MASCHERINI, MARIN E GLI ALTRI

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Per iniziativa dell’Archivio Mascherini di Azzano Decimo pubblicato un importante volume che ricostruisce in particolare i rapporti tra i due artisti

Esaminate in particolare personalità e vicende a partire dal tormentato secondo dopoguerra triestino

di Walter Chiereghin

Marcello Mascherini e Biagio Marin la sera di San Biagio 1975
Foto di Mauro Marocco, Grado
(Archivio Marcello Mascherini)
rielaborazione grafica

è praticamente ancora fresco di stampa un importante volume pubblicato a cura di Francesco Bordin e voluto dall’Associazione culturale “Archivio Marcello Mascherini”, fondata su iniziativa della famiglia dell’artista, organizzazione che persegue finalità di promozione della conoscenza, dello studio, di diffusione e di catalogazione dell’opera dello scultore (Udine 1906 – Padova 1983). Il libro, edito da Silvana Editoriale, ha per titolo Marcello Mascherini e Biagio Marin. Fra arte e lettere, e contiene testimonianze di Giuseppe Appella, Claudio Magris e Renzo Sanson, includendo inoltre documenti originali, lettere e saggi critici affidati a tre studiosi: Cristina Benussi, Pericle Camuffo e Luca Pietro Nicoletti, un apparato iconografico di non comune rilievo e infine materiali per un’accurata biografia e biliografia di Marin e di Mascherini.

Il volume ha un antecedente in un’altra importante (e recente) pubblicazione: il volume collettaneo Marcello Mascherini: Uno scultore tra poeti e scrittori del Novecento, curata da Francesco Bordin e Alessandro Del Puppo (Forum, Udine 2025), che riporta i contributi presentati nel convegno svoltosi il 31 gennaio 2025 all’Università degli Studi di Trieste, che tratta di un tema poco esplorato, gettando luce sui rapporti tra lo scultore e i tanti letterati, poeti, scrittori, intellettuali, incontrati nella vita e nell’arte. Da Giuseppe Ungaretti a Biagio Marin, da Gillo Dorfles ad Alfonso Gatto e Vanni Scheiwiller, da Dino Buzzati a Enzo Bettiza, oltre naturalmente alla cerchia degli amici triestini: Silvio Benco, Lina Galli, Anita Pittoni, Giani Stuparich, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Stelio Crise, Manlio Malabotta, Sergio Miniussi, Fulvio Tomizza e molti altri.

Il libro del quale parliamo, rispetto a quello edito da Forum, fin dal titolo pare lo sviluppo per approfondimento del volume che lo ha preceduto, e fin dal titolo (ma anche dalla presenza tra gli studiosi di Pericle Camuffo, molto attivo in seno al Centro Studi Biagio Marin, già negli anni della gestione di Edda Serra, e autore di molte pubblicazioni sul poeta gradese) pare assegnare a Marin il ruolo di deuteragonista dell’intero volume. In effetti è così, ma solo in parte. dal momento che fatalmente i due artisti richiamati dal titolo si muovevano all’interno di una fitta rete di intellettuali che intrecciavano con i due discorsi, idee, progetti  ed osservazioni critiche.

Marcello Mascherini e Biagio Marin
Fra arte e lettere

a cura di Francesco Bordin
Silvana Editoriale, 2026
pp. 352, euro 35,00

«Siamo partiti da un gruppo di lettere, dieci per la precisione, che l’Archivio conserva» racconta Bordin l’11 giugno, presentando il libro alla Galleria Regionale d’Arte contemporanea Luigi Spazzapan di Gradisca «dieci lettere di Marin a Mascherini, scritte fra il dicembre del 1962 – quando la moglie cinquantenne  di Mascherini viene a mancare – e il 1976». Si tratta di un carteggio asimmetrico perché, continua Bordin: «Marin era sostanzialmente un grafomane, mentre Mascherini era riottoso nell’adoperare la parola e ancor più carta e penna». Attorno a questo primo nucleo epistolare, seguendo il filo del rapporto del poeta con lo scrittore, si è potuto anche attingere ai diari di Marin, approfondendo – anche se ancor più in maniera asimmetrica – la conoscenza di quanto fosse intercorso tra i due, nella lunga profonda amicizia ricostruita analiticamente nel contributo saggistico apportato da Cristina Benussi alla redazione del volume.

A dare una testimonianza cogente dell’intensità del rapporto intercorso tra i due artisti è una lettera di Marin scritta alcuni giorni dopo la serata di San Biagio (celebrato il 3 febbraio) del 1972, assieme agli amici del Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste. In essa, non a caso citata da Camuffo nell’incontro pubblico di cui si è detto, il poeta scrive tra l’altro: «La sera di San Biagio tu mi hai detto parole che sono state il più grande dono che mi è stato fatto nella giornata […] Mi hai detto che nella tua vita intima io sono stato a mia volta un principio di fecondazione, una realtà di vita. Di più non potevi dirmi, di più non potevi darmi. […] Tutti e due abbiamo sofferto, per tutta la vita, il dubbio profondo del nostro valore, della nostra realtà. Abbiamo operato con tanta fede nella verità della nostra vita, eppure nel contempo, nel dubbio e nella disperazione. Ci rende fratelli questo intimo dramma, che è la premessa di ogni vera vita di artista. E quel dubbio e quel dramma costituiscono la nostra nobiltà. Ad esso opponiamo l’affermazione di sempre nuove opere. E in questo pure è la nostra salvezza. Tu sei ancora giovane, Marcello, nei miei confronti, e molto puoi ancora trarre dalla tua anima. Fallo tremando della responsabilità. Anche io che ora mi avvicino alla fine, sempre più acquisto coscienza della responsabilità del nostro operare» (pp. 130-131).

Marcello Mascherini nello studio di Trieste
18 agosto 1960

Foto Omnia di Ugo Borsatti
(CRT/CMSA)

Si tratta di una considerazione in qualche modo riassuntiva del rapporto tra i due, che pure era destinato a durare ancora molti anni, offrendo ai due molteplici occasioni di incontro. Per esempio all’interno dello stesso C.C.A., del quale la sezione letteraria era affidata a Marin e quella artistica a Mascherini, che in più occasioni, anche in quella stessa serata, offrirà all’amico suoi lavori, che Marin contraccambierà con interventi scritti (non in versi, non risultano poesie create per lui), ma in lettere di pari intensità di quella citata, o in interventi critici, uno per una mostra del ’67 e una dell’anno successivo, quando il poeta prende posizione circa lo “scandalo” che aveva provocato il Guerriero di Mascherini, la scultura del Monumento al combattente di Largo Riborgo a Trieste (cui il volume dedica un intero capitolo, alle pagine 166-183), oltre ovviamente a centinaia di incontri informali tra i due amici.

La considerazione di Marin circa l’attività creativa dell’artista è meno entusiastica di quanto rivelano le occasione pubbliche e le lettere. In una pagina di diario del 4 dicembre del 1956, per esempio, annota: «Ieri sono stato a vedere una mostra di statue di Mascherini nella Galleria comunale. Mascherini non è un grande poeta, ma un grande artigiano con l’intelligenza dell’arte. Nei suoi lavori forse non c’è niente di originale nel senso dell’invenzione; ma il suo mestiere è sicuro in tutte le situazioni. Per questo finisce per persuadere. Comunque io dalle sue opere ho avuto sempre gioia» (p. 192). La nota prosegue poi con un paragone tra il successo e il riconoscimento tributati agli “artigiani” rispetto alla scarsa considerazione del pubblico per il lavoro dei poeti: «i grandi musicisti, i grandi pittori, i grandi architetti trovano più facilmente consentimenti, non i poeti. Qui a Trieste Mascherini, lo scultore, conta qualche cosa; ma Saba, il poeta è inesistente, ma Giotti è ignorato. Non parlo poi di me, che per ragioni estrinseche forse sono più conosciuto di loro. il poeta è davvero un santo. Ed è strano che mai si sia valutato il martirio della solitudine, il disinteresse supremo della sua opera, anche quando ha l’illusione di offrirla agli uomini» (p. 192). Certo, come osserva Camuffo nel commentare quella pagina di diario, Marin non è un critico d’arte, non ha mai inteso esserlo, ma seguendo alcuni autori con vivo interesse, ha sempre cercato nelle loro opere la poesia, l’arte dev’essere rivelazione di verità, cosa che continuerà a fare anche nei confronti di Mascherini, senza mai cambiare realmente la sua valutazione, in quanto le sue idee sulle arti figurative – e non soltanto su quelle – sono il portato di una cultura e di una sensibilità di stampo ottocentesco, che certo non gli poteva facilitare l’accesso consapevole alle sperimentazioni delle avanguardie che, nel momento in cui scrive la pagina di diario citata e ancor più in seguito, operano con vivace assiduità in Europa e nel mondo da oltre mezzo secolo.

Marcello Mascherini
Ritratto di Biagio Marin
anni Sessanta

Benché tra i due amici non risultino esserci mai stati contrasti nemmeno su questo delicato argomento, né meno che mai mancanze di rispetto, è opportuno considerare che alla fine del 1956 – data, ricordiamo, di quell’appunto di diario – era relativamente poco conosciuto come poeta, mentre l’altro era già un artista solidamente affermato anche a livello internazionale, il che, almeno in parte, giustifica le considerazioni del poeta gradese.

Il volume del quale stiamo parlando non si esaurisce certo in quanto raccontiamo in queste succinte noterelle, né nella ricostruzione e nell’analisi del rapporto pure importante e profondo tra i due artisti che nel libro occupano una posizione di privilegiato rilievo. Tra i comprimari di quel nucleo essenziale di cui il volume si occupa figura certo anche la città di Trieste, dove Biagio Marin ha lavorato dapprima come insegnante e poi come bibliotecario nella sede delle Assicurazioni Generali dal 1942 fino alla data del suo pensionamento, nel 1956, e nel capoluogo giuliano ha stabilito relazioni e collaborazioni con personalità che certo avrebbe avuto maggiore difficoltà a incontrare e frequentare nella sua Grado. I testi e il ricco contenuto iconografico del volume si dilata a fornire indicazioni anche di altri personaggi, tutti in qualche misura – anche quelli residenti e operanti altrove, come Alfonso Gatto e Vanni Scheiwiller – ruotanti attorno alla realtà giuliana degli anni a partire dal secondo dopoguerra, con Trieste sotto amministrazione anglo-americana fino al 1954, animata della pressante necessità di affermarne la sua appartenenza alla neonata Repubblica Italiana, istanza che certo costituì la spinta e il presupposto per la creazione del Circolo della Cultura e delle Arti, voluto da Giani Stuparich e supportato da tutti o quasi i personaggi che si muovono sul palcoscenico del libro, ciascuno dei quali meriterebbe approfondimenti funzionali a un’ancora maggiore esplorazione del fitto reticolo di relazioni con artisti e intellettuali che circondava Mascherini, fornendo allo scultore stimoli e sollecitazioni che sicuramente potranno essere individuati anche nel suo lavoro di abile artigiano, come avrebbe detto Marin. Oppure nella sua poetica, come invece preferiamo pensare noi.

Marcello Mascherini Estate
1936
esposta nella mostra ai Sassi di Matera, nel 2004
(Archivio Marcello Mascherini)