L’ODOR DEL VENTO

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Il profumo del tempo nelle poesie in dialetto di Graziella Semacchi Gliublich

di Marina Silvestri

Graziella Semacchi Gliubrich
L’odor del vento
Giardini editori, Pisa 2024
pp. 68, euro 20,00

Si intitola L’odor del vento l’ultimo lavoro di Graziella Semacchi Gliublich, pubblicato da Giardini – Serra, Pisa 2024 (p. 68, euro 19) nell’elegante collana “Poetare” diretta da Anna Bellio e Giorgio Baroni che, in alcune righe di presentazione, definisce queste liriche: «fiori di una nuova stagione poetica, canto disincantato di una vecchiezza che è pur vita e vita godibile e operosa».

Baroni, docente all’Università Cattolica di Milano, riflette sul linguaggio: «Parole mie parole /no le sa più de gnente, /del tropo doprarle/ le go strazade./ In testa le sbatociacome vele sbregade / che no sa più ciapar / el vento, /fora de man le me sbrissa / come aqua de mar. /Nel zito che le lassa /me perdo». «Questa lirica»– scrive – «si apre con uno sguardo preoccupato sull’usura del linguaggio, tema trattato non di rado dai maggiori poeti italiani del Novecento, basti pensare alle “trite parole” di Saba e ai diversi interventi di Ungaretti anche in prosa sulla Difficoltà della poesia, in cui sostiene che il linguaggio poetico “dipende dalla forza singolare di chi l’usa per trasfigurare la realtà”».

Tre soggetti dominano i pensieri e assurgono a metafora della vita: il vento, l’odore o meglio il profumo, e il tempo da sempre protagonista delle raccolte poetiche di Graziella Semacchi: il tempo, «quel che missia le carte e se devi zogar con quele che ‘l dà».

Lette in sequenza, una dopo l’altra le poesie acquistano un’accelerazione e un crescendo che fanno percepire al lettore la fuga dei giorni definiti “figli del tempo”. La vita “stanca” i giorni nell’indifferenza del tempo «che ne lassa indrio senza pentirse mai». Passato, presente e futuro una concatenazione compulsiva: è il tramonto, è la notte che cova il futuro, è l’alba, è il nuovo giorno che subito sfuma in tramonti infuocati.

Il tempo si materializza dispettoso nel tic tac di un orologio inesistente che risuona dentro, non dà tregua. Benché il giorno venga lasciato fuori dagli scuri “serai”, desiderando che la casa diventi uno spazio in cui il tempo si fermi, rimanga sospeso. Ma tutto parla del tempo, anche i muri che non dimenticano, e appaiono essi stessi “storditi” dal destino degli umani: muri che hanno visto invecchiare gli inquilini di ieri e vedranno invecchiare gli inquilini di domani. «’Sta mia bella casa. La lasso parlar ne la quiete de un giorno che xe quasi sera. E qua la sarà anca co nissun se ricorderà de mi». Tutto è specchio del cambiamento, la poesia stessa che nasce «giusto per sofigar la nostalgia del tempo andà”.

L”odor del vento” impregna ogni parola e rivela il processo creativo dei versi. Così come si forma il vento, che va ad occupare lo spazio liberato dall’aria che sale riscaldata della terra, la poesia riempie i vuoti. È poesia dell’assenza la vena malinconica che affiora nei componimenti di Graziella Semacchi, sempre maestra di ironia e scherzosa autoironia.  Il vento riempie i vuoti che la vita ha lasciato negli affetti più cari, nella famiglia, nell’amore. «Ecome qua in sta cusina vecia che xe il mio regno, calda de ricordi e de profumi che me scalda. / e ierimo persuasi che saria sta sempre cussì». E ancora: «Volessi nettar la casa de tutti i fantasmi che ghe gira ma cosa me restassi? Ombre che me compagna e non me lassa sola».

Refoli di ricordi arrivano improvvisi e vivificano l’esistenza. Uno stesso termine significava nelle lingue arcaiche, ma anche in greco e in ebraico vento, respiro, alito, soffio, il fruscio da sempre associato agli esseri incorporei, ai fantasmi, al mistero. Il vento vivificante risveglia la memoria, porta con se odori e profumi che richiamano nell’inconscio ricordi e emozioni. Turbamenti olfattivi inaspettati che confondono e sconvolgono e mettono a nudo l’identità più profonda e spirituale: «Svampida me trovo come una fiala de profumo lassada senza tapo su la psiche», afferma l’autrice con straniante empatia.