L’INTELLIGENZA VEGETALE

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In Verde brillante Stefano Mancuso e Alessandra Viola affrontano il tema dell’intelligenza vegetale

Osservando i comportamenti dei vegetali in ordine alle loro esigenze di sopravvivenza e riproduzione è difficile non pensarli “intelligenti”

di Fabia Trotta

Stefano Mancuso e Alessandra Viola Verde brillante
Giunti, 2013
pp. 144, euro 16,00

In un’epoca in cui ci confrontiamo quotidianamente con l’Intelligenza Artificiale, interrogandoci, non senza apprensione, sulla sua vera natura e sulle implicazioni sia di carattere pratico che di carattere etico del suo utilizzo, sentir parlare di Intelligenza Vegetale suscita, nel migliore dei casi, un sorriso di benevola sufficienza.

Da questa prima osservazione partono le riflessioni di Stefano Mancuso, neuroscienziato e saggista, docente di Arboricoltura generale ed Etologia vegetale all’Università di Firenze, autore, insieme alla giornalista e divulgatrice scientifica Alessandra Viola, di Verde brillante (Giunti, 2013).

Nel testo, pubblicato in quindici paesi e oggetto di prestigiosi riconoscimenti fra i quali il Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica (2013), l’autore affronta il tema dell’Intelligenza Vegetale da un punto di vista inedito e senza condizionamenti, il cui presupposto è l’abbandono dell’approccio antropocentrico che nei secoli ha condizionato lo studio del mondo vegetale giungendo a conclusioni fallaci. Mancuso le confuta una dopo l’altra attraverso i risultati delle proprie ricerche nell’ambito della neurobiologia vegetale. Tale branca della botanica studia le capacità cognitive e di segnalazione delle piante, che pur senza un sistema nervoso centrale, elaborano – come si è potuto accertare – stimoli ambientali attraverso i tessuti radicali. Ma prima di addentrarci nello specifico, vediamo che cosa si intende per “Intelligenza”.

Mancuso osserva che «Trattandosi di un concetto così ampio e difficile da circoscrivere, è normale che esistano numerose e diverse definizioni. […] La prima cosa da fare ,quindi, è scegliere quella che si addice al nostro caso. Per le piante potremmo decidere di usarne una piuttosto ampia: ‘L’intelligenza è l’abilità di risolvere problemi’» (p.109).

Stefano Mancuso

Quindi alla definizione antropocentrica dell’intelligenza intesa «come ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi», egli opta per la definizione di intelligenza come “problem solving”. Questo primo passo lo condurrà a dimostrare come le piante da milioni di anni mettano in atto una serie di strategie per la sopravvivenza ovverosia prendano delle decisioni ‘intelligenti’.

Sebbene «l’idea che le piante siano provviste di ‘cervello’ e di ‘anima’, e che anche i più semplici organismi vegetali siano in grado di sentire e di reagire alle sollecitazioni esterne, nei secoli sia stata avanzata da numerosi filosofi e scienziati. Da Platone a Democrito, da Fechner a Darwin (solo per fare qualche esempio)» (p.11), la convinzione che le piante siano esseri meno intelligenti ed evoluti persino degli invertebrati è tuttora ben radicata nella cultura umana. Basti pensare nel linguaggio comune all’uso, al limite dell’offensivo, dell’aggettivo ‘vegetale’. L’espressione ‘essere un vegetale’ significa essere ridotti ad una vita di poco superiore a quella di un oggetto inanimato. Anzi, ad una sorta di non-vita paragonabile a quella della materia inorganica. Attenendosi a tale visione, Charles de Bovelles (1479-1567), filosofo, matematico e teologo rinascimentale, colloca il mondo vegetale nella rappresentazione della sua ‘Piramide dei viventi’ appena un gradino al di sopra della materia inorganica, la cui unica caratteristica è di esistere. Quindi come sintetizza de Bovelles la materia inorganica est, il vegetale vivit, l’animale sentit e l’uomo intelligit. Una considerazione simile del mondo naturale sopravvive ancor oggi persino nell’ambito scientifico, sebbene già Darwin (1796-1861) avesse formulato nel 1880 quella che un secolo più tardi sarebbe stata conosciuta come The root-brain hypotesis. Infatti, proprio nel capitolo conclusivo dell’opera darwiniana The Power of Movement in Plants,(1880)lo scienziato scriveva in riferimento alla possibile relazione fra i movimenti dell’apparato radicale di una pianta e l’esistenza di una forma di intelligenza vegetale: «Non è un’esagerazione dire che la punta della radice, così dotata [di sensitività] e che ha il potere di dirigere il movimento delle regioni adiacenti, agisce come il cervello di un animale inferiore» (p.114). L’ipotesi in seguito fu confermata ma appena a partire dal 1990 il mondo accademico ha iniziato ad ammettere che le piante non solo possiedono capacità ‘sociali’ ma anche una forma di intelligenza.

Alessandra Viola
©Tania/Cristofariphoto

Secondo Mancuso il motivo di tale pervicace resistenza a riconoscere al mondo vegetale una forma di intelligenza risiede principalmente nel fatto che le piante non hanno un cervello. Pertanto come è possibile parlare di intelligenza se manca l’organo preposto? Mancuso smonta uno dopo l’altro alcuni preconcetti dimostrando che le piante ‘vedono’ pur senza possedere gli occhi, ‘odono’ pur non avendo orecchie, ‘gustano’ e si nutrono senza possedere bocche, hanno percezioni tattili senza essere rivestite dalla pelle, respirano senza avere polmoni, stanno in piedi senza avere uno scheletro e ovviamente prendono decisioni determinanti per la loro sopravvivenza senza avere un organo centrale di rielaborazione dati, per così dire, come il cervello.

Ovviamente per comprendere come ciò sia possibile è necessario partire dalla loro storia evolutiva e osservare come la loro struttura si sia sviluppata differenziandosi da quella degli animali. Circa cinquecento milioni di anni fa i primi organismi scelsero due percorsi di vita differenti: le piante optarono per uno stile di vita stanziale, gli animali per uno stile di vita nomade. Essendo quindi le prime organismi sessili, esse dovettero sviluppare strategie per ricavare nutrimento dalla terra, dall’aria e dal sole, divenendo quindi autosufficienti, poiché non dipendenti da altri esseri viventi per la loro sopravvivenza. Da ciò la definizione di autotrofe. Gli animali invece – detti eterotrofi poiché non autosufficienti – dovendo appunto procacciarsi il cibo, svilupparono varie capacità di movimento (corsa, volo, nuoto etc.)

Questa scelta primitiva ha portato una straordinaria differenziazione nel corpo e nel modo di vivere: «Gli animali hanno optato per difendersi, cibarsi e riprodursi con il movimento (o con la fuga). Le piante hanno scelto di fare lo stesso rimanendo ferme, il che ha imposto loro la ricerca di soluzioni del tutto originali» (p.32).

In primo luogo le piante hanno sviluppato una struttura modulare che consente loro di non compromettere la sopravvivenza dell’intero organismo se ne viene danneggiata o tagliata una parte. Anzi, la potatura come è noto, rinvigorisce la pianta. Pertanto esse non vanno considerate come individui ma piuttosto come colonie, paragonabili ad uno sciame di insetti dove la perdita del singolo non compromette la vita dello sciame. Un altro aspetto che ci impedisce di percepirne la complessa realtà è di natura temporale. Le piante sono “lente”. «Per esempio, sappiamo bene che una pianta si muove per captare la luce, per allontanarsi da un pericolo o per cercare sostegno (nel caso dei rampicanti)» (p.35), ma poiché i nostri sensi non sono in grado di percepirne i movimenti, tranne ora attraverso le moderne tecnologie fotografiche, ci comportiamo come se le piante fossero oggetti inanimati.

Senza dilungarci ora sull’importanza che le piante rivestono per la nostra sopravvivenza fornendoci ossigeno, cibo, energia (v. trasformazione dell’energia solare in energia chimica), farmaci, grazie alla loro capacità di sintetizzare «decine di migliaia di molecole, molte delle quali vengono usate nella nostra farmacopea» (p.68) e persino disinquinanti, basti pensare a come esse riescono a rendere innocuo il TCE (tricloro etilene) trasformando il solvente organico ad alta tossicità, usato dall’industria della plastica, in cloro gassoso, anidride carbonica e acqua, cioè in elementi non impattanti per l’ambiente, tralasciando dunque tutto ciò, vediamo nello specifico alcuni esempi più ‘scenografici’ della loro strategia di sopravvivenza a dimostrazione della loro intelligenza, partendo dalle funzioni complesse degli apici radicali, veri e propri centri di elaborazione dati, e dalla loro capacità di comunicare.

Lima Bean (fagiolo del Perù)
in una pubblicazione del 1894


Vista la loro struttura modulare, «nelle piante le funzioni cerebrali non sono separate da quelle corporee, ma compresenti in ogni singola cellula: un vero esempio vivente di ciò che gli studiosi di Intelligenza Artificiale chiamano embodied agent, ovvero un agente intelligente che interagisce con il mondo attraverso il proprio corpo fisico» (p.117). Attraverso gli apici radicali le piante percepiscono in continuazione numerosi parametri come gravità, temperatura, umidità, campo elettrico, luce, pressione, gradienti chimici, presenza di sostanze tossiche, vibrazioni sonore, presenza o assenza di ossigeno e anidride carbonica. L’apice registra continuamente questi dati e guida la radice, comunicando con gli altri milioni di apici che costituiscono l’apparato radicale della pianta. Si suppone che tale comunicazione avvenga attraverso la produzione di molecole chimiche oppure, ma siamo ancora nel campo delle ipotesi, attraverso campi elettromagnetici, cui gli apici sono particolarmente sensibili.
Un altro tipo di comunicazione, sicuramente più facilmente osservabile di quella ipogea, è la comunicazione della pianta con l’animale. Prendiamo il caso del Lima Bean, o fagiolo del Perù, che, quando è attaccato da alcuni acari particolarmente voraci emette una miscela di sostanze chimiche atte ad attrarre un altro tipo di acari, questa volta carnivori, cosicché questi ultimi in breve tempo liberano la pianta dai primi aggressori garantendole la sopravvivenza.
Ancor più curiosa è la strategia adottata da un tipo di orchidea, la Ophrys apifera per attrarre gli insetti impollinatori. Attraverso la sua straordinaria capacità mimetica il fiore imita perfettamente la forma della femmina di alcuni imenotteri in modo di attrarne il maschio. A tale scopo oltre alla forma, il fiore «imita la consistenza dei tessuti, la superficie (compresa la piccola peluria presente sul corpo) e naturalmente anche l’odore, secernendo feromoni identici a quelli prodotti dalle femmine pronte per l’accoppiamento. […] La somiglianza è così perfetta che l’insetto maschio non può fare a meno di cadere in errore» (pp.97-98), copulando con il fiore e addirittura preferendo il fiore anche quando ci sono delle femmine a disposizione.
In conclusione, in accordo con Mancuso, se le piante fossero dotate di un apparato fonatorio non sarebbe da stupirsi se ci rivolgessero provocatoriamente la domanda: «Vegetale a chi?».