L’UMANISTA IN PANNE di Giulia Scigliuzzo
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Il Time quest’anno è stato chiaro: il 2025, se potesse, dovrebbe incoronare gli architetti responsabili dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Person of the Year 2025 dedica, infatti, la sua copertina a Demis Hassabis (DeepMind), Sam Altman (OpenAI), Jensen Huang (Nvidia), Mark Zuckerberg (Meta), Elon Musk (xAI), Dario Amodei (Anthropic), Lisa Su (AMD), Fei-Fei Li (World Labs) e lo fa con un simpatico Photoshop che li vede ridenti e ben vestiti, al posto degli operai che hanno dato vita al 30 Rockfeller Plaza, protagonisti stanchi e inconsapevoli dell’iconica fotografia Lunch atop a sckyscraper di Charles C. Ebbets. Eppure, sono gli uomini ritratti da Ebbets e così facilmente rimpiazzati nella copertina del Time, ad aver dato vita al cuore pulsante di quelle stesse metropoli che oggi le dotte menti che si celano dietro l’AI possono chiamare “casa”.
Ed è proprio in quella massiccia casa oltreoceano che Open AI, la stessa creatura di Sam Altman, viene citata in giudizio per istigazione alla violenza. Succede in uno di quegli stati americani alla Truman Show in cui oltre all’attenzione meticolosa per l’erba del proprio prato non si immagina accadere granché d’altro. Un cinquantenne del Connecticut sembra essere stato assecondato da OpenAI nel turbinio delle sue paranoie, conducendolo a uccidere alla sua madre e quindi se stesso. Ma come si porta un algoritmo in tribunale? Ecco, per l’appunto: non si può! La sua natura numerica gli impedisce di avere intenzioni umane e dunque di poter essere imputata in un aula giudiziaria. Eppure, l’umanità intera sempre più dipende dal valore di questi sistemi intelligenti. A rivelarcelo è il giornalista Jonathan Lanchester che in un recente articolo del “London Review of Books” (Will the Ai bubble burst? N.25 dicembre 2025) sottolinea il patto, ormai vitale, stretto tra le aziende più grandi al mondo e l’intelligenza artificiale: dal futuro di questa dipenderanno infatti la vita o la morte dei capitali che tengono in piedi l’attuale mercato economico.
A rischiare di rimanere intrappolato sotto le macerie di un mondo ormai superato, c’è anche lui: l’umanista! In questo panorama, pur avendo tentato di rappresentare un’alternativa al grigio mondo tecnocratico, l’homme de lettres capitombola sui suoi stessi saldi principi. Lasciate alle spalle le sottili pagine dei venerati Meridiani Mondadori, abbandonate in un angolo le istituzionali copertine rigide dell’Enciclopedia Treccani, oggi l’istinto di sopravvivenza e rassegnazione sembrano obbligarlo a galleggiare tra risposte preconfezionate, dati pescati casualmente da un server e fonti di dubbia provenienza. Ma se l’umanista di oggi si adagia su un profilo basso ed una loquela da social, riuscirà ancora a tenere testa ad un William Shakespeare? Parrebbe di no, o almeno così crede il professore di filosofia della New York University ed editorialista del New York Times, Kwame Anthony Appiah. Dalle pagine di “The Atlantic”(The Age of De – Skylling, n. 26 ottobre 2025), il filosofo statunitense pone l’accento sul fenomeno del deskilling, una vertiginosa perdita delle competenze critiche nell’approccio ai testi. Si pensa infatti che gli studenti che usano la piattaforma “Gemini” di Google per cercare di riassumere più velocemente le opere Shakespeariane non riuscirebbero a leggerne neanche una pagina in totale autonomia. Lo ribadisce uno studio britannico (“Is AI making students less critical thinkers? Dr. Elizabeth Kaplunov, senior lecturer in Health, Dr. Athina Ntasioti, lecturer in Heath, 22 settembre 2025) del Regent College London che avrebbe riscontrato un intorpidimento nelle abilità di pensiero critico nei soggetti che ricorrono all’utilizzo dei software AI. La conferma arriva da un’indagine condotta dall’università di Oxford: sono circa il 61% i giovani che riconoscono di aver subito un’influenza negativa dell’algoritmo sul proprio apprendimento. (Oxford University Press, Teaching the AI – Native generation, agosto 2025)
Il paradigma rischia quindi di diventare disastroso. Nel giro di qualche anno c’è chi dell’intelligenza artificiale ne ha fatto una fidata compagna, un braccio destro su cui fare affidamento quotidianamente e perché no, all’occorrenza, anche su cui piangere. La questione si rivela faticosa da digerire se siamo disposti a riconoscere che la tendenza sia quella di affidarsi ad occhi chiusi e senza ripensamenti alle sentenze dell’ingranaggio, poco importa se per farsi svelare finalmente i segreti del famigerato Excel o se per simulare una seduta da un terapeuta senza volto. O impari il linguaggio dell’algoritmo o ne vieni assorbito in un batter d’occhio: questa sembrerebbe essere la parabola. Sarà per questo che una multinazionale di lunga tradizione come la Disney, dopo aver tentato di salvaguardare la propria identità con diverse azioni legali, ha scelto di correre ai ripari, stanziando un miliardo di dollari da investire – insieme alla propria storia – nelle tasche di OpenAI. Impossibile fingere che ciò non rappresenti un controsenso nella storia di una casa di produzione che è riuscita a rendere la creatività e la manualità artistica, pane per i denti dei propri collaboratori. L’intelligenza artificiale è diventata di fatto padrona di quella che è stata una rivoluzione artistica mossa da illustratori, bozzettisti e coloristi. Novant’anni fa Biancaneve e i sette nani rivoluzionò non solo il mondo dell’animazione ma anche quello del cinema, con il primo lungometraggio animato a colori. Forse però neanche l’Oscar vinto due anni dopo sarà sufficiente a conservare il ricordo delle mani, che pannello dopo pannello, si sono dedicate a dare forma a uno dei momenti mitici dell’immaginario delle generazioni future.
A questo punto c’è da chiedersi in che modo l’intelligenza artificiale abbia mutato il nostro approccio al ragionamento e alla creatività. Azzerando le possibilità di confronto e contradittorio, l’AI ci propone un risultato fatto e finito, per quanto spendibile, pur sempre riciclato dal grande bidone del mainstream. Al contrario, i ripensamenti, i fogli accartocciaci e le correzioni hanno sempre costituito un momento imprescindibile per la riuscita di opere che ancora oggi ci stupiscono. James Joyce e il suo monologo interiore ne sono un esempio perfetto. Viene quasi automatico domandarsi che fine farebbe la folle giornata dell’antieroe Leopold Bloom se data in pasto agli algoritmi che le case editrici oggi utilizzano per selezionare le nuove proposte. Dopo lusinghe poco credibili, probabilmente l’AI proporrebbe sommessamente se stessa per fornire una riscrittura più concisa e scorrevole. La replica dell’autore irlandese, per fortuna, non è data a sapersi. Per non parlare di Finnegans Wake, celebrazione per eccellenza della tecnica del flusso libero narrativo. La più intricata tra le opere joyciane lascia addirittura intravedere tra le sue pagine il solco stesso del processo di creazione. Perfino un “avanti!” pronunciato casualmente da Joyce durante la dettatura del flusso di coscienza e trascritto fedelmente da un giovane Samuel Beckett rimarrà parte integrante del testo, segno indelebile di come anche l’imprevisto sia un fondamento della natura umana.
