LOJZE SPACAL CONFINATO ANTIFASCISTA

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In un libro di Nicola Coccia ricostruito il soggiorno forzato ad Accetura del pittore triestino che proprio nel suo confino in Lucania diede inizio, con un gesto di solidarietà umana, alla sua attività di artista

di Walter Chiereghin

Lojze Spacal nel periodo del confino ad Accettura

Col senno di poi, essere stato condannato a scontare un periodo più o meno lungo al confino negli anni del fascismo equivale a un’investitura onorifica negli anni successivi alla Liberazione. Significa potersi fregiare dell’appartenenza a un circolo esclusivo per quanto di massa (il numero dei confinati fu ricostruito e complessivamente valutato da 13.050 a 17.000); un circolo di cui fecero parte anche LeoValiani, Cesare Pavese, Sandro Pertini, Carlo Levi, Leone Ginzburg, Antonio Gramsci, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Emilio Lussu, Lelio Basso e Pietro Nenni. E uno sloveno triestino, Lojze Spacal (Trieste, 1907-2000), destinato in seguito ad affermarsi come un artista importante, di livello internazionale, ma sempre legato profondamente alla sua terra, ora divisa in parte da un confine che oggi, fortunatamente, è una linea quasi del tutto sbiadita dal trattato di Schengen.

Nicola Coccia, giornalista fiorentino, già collaboratore dell’Avanti!, quindi della redazione fiorentina del genovese Il Lavoro, all’epoca diretto da Pertini, quindi dal 1978 redattore della Nazione (e ora occasionalmente collaboratore anche di questa rivista), ha rivisitato la biografa dell’artista triestino. Secondo uno schema organizzato per cerchi concentrici già collaudato in due precedenti volumi, frutto di accurate indagini basate sull’interrogazione di archivi, sull’esplorazione dei luoghi e su dirette testimonianze, la ricerca e la conseguente narrazione di Coccia si allarga, ad includere ambienti, personalità ed eventi che, pur apparentemente marginali e tali da sfiorare appena la figura e le vicende del protagonista dell’indagine, forniscono tuttavia elementi indispensabili o perlomeno utili a collocarlo nel tempo, nello spazio e in una fitta ed articolata rete di relazioni interpersonali. Anche le altre due opere si sono principalmente occupate di un noto artista: Carlo Levi in L’arse argille consolerai (v. Il Ponte rosso n. 42, – www.ilponterosso.eu/le-arse-argille-di-carlo-levi/) e Ottone Rosai in Strage al Masso delle fate (v. Il Ponte rosso n. 81, giugno 2022 – https://www.ilponterosso.eu/benedetti-toscani/).

Nicola Coccia
Vita del confinato Luigi Spacal
che davanti alla morte diventò pittore
ETS, Pisa 2024
pp.184, euro 18,00

Anche questo Vita del confinato Luigi Spacal che davanti alla morte diventò pittore (ETS, Pisa 2024) utilizza la medesima formula dei due saggi che lo hanno preceduto, affidando ad apparenti digressioni accuratamente circostanziate – ad esempio gli attentati a Mussolini degli anni Venti, istituzione e organizzazione dell’istituto del confino, episodi dell’infanzia di Spacal desunti da narrazioni di Boris Pahor, la nascita nella Venezia Giulia del cosiddetto “fascismo di confine” – che hanno invece la funzione di collocare la storia raccontata, quella di Spacal, in un contesto cronologico coerente e tale da rendere più comprensibili le vicende narrate. Più comprensibili, certo, ma anche più seducenti ed attrattive per il lettore, mentre un povero recensore dovrebbe fare esercizi di virtuosistico equilibrismo a voler riassumere il piccolo universo messo in scena da Coccia nello spazio esiguo di un articolo. Per questa ragione estrapolerò, approfondendo in particolare il periodo del suo confinamento ad Accetura, dalla complessa narrazione che parte dagli anni dell’infanzia di Spacal – che irrompe undicenne sulla scena allestita per lui da Coccia intento a rubare carbone dai treni che collegavano il Porto nuovo alla rete ferroviaria – per seguirne il lungo percorso biografico sino al piccolo cimitero di Scherbina, frazione di Comeno, in Slovenia, dove l’artista riposa dal 2000 a fianco della moglie Milojka, che lo aveva preceduto solo pochi mesi prima.

Accettura, in provincia di Matera, è attualmente un comune di 1.605 abitanti. «Spacal non l’aveva mai sentito nominare questo paese. E non sapeva neppure dove si trovasse» (p. 64). Ancora oggi, vi si celebra nel periodo della Pentecoste il Maggio, un rito propiziatorio che implica una sorta di matrimonio tra due piante, un cerro e un agrifoglio. Attorno alla Festa del Maggio, il paese ospita un Museo dei culti arborei, dov’è fra l’altro custodita una fotografia – la prima – scattata da Spacal durante il periodo del suo confino.

Fu in quel remoto borgo lucano che Spacal fu spedito al confino, in esito a una detenzione preventiva di sette mesi consumata tra le carceri triestine e Regina Coeli, risultato non imputabile per insufficienza di indizi nel processo del Tribunale speciale per la difesa dello Stato che emise quattro condanne a morte e sedici a varie pene detentive per cospirazione ai danni dello Stato.

Così Coccia racconta l’odissea di Spacal per giungere nel luogo che gli era stato assegnato, sabato 7 febbraio 1931. «Il viaggio per arrivare a Accettura, nel cuore della Basilicata, durò quasi tre settimane. Spacal – così ha raccontato lui stesso a Rai Storia – venne tradotto da città a città, da carcere a carcere, in vagoni cellulari agganciati a treni merci. Ogni vagone aveva 10 piccole celle, di 80 centimetri per 80, tutte in ferro. D’inverno si moriva dal freddo e d’estate si crepava dal caldo. Da Trieste venne portato a Venezia. Qui fu rinchiuso in carcere per due o tre giorni, in attesa di un nuovo vagone che fece tappa a Ravenna. Nuova sosta in prigione, in attesa del treno successivo con fermata Ancona. Insomma il tragitto si snodò lungo il mar Adriatico. Dopo tre settimane arrivò a Matera. Da quella città fino a Grassano percorse quaranta chilometri a dorso di mulo. Ammanettato e scortato dai carabinieri. Un viaggio lunghissimo, in pieno inverno. L’ultima tappa di 35 chilometri, quella da Grassano a Accettura, era stata la più dura. Le strade erano ghiacciate e in salita. Il paese, infatti, si trova a 770 metri sul livello del mare. C’era il rischio di cadere e finire in un burrone. Spacal protestò. Gli tolsero le manette e proseguì a mani libere. Gli ultimi tre chilometri furono i più ripidi. In paese gli rimisero le manette. Lo portarono nella caserma dei carabinieri, dal segretario del partito fascista, dal cavalier Pasquale Milillo, segretario comunale e dal podestà, cavalier Vincenzo Nota» (pp. 67-68).

Il confino, con le sue regole stringenti fatte di costrizioni, di orari e del divieto di uscire dal territorio comunale (il paese più prossimo d’altronde dista circa dodici chilometri) si configura come una sorta di prigione a cielo aperto. Ad Accettura, tuttavia, il giovane Spacal riesce ad ambientarsi: trova un locale in affitto, stabilisce un rapporto di lavoro con Rocco, uno dei falegnami del paese, che assieme ad altri lavoretti occasionali gli consente di raggranellare qualche soldo da inviare a Trieste. Poco a poco il confinato si integra: gli «sembrava di essere sul Carso. I contadini di Accettura erano uguali a quelli di Kostanjevica. La stessa fatica, lo stesso sudore. La medesima dignità, la medesima povertà. Anche il cibo era uguale, anche se cucinato in modo diverso: pane, pasta, patate, granturco, polenta, peperoni, fagioli, ceci… Ma anche le stesse tradizioni. Qui c’era il Maggio e sul Carso c’era la Majenca che, da secoli, si svolge in gran parte dei paesi sloveni» (p. 79). Questa o analoga considerazione, nata nei giorni e nelle nostalgie del confino, ha costituito la base per tanta parte della ricca produzione grafica e pittorica dell’artista triestino, dove si esercitò nei decenni che seguirono e quasi per l’intera produzione artistica di Spacal l’interesse per paesaggi carsici e per gli elementi antropici legati al lavoro nei campi, nelle officine e nei cantieri.

Il Maggio di Accettura
26 maggio 1931
Accettura, Museo dei culti arborei
foto di L. Spacal

Un episodio di toccante umanità riguarda un generoso lavoro di decorazione policroma di una piccola bara, per una bambina di quattro anni cui Spacal si dedicò la notte prima della consegna del piccolo cofano mortuario, destinato alla figlioletta di un contadino che non disponeva nemmeno del denaro per pagare quelle quattro assi di legno. «“Nessun quadro è stato apprezzato e ammirato come quella cassettina. Questo è stato il mio inizio, la mia prima opera”, ha raccontato Spacal. A quella cassettina colorata che smorzava il dolore di un padre e di una mamma disperati, avevano guardato tutti e tutti avevano ammirato quel piccolissimo giardino fiorito, custodito da angeli che avevano accompagnato la bambina verso un parco sconfinato e rigoglioso» (p. 94).

Era nata così una vocazione artistica che avrebbe accompagnato tutta la vita del giovane antifascista che all’indomani della liberazione dal confino (intervenuta grazie a un’amnistia concessa dal regime nel decimo anniversario della marcia su Roma, proclamata il 17 settembre del 1932) operò alacremente per dar corpo a quella vocazione, con la presentazione come privatista al Liceo artistico di Venezia che segnò l’avvio di una luminosa carriera. Il volume di Coccia prosegue nella narrazione della vita – segnata anche da nuove condanne al confino e da altre vessazioni del regime – e dell’opera di Spacal, come si è detto, fino alla fine della lunga vita dell’artista, apportando un’impressionante serie di dati, frutto di ricerche d’archivio, di colloqui e di interviste con i pochi testimoni sopravvissuti, ma quanto è avvenuto nel soggiorno coatto ad Accettura segnò sicuramente una svolta irreversibile nella vita dell’uomo e dell’artista che nel remoto borgo lucano trovò lo spunto umanistico che fu poi alla base del suo impegno creativo.

Veduta di Accetura
2019, foto di Anna Nicoletta Menzella