L’OFFICINA DEL GIORNALISMO POTENZIALE
Editoriale | Emanuele Sichenze | Il Ponte rosso n. 130 settembre 2026
di Emanuele Sichenze

Negli anni Sessanta veniva fondato da un manipolo di scrittori francesi un gruppo destinato a fare la Storia della Letteratura: l’OuLiPo. Negli anni in cui la tragedia bellica sembrava aver messo una pietra tombale sui modelli di rappresentazione nati in seno, vuoi per accordo o per antitesi, alla società borghese, l’Ouvroir de la Littérature Potentielle (Officina della Letteratura Potenziale) si poneva l’obiettivo di trovare un nuovo modo di descrivere la realtà. Non persuasi dalle parole di chi, come il sociologo T. W. Adorno, invitava a riflettere sulla convenienza di fare poesia dopo Auschwitz, gli scrittori che componevano il gruppo si costrinsero a voltare pagina, ricominciando da capo. E proprio nel ricominciare a pensare le possibilità del processo creativo, l’azione del “costringimento” assunse un valore cruciale. Il gruppo dell’OuLiPo decise infatti di cercare quel potenziale che la Letteratura ancora non aveva saputo esprimere, costringendosi, tramite ferree regole formali da prestabilire di volta in volta, a non ricadere nella tentazione di scrivere quanto già scritto, a non raccontare, cioè, ciò che altri avessero già, pur sapientemente, raccontato. Oggi, al lettore italiano la testimonianza di questa pagina della Storia della Letteratura arriva, spesso inconsapevolmente, tramite le parole di Italo Calvino, uno dei maggiori animatori del gruppo. Eppure, la potenza del messaggio oulipiano non è detto che sia del tutto esaurita. Davanti a quella che sembra essere una nuova crisi dei modelli di riferimento, in cui le narrazioni risultano stantie ed i simboli deboli, assorbiti tanto gli uni quanto le altre dall’omologazione di una “cultura di consumo”, l’esperienza dell’OuLiPo può tornare di pungente attualità.
Come l’Ouvroir, anche Il Ponte rosso ha deciso di costringersi a cambiare, integrando nelle proprie fila giovani giornalisti e giornaliste dalle prospettive completamente nuove, diverse, scomode. Ma nemmeno questo è stato sufficiente. Con il numero dedicato ad Aquileia e Grado si apre una serie che verrà completata da altri tre numeri, dedicati rispettivamente a Gorizia, Muggia e Trieste. Nella preparazione di questi quattro numeri, l’intera redazione si è dovuta misurare con un giornalismo à contrainte, obbligandosi cioè a circoscrivere il proprio raggio di azione ad una località prestabilita, ad un territorio a volte sconosciuto, così da poter trovare storie inedite, inusuali, lontane dalle proprie prospettive ed interessi. Imponendosi una simile disciplina, le risposte non hanno tardato ad arrivare. Le realtà regionali, anche quando estranee alle grandi ribalte turistiche ed agli itinerari internazionali, hanno svelato il loro grande valore. Il progetto giornalistico intrapreso dalla rivista, che in questo numero trova il primo atto, si è misurato con una cultura inascoltata, spesso ignorata, la cui valorizzazione dimostra che un nuovo modo di guardare la realtà sia possibile. Di fronte all’omologazione dilagante, l’atto di investire il proprio lavoro nella ricerca dell’unicità dei piccoli centri assume un che di rivoluzionario.
Tuttavia, nuove voci, nuovi luoghi e nuovi argomenti hanno bisogno di nuovi lettori. Allo stesso tempo, però, questa richiesta insolente, che la redazione fa al proprio pubblico, deve trovare riscontro nella qualità del lavoro proposto. Gli articoli che compongono i quattro numeri del progetto sono il risultato della collaborazione dei giornalisti storici della rivista con gli allievi della “Scuola di Giornalismo” istituita dal Ponte rosso l’anno passato. Solamente il lettore e la lettrice potranno sancire il successo di questa nuova “Officina di Giornalismo Potenziale”. Entrando in clima aquileiese, dunque, non sembra restare altro da dire che: acta est fabula, aggiungendo, se possibile, plaudite!
