lettura.

Stefano Terra, pseudonimo di Giulio Traversari, è stato giornalista e scrittore. Nato a Torino l’11 agosto 1917, è deceduto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, fu amico di Leone Ginzburg e di Cesare Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di Elio Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

Esordì nella narrativa con Morte di italiani (1942, ristampato nel 1946 con il titolo Rancore), cui fece seguito Il ritorno del prigioniero (1945). Dopo i racconti di Sul ponte di Dragoti bandiera nera (1952), pubblicò il romanzo La fortezza del Kalimegdan nel 1956. L’esperienza narrativa è proseguita con Calda come la colomba (1971), Alessandra (1974; premio Campiello, ripubblicato da Grammarò nel 2023), Le porte di ferro (1979), Albergo Minerva (1982), Un viaggio una vita (1984). è stato inoltre autore di poesie, raccolte in L’avventuriero timido (1969) e nel volume postumo di Poesie inedite (prefazione di G. Pampaloni, 1991). Dall’attività d’inviato speciale derivano prove saggistiche come Tre anni con Tito (1953) e Il sorriso dell’imperatrice. Viaggio in Grecia e in Medio Oriente (1958).