MADRE E FIGLIA INSIEME IN LIBRERIA
Elisa Grando | Il Ponte rosso n. 110 - dicembre 2024 | visti da vicino
Intervista a Francesca Tumiati sul suo primo romanzo, Un’allegria di troppo, e soprattutto su sua madre, Luisella Fiumi, autrice nel 1974 di Come donna, zero
Dopo la pubblicazione del libro «è stato come rinascere a una nuova stagione della vita»
di Elisa Grando

Una figlia e una madre che si ritrovano idealmente in libreria attraverso i loro due romanzi e si raccontano reciprocamente, come in una specie di campo e controcampo delle loro vite: è la storia di Francesca Tumiati, giornalista di costume e appassionata di astrologia, firma di una seguitissima rubrica dell’oroscopo sul settimanale IoDonna , e della madre Luisella Fiumi, milanese ma legata a Trieste dove visse in gioventù, giornalista de Il Piccolo e scrittrice negli anni ’70 di uno dei primi memoir femministi pubblicati in Italia, Come donna, zero.
Francesca racconta Luisella nel suo primo romanzo Un’allegria di troppo, edito da Feltrinelli, ripercorrendo le tappe di una vita segnata dalla depressione della madre alla quale lei, quasi per inconscia autodifesa, ha contrapposto un eccezionale entusiasmo, una leggerezza fatta di passione per la moda, amori, shopping e rossetti, un modo per conciliare la spinta alla vita con un dolore insanabile. Luisella, cinquant’anni fa, aveva raccontato Francesca, l’altra figlia gemella Anna e il marito Gaetano Tumiati nel libro Come donna, zero, che Neri Pozza ha rieditato in occasione dei 100 anni dalla nascita della scrittrice. Oggi la definiremmo “autofiction”: Fiumi descriveva con puntuto sarcasmo la sua vera famiglia, appena camuffandola sotto alcuni nomi cambiati come quello del marito “Bosi”, nella realtà il giornalista de La Stampa e Panorama Gaetano Tumiati. E mentre Anna era la gemella quadrata, quella capace di alzarsi di notte per allineare gli asciugamani, Francesca, la “Chicca”, era la “gemella ribelle”, quella che non capiva di matematica e non ricordava le capitali. Mentre Luisella scriveva pagine di secchissima, irresistibile ironia, nella vita la lotta contro la depressione, causata soprattutto dalla sordità che l’aveva colpita dopo una meningite, si faceva sempre più spietata, tanto da portarla a togliersi la vita quando le figlie erano solo ventenni. Lo leggiamo oggi in Un’allegria di troppo della figlia Francesca scoprendo anche come questo tremendo strappo ha inciso sulla sua vita emotiva, sul suo rapporto con gli uomini e con le amate tre figlie, sul suo modo di guardare il mondo. E scopriamo anche come Trieste, sebbene mai evocata nei suoi scritti, abbia avuto un ruolo fondamentale per la formazione di Luisella Fiumi.

Un’allegria di troppo
Feltrinelli, Milano 2024
pp. 144, euro 16,00
Francesca, cosa significa per lei riabbracciare idealmente sua madre in libreria, col suo primo libro vicino al libro più famoso di Luisella in versione rieditata?
«È la storia di una doppia rinascita, la mia e la sua. Ho voluto riportare al mondo mia madre: una mamma che si toglie la vita ti lascia dentro una porta che sbatte. Mentre scrivevo il libro si sono create anche nuove alleanze, come quella con mia sorella. Penso di aver detto la verità per la prima volta. Nel libro racconto anche i miei rapporti con gli uomini: sono sempre scappata per essere inseguita, ma è stato un fuggire doloroso. Sempre in balia dello spavento della perdita di mia madre che ha lasciato una traccia difficile da cancellare».
Nel suo romanzo scopriamo finalmente il legame di Luisella con Trieste…
«Trieste l’ho vissuta soprattutto nei racconti di mia madre, che dovevo sempre un po’ rapire. È nata a Milano ma è venuta a Trieste con la famiglia per il lavoro del padre, al Lloyd. Ci è rimasta otto anni, i suoi anni più felici. Parlava di Trieste come di una città amante: lei era nella bora chiara ma anche nella scura, purché il vento la portasse nel vortice della libertà. A Trieste ha preso due lauree, in Lettere e in Filosofia. Abitava in via Principe di Montfort, in quella che oggi è la sede dell’Università. Me la sono sempre immaginata giovane e carina, con i suoi vestiti a fiori, sul Molo Audace. Mi parlava dei bagni, del Pedocin, dove le donne stavano bene da sole: io mi stupivo, lei invece lo raccontava con grande entusiasmo. Mio nonno è morto giovane lasciando la famiglia in difficoltà economica, ma mia madre l’ha aiutata lavorando per Il Piccolo».
E così ha aiutato anche le sue sorelle…
«Aveva una sorella bellissima, Migia Fiumi, andata sposa a un americano. Tra gli innumerevoli corteggiatori spiccava un giovanissimo Herbert von Karajan, che ha vissuto per un certo periodo a Trieste. Migia aveva iniziato a fare l’attrice nel film di Francesco De Robertis del 1942 Alfa Tau!. Mia nonna, da “leonessa” terribile quale è stata, le ha poi impedito di fare un mestiere allora ritenuto svilente per una ragazza della borghesia».
Anche la sua passione per l’astrologia ha un legame con Trieste…
«Sì, inizia da Serena Foglia, triestina doc, bellissima e molto intelligente. Dopo la laurea ha sposato un facoltoso milanese ed è diventata un’intellettuale, fondatrice del premio letterario “L’inedito”. Aveva iniziato ad appassionarsi all’astrologia e io andavo da lei nella sua splendida casa in via Aurelio Saffi per capirne di più delle stelle. Lei mi regalò molti libri di astrologia cogliendo il mio talento e la capacità di intuire le persone guardandole in faccia. “Però peccato quel tuo Marte in pesci, perché è come se tu avessi la liana del talento che oscilla e tu non l’afferri”, mi diceva. Ho lasciato oscillare quella liana troppo a lungo, fino a quando mi è stato offerto di scrivere due pagine su IoDonna: l’ho fatto per passione. Ed è stato un successo che si è declinato anche su Instagram».
Come donna, zero è uscito nel 1974, quando lei era poco più che adolescente. Insieme alla sua famiglia lei ne era protagonista: l’aveva letto allora?
«L’avevo solo un po’ sfogliato. È difficile che un figlio adolescente legga i libri dei genitori. Ma lo leggo oggi e rido da sola. Mi commuovo molto nel ritrovare delle assonanze con mia madre. Nelle pagine finali del suo libro lei scrive: “Così le gemelle crebbero tardive ma allegre. Ed era quello che mi premeva di più (la loro allegria)”… Senza aver letto quelle sue parole, cinquant’anni dopo ho intitolato il mio memoir Un’allegria di troppo: c’è una clamorosa coincidenza tra l’aspettativa di allegria di mia madre e quello che racconto, anche la mia stanchezza nel gestire il ruolo del menestrello. E nella stessa parola che passa di madre in figlia si svela la poesia del nostro incontro».

Come donna, zero
Neri Pozza, Vicenza 2024
pp. 176, euro 15,00
Nel suo libro, parlando di lei bambina, racconta quasi un suo crescere per contrasto: la sua allegria esplosiva contro la depressione di mamma. Si definisce “Una bambina che usa gli esclamativi come posto di blocco per l’infelicità”…
«Mia madre con la scrittura sfiatava un senso doloroso del vivere. L’ha aiutata a sopravvivere, come il femminismo: penso alla complicità con Emma Bonino, con Margherita Boniver, ai collettivi che facevano in salotto».
Mentre suo padre, “con la flemma di chi calza il ruolo maschile come un loden”, come scrive nel suo libro, chiedeva se la mamma aveva preparato la cena. Lei come vedeva da ragazza il femminismo di sua madre?
«Provavo nei confronti del suo femminismo e delle sue amiche sensazioni quasi epidermiche: mi piacevano i loro capelli ricci, il loro fumare famelico, la loro vivacità. In realtà il femminismo lo detestavo: mia madre mi esortava a non pormi come donna oggetto, io invece mi vivevo come soggetto di una seduzione per incantare i ragazzi. Lei viveva con tre gonne ed era la regina del calvinismo, io coi primi guadagni compravo stivaloni e minigonne, puntavo sull’accumulo. Mia madre mi diceva di non fare la donna oggetto, io invece volevo essere soggetto di una seduzione per incantare i maschi. Come lei, però, anche io ero caduta nella trappola di un archetipo, seppure opposto. La vera solidarietà tra madre e figlia si è creata adesso attraverso la scrittura: lei è rinata a quarant’anni dal suo successo letterario e io, da esordiente, finalmente l’ho raggiunta».
Nel suo libro parla anche del rapporto con sua sorella Anna…
«Siamo state gemelle non uguali, ma sottoposte a un paragone continuo. Io ero la gemella tardiva, quella che ha camminato tardi, faticava a parlare, lei quella precisa, ordinata. Lei è stata presa sotto le ali di mia madre, io ero la preferita di mio padre. Un padre altissimo che con la sua voce mi dava un senso di protezione. Era l’inviato speciale a “La stampa”, e per me è sempre stato un pilastro. Ora dopo il libro con mia sorella il rapporto è cambiato, si è rinsaldato».
Lei e sua madre raccontate la vostra famiglia da punti di vista diversi, ma soprattutto con una scrittura molto differente…
«Mia madre è stata veramente una campionessa di “sprezzatura”, non nel senso di disprezzo, ma di nonchalance. È come se avesse tolto il cartellino del prezzo alle parole. Era diretta, incisiva, ironica. Era una scrittura molto diversa dalla mia, che invece è piena di metafore: ma quella sua ironia nascondeva il suo dolore. Cercava di unire le quattro donne che erano in lei. La madre, la casalinga, l’intellettuale e la scrittrice».

Ci sono nel suo libro immagini struggenti di sua madre che, nel tentativo di conciliare questi ruoli, cercava una sua distanza con il dado che bolliva in cucina, o trascinava il carello della spesa per strada guardando il cielo…
«Guardava il cielo alla ricerca di una fuga nelle rondini. Racconto anche che la spesa al supermercato con la sua amica Milly era come una fuitina, ne approfittavano per fumare e parlare».
Ma quell’ “allegria di troppo” che racconta era spontanea? O ha capito che era uno strumento per fronteggiare la depressione di sua madre?
«Nel mio libro parlo di Carmelatriste, la collaboratrice domestica che non compare nei racconti di mia madre ma è stata la tata che ho amato moltissimo. Carmela è stata per me la palestra dove imparare a fare il clown pur di strappare una risata a lei e a mia madre. Quella era la mia missione. Quando riuscivo a far ridere Carmelatriste, seppure con una risata roca e struggente, avevo vinto. E quindi potevo far ridere anche mia madre».
Ci sono state delle pagine più difficili da scrivere?
«Mi ha molto commosso ricordare di quella volta, a colazione in montagna, quando mia madre mi ha chiamata “la mia ape regina”. Mi ha fatto sentire importante. E poi confesso a mia madre che non avrei dovuto fare la giornalista di moda, non mi piaceva, non era il mio lavoro, ero distratta. Mi ricordo quando, durante un servizio fotografico ai Caraibi il fotografo, pancia a terra, mi urlava: “Non vedi che sul vestito c’è il cartellino del prezzo?”. E io pensavo: “Ma non ti sei accorto che io sono una foglia al vento?”. Mi sentivo così, alla deriva. È una pagina che ho fatto fatica a scrivere perché molti, nel mio ambiente, mi vedevano sotto una luce superficiale. Dopo il libro invece ho avuto riscontri di grandissima stima. Ed è stato come rinascere a una nuova stagione della vita».
