L’ULTIMA FALSITÀ
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso N.° 115 maggio 2025 | narrativa
di Fulvio Senardi

Diego Marani
Tra le molte angolature da cui si può guardare un libro, in questo caso il recentissimo romanzo di Diego Marani (L’ultima falsità, La nave di Teseo), quella qui scelta mette a fuoco l’intreccio. Approccio banale forse, ma che garantisce il massimo di chiarificazione. Dunque: Danilo Zanca, primo segretario dell’Ambasciata italiana nella Ville lumière decide di affidare ad uno psicoanalista la navicella periclitante della propria autostima; e il dottore, tanto nella veste di terapeuta (specializzato in casi di italiani a disagio in terra straniera perché troppo diversa dalle madre-patria) che di narratore, registra i loro incontri e li offre alla lettura in forma di libro: «non un libro scientifico», specifica, ma «una confessione di come, senza volerlo ma anche senza impedirlo, mi sono reso complice della rovina di un mio paziente». Una rovina, aggiungiamo, che è solo ipotetica o, meglio, che si traduce, prima che Danilo scompaia senza lasciare traccia nelle ultime pagine, in una serie di sintomi squisitamente psichici ma sicuramente reversibili: il passo incerto, il cappello messo alla rovescia, la difficoltà ad orientarsi in uno spazio che conosce a perfezione. L’inizio rimanda a Svevo: lo psicanalista fedifrago, il paziente con le movenze da Charlot, per quanto è maldestro e impacciato, un libro che in teoria non potrebbe esistere e tanto meno si dovrebbe leggere. Ma subito il racconto si allontana dal modello tracciato dal dottor S.: il frustrato diplomatico, convinto che all’ambasciata sia all’opera una congiura di cui è vittima, tessuta con la sola intenzione di sminuirlo agli occhi dei capi, e la cui spirale di discredito è lo stesso Zanca ad alimentare con la sua efficienza, dote che perturba le acque stagnanti dell’istituzione ministeriale (dove il quieta non movere è consuetudine secolare), sfoga il suo senso di emarginazione in una sfrenata mania affabulatoria. Chi conosce l’ambiente e quell’ambiente potrebbe forse dare dei nomi ai personaggi: operazione sicuramente plausibile, come fa sornionamente capire lo scrittore («ogni riferimento a eventi o persone reali è puramente casuale»), ma certo contraria alle regole più elementari delle buone maniere. Nulla dunque diremo. Se non che, ad ogni seduta, il terapeuta viene sopraffatto (e affascinato) dal profluvio di trame narrative che il paziente gli ammannisce, convinto che fama e ricchezza potrebbero un giorno derivargli dalla sempre più torrenziale (ma ancora solo in potenza) inventiva letteraria.
Da parte sua il medico cerca di scavare nel contesto familiare del paziente, cogliere i grumi oscuri, i traumi, per riportare il rapporto sui binari di una ortodossa psicoterapia, chiamando in causa la sfuggente figura di Maddalena, la moglie, che nei racconti del marito abita l’intero romanzo come un’ombra elusiva, una presenza sospesa ma sempre richiamata, che diviene reale (narrativamente parlando) in una sola, deludente occasione, quando lo psicoanalista la incontra a un vernissage all’Istituto di cultura. Ma è tutto inutile: il dottore che si illudeva di tenere in mano le redini del gioco, è invece coinvolto in una festa dell’affabulazione, dove è il “malato”, posseduto del demone del racconto, a farla da signore e padrone. Intervallati dalle riflessioni del terapeuta, che è convinto di dover fronteggiare una astuta e apparentemente inscalfibile “resistenza”, eccoci precipitati dentro le procedure, direbbe Manganelli, della letteratura come menzogna (quella cioè che non pretende, con gli strumenti del narrare, di dire la “verità” del mondo e di condurci ad essa) o se vogliamo, nelle peripezie del romanzo d’avventura, ristretto a poche per quanto brillanti battute. Dove però – quasi a smentire l’ipotesi di un qualsivoglia disturbo mentale – è assente ogni fantasia di compensazione e i contenuti manifesti e latenti hanno l’innocenza del puro piacere delle “storie”. In altre parole il “malato” non cerca risarcimento negli intrecci che propone, ma scatena una frenesia di racconto tanto felice quanto contenta di sé e la terapia, più che una strada verso la salute, finisce per apparire un inganno astutamente ordito per inchiodare il terapeuta a un ruolo passivo, quello del pubblico. E infatti il dottor M. (vogliamo chiamarlo con l’iniziale di Marani?) legge, o ascolta, irresistibilmente sedotto dallo storytelling dello Zanca, ora una vicenda della Russia medievale; ora un’avventura nordica che profuma inaspettatamente di sangria; e poi uno scorcio di storia gialla o supposta tale (perché cos’è un giallo senza colpevole e indagine?) e in cui si allargano, come sbavature di acquarello, allusioni ai racconti precedenti; quindi la breve cronaca del ritorno di Benvenuto nel villaggio da cui era partito per vestire la divisa, cinquant’anni prima e che, ritrovatosi in un ambiente ormai estraneo, cerca di fargli riprendere le forme di un tempo; e poi ancora una storia – anche qui un stringato medaglione – ambientata in Sudamerica; e infine un caso di spionaggio, con divagazioni e ramificazioni, che porta a Trieste e in Jugoslavia negli anni della crisi della Republika Federativna. Il tutto tinto di ironia, con un felice gusto dell’aneddoto che fa il paio con il beffardo piacere dell’opera incompiuta (la dolce tortura della finzione imperfetta in cui l’intelligenza del fruitore viene insieme stimolata e delusa, l’identificazione indotta e frustrata).
Sono pagine in cui Marani sceglie una strada di scrittura intesa al modo “postmoderno”, ovvero, per dirla con Calvino, di forme letterarie (nel Dialogo di due scrittori in crisi, 1961, si legge, per essere precisi, “romanzo”) che non vogliono né possono «più pretendere di informarci su come è fatto il mondo». Scompaginando la dialettica di racconto-realtà-verità, orizzonte estetico-epistemologico della narrativa realistica, si aprono le dighe all’intrusione dell’ironia, del gioco, della finzione divertita, del paradosso, della scrittura che vale per se stessa, voluta e goduta come un’esperienza autoreferenziale; pianta rigogliosa che sboccia sui detriti delle Grandi Narrazioni, in forme raffinate, aristocratiche, intelligenti, irridenti e prive di esplicite finalità politico-ideologiche se non quelle, ritorniamo a Svevo, di esaltare l’imprevedibile “originalità” della vita, con la letteratura intesa come beffardo protocollo dell’inaspettato. È la meta cui Calvino, dopo aver rivolto un gesto d’addio alla vecchia maniera con La giornata d’uno scrutatore del 1963, approderà con i grandi libri degli anni Settanta, dalle Città invisibili a Se una notte d’inverno un viaggiatore, atti fondativi di un corpus minoritario ma importante nella letteratura italiana di fine Novecento (qualche nome? Tabucchi, Baricco, ecc.)

Diego Marani
L’ultima falsità
La nave di Teseo, 2025
pp. 248, euro 19,00
Non c’è stato soltanto questo, è ovvio, nel torpido campo di giostra della narrativa italiana. Il realismo ha continuato a schierare i suoi pedoni, magari nella forma in apparenza dimessa della narrativa di genere (e ora trionfa nel “rosa” che spopola in libreria). Poi, all’inizio del terzo Millennio la riscossa della tradizione, secondo le forme di un realismo moderato, immedesimativo, pedagogico (se non paternalistico), in fondo “popolare”, cui la letteratura italiana è da sempre, nella sostanza, fedele, trovando la sua opera-simbolo, secondo qualche critico, in Gomorra del 2006 ed un suo ciclo rappresentativo, L’amica geniale, che esce qualche anno dopo. I due paradigmi trovano evidenza nel romanzo di Marani anche nel contrasto di forme tipografiche: in corsivo, gli scheletri di romanzi, il cuore “post-moderno” del libro, vie di fuga, nella sospensione del tempo reale, dalla stretta soffocante della vita vera; in stampatello la “cornice” realistica in forma di prologo ed epilogo, e con essi gli interludi psicoanalitici tra racconto e racconto; da bravo scrittore e intellettuale sensibile Marani ci ha restituito nell’implicito-esplicito dell’affabulazione la tensione tra queste maniere di narrare che è anche, non dimentichiamolo, una sfida epocale.
Il lungo epilogo – circa un quinto del libro – che inizia dal momento in cui «entro in scena io» (il terapeuta) «e prima di proseguire bisognerà dire meglio chi sono» (forse lo spazio narrativo dell’ultima falsità), ci presenta un uomo divorato dal desiderio di trasgressione, che si traduce in un atto di vandalismo in fondo innocuo (disegnare con lo spray il simbolo dell’anarchia sui muri dell’Ambasciata italiana di Parigi) ma che fa scattare una nevrosi persecutoria (l’ossessione di poter essere riconosciuto), attizzata dalle acute supposizioni dello Zanca che si atteggia ora ad investigatore. La narrativa come gioco, cifra espressiva dominante del libro, si ribalta qui, ma senza emanciparsi in una forma di realismo solido, in un “mondo vero” che però ha le forme di una divertita finzione, a metà strada tra un racconto giallo a bassa intensità ed una poco plausibile (a carico dello Zanca) vicenda amorosa. Con il sovrappiù di una dichiarazione di intenti da parte dello psicoanalista – fulmine a ciel sereno senza segni annunciatori – che proclama il suo odio alle “patrie”, visto che «nessuna idea al mondo è stata più mortifera dell’idea di patria», da sfidare in nome di un individualismo “immorale”, il cui significato viene ampiamente e cavillosamente discusso. A guardar bene, dietro il profilo del personaggio si scorge, nel rifiuto verso rigide appartenenze (il dogma della patria), qualche tratto dello scrittore come già, per certi versi, in relazione alle ambientazioni parigine e ministeriali. Chi entra dunque veramente in scena? Svolta sicuramente inattesa e che complica ulteriormente il diagramma già complesso di quest’opera.
Dopo tanto discorrere, è certo necessaria una sintesi conclusiva. Che non può che partire dal riconoscimento della capacità dell’autore di tenere fede al patto di lettura. L’ultima falsità si legge in effetti con piacere. Ma a guardare con una lente critica più sofisticata, si noterà come il romanzo venga temerariamente collocato sulla faglia di due idee di letteratura in attrito, e che sottoposto a tali forze in contrasto non sia sempre capace di tenere la rotta. La creatività senza briglie, tra enigma e sguaiata evidenza, tra ironia e ambigua offerta di immedesimazione (celebrando l’onnipotenza di una fantasia che scalpita e lievita in avventure temerarie) esita a muovere alla conquista dell’intero spazio narrativo e accetta perciò di darsi un confine di realismo, fragile ma condizionante. Un muro con molte crepe, rese più evidenti dalla conclusiva sfida al presente, debole tanto sul piano concettuale quanto narrativo, intorno al tema della patria, affrontato senza preamboli e fragili agganci nell’intreccio (la riflessione sugli italiani all’estero, spaesati e incapaci di orientarsi nel contesto straniero, esposta nella prima parte del libro). Il lettore comincia dunque a domandarsi (accetto smentite): anche il dottore ha iniziato a sragionare? Oppure, su contagio dello Zanca, si abbandona anch’egli al fascino dell’affabulazione e inventa episodi di trasgressione? È alla lente della verosimiglianza che dobbiamo affidarci per una comprensione più limpida, o lasciarci prendere dal gusto scapricciato del gioco letterario? Non aiuta il fatto che, nell’ora in cui viviamo e non solo ai miei occhi, il tema della patria susciti una catena di taciute (ma roventi) implicazioni: guerra, riarmo, democrazia, Italia, Europa, ecc. Argomento troppo serio, e ormai ferocemente discusso a livello europeo (penso a quello scrittore tedesco Ole Nymoen, 27 anni, che sta facendo scandalo avendo dichiarato che non prenderebbe mai le armi nemmeno per difendere il suo Paese), per lasciarlo cadere a fine libro e in una sezione del romanzo dallo statuto così decisamente ambiguo. Insomma, il romanzo conclude dove vorremmo iniziasse un più serrato confronto politico-culturale. Ma non facciamo fretta allo scrittore. Ha gli strumenti per riprendere, ed efficacemente, il discorso.
