MARIN, LE SUE PAGINE SEGRETE

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Un volume a cura di Renzo Sanson per la prima volta pubblica ampi squarci di diari privatissimi e di lettere ancor più private

Tra i manoscritti di Grado, il cosiddetto “Bauletto di Pina” scoperto appena nel 2016, contiene lo straordinario carteggio di tutta una vita tra il poeta e la moglie

di Gabriella Ziani

Biagio Marin
I manoscritti di Pavia. I manoscritti di Trieste.
I manoscritti di Grado

a cura di Renzo Sanson
“L’Erma” di Bretschneider, Roma-Bristol (Usa), 2024
pp. LXXV + 365, euro 120,00

Il poeta incanta, l’uomo disincanta. Più grande il poeta, più ingombrante l’uomo? Il dilemma della critica sulla valutazione dell’opera in riferimento all’autore è succoso ma già archiviato. Sappiamo di Joyce tutto e fin troppo anche senza aver letto l’Ulisse, siamo trepidi e incantati come al cinema di fronte alla vita-opera avventurosa e/o dissipata di Hemingway – che pure finì suicida come molti suoi parenti. Ma chi tra i forse distratti lettori di poesia poteva aspettarsi un romanzo della vita così bruciante, pur nei suoi ristretti confini geografici, di quello del poeta di Grado, un Biagio Marin voluttuoso, infuocato di empiti “slataperiani” e pervaso degli incantamenti dell’epoca giovanile primonovecentesca (Nietzsche, Wagner), sotto la patina del sereno ed estatico cantore dei cieli e dei mari, dell’aria pura, dell’epifania miracolosa della natura che s’innalza fino a sciogliersi senza dubbi di rima in una panica lode a Dio?

Sembra che tutto di tutti sia stato già detto e più volte. E invece questa è una storia non solo nuova, ma stupefacente per l’alta e dolorosa spina che sta tra una riga e l’altra della mastodontica produzione del poeta Marin (Grado, 1891-1985), e che oggi viene squadernata in un volume che per la prima volta pubblica ampi squarci di diari privatissimi e di lettere ancor più private – ma ben tenute in serbo per i posteri, con la sola avvertenza che tutto fosse reso pubblico dopo la morte delle figlie, che molto avevano sofferto, e molto lo avevano avversato, per i patimenti inflitti alla madre con lucida determinazione: il poeta non diremo libertino, ma padronale assertore del suo inviolabile diritto a coltivare amori plurimi, innalzati – bell’alibi, direbbe qualche malizioso – a fonte della vitale ispirazione poetica, che nessuno doveva perciò contestare. Men che meno la dignitosa moglie Pina Marini, cui veniva concesso un grado minore di diritti, affaticata fin dalla gioventù (dal 1912) accanto a quest’uomo incantatore e dittatoriale rispetto alle proprie indiscutibili esigenze esistenziali, e morta forse anche di dispiacere per non essersi districata da un viluppo tortuoso e impari, fondato sulla legge di stampo patriarcale per cui il poeta aveva diritto di volare e la compagna era invitata ad accontentarsi che il gabbiano non avesse mai lasciato il nido, e avesse sempre procurato di che vivere. Un amore con dolore di tutta l’esistenza.

Biagio Marin e Renzo Sanson Grado, 1978
foto di Mauro Marocco

La “Pinola” aveva intessuto un rapporto dialettico col suo “Marino” già nei primi anni della giovinezza toscana, quand’era una brillante studentessa, e reclamava con enorme sforzo morale e intellettuale ciò che egli, con una retorica straordinaria e colta, le negò da bel principio mettendola sull’avviso: tu non mi cambierai, per stare con me devi raggiungermi. Le scriveva nel 1912, primi tempi della loro frequentazione: «Io sono libero come un uccello, come solamente l’uomo forte lo può essere. Sulla mia via non tollero inciampi, io devo navigare lontano, la mia finalità non è la donna, questa non è che un mezzo. Vuoi venire con me? Ebbene, naviga, ma non mi fermare. Se devo volgere altrove la mia rotta, dimmi addio e lasciami andare. Così sarò sereno, sempre sereno, altrimenti comincierò [sic] a sentire la gravezza della catena e soffrirò e vivrò tragicamente». E già allora la trasfigurò nel ruolo simbolico e smaterializzante di “madre”, e quando fu madre di quattro figli e molti nodi vennero, dolorosamente, al pettine, riconfermò quel dettato con una coerenza d’acciaio che fa stupire per la matura determinazione e preveggenza giovanile, non intaccata dall’esperienza e dagli anni: le riconfermò il ruolo, ai suoi occhi, di madre, radice e chioma, ma non linfa, della casa (Diari, 1968: «Pina, la madre, mi ha dato la famiglia, la casa e i figli, Rita la gioia della libertà amorosa, la gioia della ispirazione continua. è stata la mia musa e lo è ancora»). Così anche ad altre precedenti donne era spettato il ruolo superiore di muse generatrici di “poesia”. In un caso, quello dell’appena citata Rita Pasiani, si trattò di una relazione durata 26 anni, ma questa figura gentile alla fine riparò in più sicuri lidi sentimentali, ammaccata non poco per le briciole che aveva mangiato in una vita sempre ai margini, lasciando Biagio in preda a tormenti passionali, mentre la piangente Pina poggiava sul comodino lettere tanto tardive quanto inerti di gelido e offeso «addio per sempre», rischiando attacchi di cuore, come Biagio ben sapeva – e pure scriveva (Diari, 1970: «Pina s’è ammalata di “angina pectoris” per colpa mia», «Anche lei mi ha amato e per tutta la sua  vita, e mi ha assistito, e mi ha dato la Lella e Falco, e mi ha dato una casa, e cionondimeno io, per tutta la mia vita, ho amato altre creature»).

Biagio Marin e Pina Marini nella loro casa di Grado, circa 1968

È anche per questi aspetti di così forte caratura narrativa (una consapevole autobiografia), e per la trattazione accuratamente filologica dei materiali, che assume i tratti di un evento la pubblicazione per «L’Erma» di Bretschneider del volume di Biagio Marin, che contiene I manoscritti di Pavia (con poesie del 1970-’72 e 1982), conservati al Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei di quella università; I manoscritti di Trieste (primo e secondo quaderno n. 151, 1968-1972), custoditi all’Archivio degli scrittori e della cultura regionale dell’Università; e I manoscritti di Grado (dall’ampio fondo della Biblioteca civica) ove appaiono le pagine del “Bauletto di Pina”: il carteggio privato scoperto nella soffitta della casa di Grado appena nel 2016, una sensazionale miniera di migliaia di lettere, cartoline e telegrammi, mentre tra i corrispondenti appaiono – tra la preponderante massa di messaggi della coppia – anche Scipio Slataper, Giuseppe Prezzolini, Giani Stuparich, Guido Devescovi, cioè il gruppo brillante dei triestini che alla vigilia della prima guerra mondiale studiava a Firenze e gravitava attorno alla rivista La Voce.

A decidere la pubblicazione e a curare la complessa realizzazione – il libro ripropone in versione anastatica molte poesie manoscritte, e molte pagine del diario, ed è corredato da un gran numero di foto inedite – è stata la nipote del poeta, Alia Englen, figlia di Gioiella, una delle tre figlie di Biagio (il figlio Falco morirà in guerra nel 1943), affiancata dalla ampia e sapiente collaborazione del curatore Renzo Sanson che fin dagli anni giovanili è stato uno dei “figli d’anima” del poeta, suo interprete e rispettoso custode, e che nel 2014 ha pubblicato da Garzanti un’altra stupenda “chicca”, il carteggio botta-e-risposta di Marin con il suo prediletto allievo-amico Claudio Magris (Ti devo tanto di ciò che sono). Ma fondamentale è l’intervento della Soprintendenza archivistica del Friuli Venezia Giulia (Luca Caburlotto, Paolo Santoboni) che sta catalogando una parte importante dei materiali appena messi sotto tutela, di Gianni Cimador che qui si occupa del fondo triestino (Università), di Pericle Camuffo che traccia il ritratto di Biagio Marin.

«Ho progettato la pubblicazione di tre nuclei di manoscritti – scrive Englen nella premessa –, tra i più esplicitamente autobiografici di mio nonno perché volevo occuparmene personalmente seguendo una sua esplicita raccomandazione: che tutto quello che aveva scritto era pubblicabile, con un’unica remora: che le pagine relative alla sua vita più intima non fossero rese note prima della morte delle figlie». Siamo dunque indiscreti frugatori fra i cocci di una intimità? No, la porta ci è stata aperta dal padrone di casa, il cui “ego” era senza confini, come il mare che vedeva dalla propria finestra. Un’estroflessione senza schermi, una nudità schietta e senza veli, una scrittura rotonda senza pentimenti come si vede dalle anastatiche. Sempre lecito chiedersi se quanto uno racconta di sé sia il risultato – consapevole o meno – di un’alchimia tra vissuto e narrato. L’impressione è che qui poco spazio resti ai dubbi: l’uomo si confessa, anche a se stesso, con spietata crudità, parla (scrive) allo specchio senza mostrare mediazioni recitative. E dunque riesce scultoreo, e il suo “romanzo della vita” ci gronda addosso con carne e sangue, pertanto narrativamente potente.

Lo studio di Marin nella soffitta della casa di Grado

Scrive Renzo Sanson, che quel carteggio ha letto e studiato per intero: «Tornano in mente le parole di Giuseppe Petronio, indimenticato storico della letteratura: “Io non credo che sussista nessuna remora ‘morale’ alla pubblicazione di un inedito. Se uno l’ha scritto, poteva strapparlo, distruggerlo, invece di lasciarlo in balìa dei posteri”». E a proposito delle confessioni destinate al pubblico aggiunge Sanson: «Biagio Marin  certamente si è dato tutto, smisuratamente, soprattutto nei Diari, senza nulla nascondere di sé («peccati, peccati miei belli, di tutto cuore vi benedico»). Si è messo a nudo. Anche dal punto di vista passionale, amoroso, con la sete implacabile di un vampiro. Un istinto quasi animalesco che non poteva non condizionare i suoi rapporti con gli altri, in primo luogo quelli famigliari». In una piccata lettera del 1969, che sempre Sanson qui ricorda, Magris stesso lo aveva bacchettato: «Ti prego di ricordarti che non esisti solo tu, che al mondo non esistono solo le tue poesie e che dinanzi a certi doveri di carità quotidiana devono passare indietro anche Goethe e Leopardi. La sofferenza di Pina, per esempio, è più importante di un’opera omnia».

Marin era invece vorace, tenace, esigente, egolatra. Perfino la tragica perdita del figlio, l’unico maschio, vide i due coniugi su sponde separate. La madre correva per le stanze urlando senza potersi dar pace, il padre scriveva: a me ha messo voglia di avere un altro figliuolo. Come dice un famoso titolo delle sue raccolte poetiche, La vita xe fiama. E la fiamma brucia se nessuno la contiene o spegne.

Ma bisogna lasciare al lettore le tantissime scoperte che questo libro consente, dal punto di vista filologico, letterario, biografico, con un invito a non trascurare la dettagliata descrizione dei vari fondi archivistici, in particolare il Fondo conservato alla Biblioteca civica di Grado (migliaia di “reperti” di vario genere) di cui si occupa Paolo Santoboni, con la notizia che uno straordinario materiale fotografico di «almeno 8.000 pezzi» è entrato nella tutela della Soprintendenza che «ha autorizzato nel maggio 2023 e ammesso al contributo statale» l’attività di studio e catalogazione. L’incarico è stato affidato nell’agosto dello scorso anno e proseguirà fino all’ultimo pezzo. Ma materiali sul poeta sono sparsi anche altrove in Italia, e un altro lavoro in prospettiva sarà individuare, incasellare, mettere in relazione, così che un database unico consenta la complessiva consultazione.

Questa pubblicazione ha avuto un precedente nel 2023 con il volume curato sempre per questa casa editrice da Edda Serra, appassionata interprete e studiosa del poeta, scomparsa nel 2021, dedicato ai quaderni mariniani dal 1942 al 1944, anch’essi conservati all’Università di Pavia.

C’è solo un problemino, se vogliamo dir così. Il corposo libro (365 pagine più 74 in caratteri romani di informazioni librarie e una prima sezione di foto) non va in libreria. La nipote Englen l’ha distribuito a università, biblioteche, istituzioni. Per averlo, rivolgersi alla casa editrice (via Marianna Dionigi, 57 – 00193 Roma- tel. 06.6874127, all’attenzione di Alessia Francescangeli: alessia.francescangeli@lerma.it; order@lerma.it). Dopo la presentazione all’Università di Pavia, ne è in calendario una per l’8 aprile a Palazzo Coronini di Gorizia.