NELLA MUSICA DI PATRIZIA VALDUGA
Francesco Carbone | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | poesia
di Francesco Carbone
Ehi, direttori! io vi denuncio
per vilipendio della letteratura.
(Patrizia Valduga, Il libro delle laudi)
Dopo aver letto Lacrimae rerum (Einaudi 2025), ciò che sento per Patrizia Valduga è il disegno qui sopra. Quanto segue è una coda di lucertola che si può anche lasciar perdere.
Intanto: che fortuna avere il lusso di scrivere gratis di poesia per un mensile di cultura, invece di farlo da «gazzettiere» (Carmelo Bene) che di corsa deve sbrigarsi a liquidarlo, fingendo che avere a che fare con un poeta sia una cosa educata, il segno di un’intimità paciosa – quando dire poeta da almeno duecento anni è come dire tigre siberiana: in tutta la Terra ne sono rimaste trecento. Mentre i supermiliardari, quelli più ricchi e potenti di intere nazioni, sono tremila: sempre pensato che guadagnare un milione sia molto più facile che scrivere un buon sonetto.
Io non sono un poeta, sono un lettore. Noi lettori di poesia siamo molto più rari di quelli che si autocertificano poeti, che in Italiapare siano tre milioni. Però un editore che si vede proporre un libro di poesie oggi bestemmia come la mamma di Baudelaire: immagino che sia tipico dei poeti contemporanei non leggere neppure se stessi. Io leggo soprattutto Dante e Cavalcanti: non ho un motivo razionale per spiegarlo, è solo successo così.
Ho letto e riletto tutti i libri di Patrizia Valduga (soprattutto Donna di dolori, Requiem, Belluno, le due serie di Quartine, la traduzione del Riccardo III di Shakespeare). Ovviamente non so cosa sia la sua poesia. Posso solo dire qualcosa sulla mia relazione con la sua poesia, la sarabanda di forze che si crea tra i sui versi e quello che sento: in questa fedeltà, niente di stabile, tanto meno di universale. Ma la fedeltà credo sia il contrario della pura ripetizione dell’identico.
Per Il Ponte rosso posso prendere molto tempo per provare a scrivere il mio esercizio di ammirazione per Lacrimae Rerum. Per questo, tutti i libri di Valduga da giorni sono sul tavolo della cucina. Li compulso, mi lamento con me stesso di quanto abbia dimenticato, penso anche che dimenticare è un bene; prendo appunti sia a mano che sul pc, penso al mio brogliaccio anche quando faccio altro, parlo di Valduga con qualche persona cara. Se poi, com’è certo, il risultato sarà modesto, non potrò dare la colpa al tempo, e neppure a Donald Trump.
Non ho mai letto una recensione, ma neppure un saggio – a meno che fosse specifico e quindi arido – su un libro di poesie che faccia sentire la metrica. Questo dovrebbe essere assurdo. Eppure, a dire che la metrica è stupenda (se la poesia interessasse davvero a qualcuno) si farebbe la fine di quel ministro che disse che «le tasse sono bellissime».
Valduga non scrive versi liberi: scrive endecasillabi («Venite, endecasillabi, venite! / Cercate ancora diligentemente…», Libro delle laudi, 2012). Farlo sentire sarebbe una cosa da puzza sotto il naso? E mi chiedo: cosa, per noi italiani, che sia fatto bene, con sapienza e attenzione, non suonerebbe comunque elitario a tutti gli altri? Facile che sia così dappertutto.
Ma non dev’essere per forza così. Aver messo in scena Shakespeare gratis per tutti i newyorkesi in Central Park sarà stato tutto tranne che elitario. Giusto trent’anni fa, Al Pacino girava Riccardo III, che è un film-documentario sulla messa in scena – vedi la coincidenza – della tragedia di Shakespeare che Valduga ha tradotto. E il più grande cruccio di Al Pacino non è stato come truccarsi, o i costumi, o i luoghi, o il cast: è stato come recitare bene il pentametro giambico. Per questo è andato a chiedere a chi sa: Vanessa Redgrave, Kenneth Branagh, Oliver Reed… Perché Al Pacino non voleva «rovinare la metrica» di Shakespeare. E rovinava la metrica, rovinava il film.
Valduga ha tradotto il pentametro giambico in endecasillabi bellissimi: se ho contato bene, ci ha messo 23 anni e penso che sarebbe bello che qualcuno glielo riconoscesse: quando Manganelli tradusse i racconti di Poe, Calvino scrisse che così avevamo un nuovo capolavoro della letteratura italiana: lo stesso per me vale per la sua traduzione di Riccardo III. Quando Calvino lo scrisse su Repubblica, esistevano Calvino, Manganelli, Repubblica e le recensioni; adesso le recensioni le scrivono i giornalisti soprattutto per i libri di altri giornalisti, e Repubblica non sa di niente da anni. Repubblica in Italia è morta, le recensioni sono morte in tutto il mondo.
Eppure «nulla è sicuro, ma scrivi» (Traducendo Brecht, Franco Fortini). Allora ridico che sono certo che la questione della metrica sia bellissima e ineludibile per una lettura all’altezza di Patrizia Valduga. La metrica è la musica, la parafrasi è una congettura sul libretto. Per il libretto Franco Maria Piave può bastare, per la musica ci vuole Verdi. Nella migliore delle parafrasi ci sarà tutto tranne l’essenziale (così Come diceva Gustav Mahler degli spartiti). Eppure a scuola gli studenti si spremono dai cervelli esausti soprattutto parafrasi, foss’anche di «M’illumino d’immenso». Quando insegnavo, la richiesta che terrorizzava di più i miei studenti non era la marchetta della parafrasi, ma Leggi! – Perché quasi tutti quelli che scrivono e parlano di poesia non le sanno leggere? (Come saper parlare di sesso e non saperlo fare).
Ci sono sui giornali di carta e in rete moltissime recensioni di Lacrimae rerum. Recensioni morte. Su Patrizia Valduga Google spiattella 14.200 risultati, e su YouTube c’è lei. Se questo vuol dire che Valduga è famosa, temo c’entri poco o niente non solo la metrica ma la cultura: «Non si sa più cos’è la cultura, / perché la fanno solo i giornalisti» (Libro delle laudi, 2012); «E lo strazio dei pezzi “culturali”… / Non è più critica, è criticheria, / l’insipienza che dà colpi mortali / alla letteratura, alla poesia» (Belluno, 2019). Alla poesia, quindi alla musica, e cioè alla metrica.
Rileggo una delle mie quartine preferite di Lacrimae rerum:
Sempre prima del tempo, o dopo, sempre…
per poi non esser più, mai più, per sempre.
Ma sono stata, almeno qualche volta?
Mi sono seminata e mai raccolta.
Almeno nel mio caso, quello che sento è persino prima di quello che comprendo. Qui un adagio di barcarola; con il ritorno di sempre, di più, con gli echi delle rime baciate… In realtà, i suoni di SEMPRE, come atomi colorati di un caleidoscopio, si srotolano avanti e compongono altre parole, ed ecco i primi due versi della quartina: «SEMPRE PRiMa dEl tEMPo, o doPo, SEMPRE… / PER Poi non EssER Più, mai più, PER SEMPRE»…
Resto incantato non dal cosa ma dal come. il come è la cosa.
Sempre è all’inizio e alla fine del primo verso (si dice epanadiplosi, ma l’importante è accorgersene) e sempre chiude il secondo verso, quindi la prima metà della quartina. Sempre è la parola rima. E nel mezzo del secondo verso, come nel Corvo di Poe, si ripete più: «non esser più, mai più…». In «non esser più» ci sono quasi tutti i suoni di «sempre»: ESSER Più… SEMPRE:
SEMPRE PRiMa dEl tEMPo, o doPo, SEMPRE…
PER Poi non EssER Più, mai più, PER SEMPRE.
Poi il tempo e il colore cambia. Il terzo verso inizia con un’avversativa: Ma… (questo Ma è anticipato dal ma di «mai più…»). Nella mia mente e nella mia voce che sta ridicendo a fior di labbra, nei primi due versi c’è una musica in minore in cui appare solo due volte la luminosa A (e sempre nella sillaba MA: «Sempre priMA», «MAi più»).
Negli ultimi due versi, invece, cinque A già nel terzo verso; e quattro A nel quarto; per di più concentrate tutte nelle ultime sei sillabe! E poi: non c’è solo la rima baciata (sempre in TA) tra volTA e raccolT A; c’è anche la rima interna tra stATA e seminATA!… (e in SeminATA tutti i suoni di STATA).
MA sono sTATA, ALmeno quALche voLTA?
Mi sono seminATA e MAi raccolTA.
Questa quartina – questo improvviso? – a me pare evidente che abbia due tempi, che il primo sia in minore e il secondo in maggiore. Allo stesso tempo, il significato irrisolto smentisce la danza luminosa delle A di «mi sono seminata e mai raccolta» (non ho mai capito perché Rimbaud trovasse la A nera, se non per surrealista spirito di patata). Seminata e raccolta fanno un’antitesi. Petrarchismo di Valduga? Già nell’introduzione a Medicamenta e altri medicamenta (1989) Luigi Balducci scriveva: sì, «ed è anche il petrarchismo dei petrarchisti ma tagliato dai lazzi sconci dell’antipetrarchismo». – Dante: non c’è contraddizione da cui strenuamente non cerchi di liberarsi. Petrarca: non c’è contraddizione che lui inguaribilmente non sia.
Rileggo dimenticando tutto questo:
Sempre prima del tempo, o dopo, sempre…
per poi non esser più, mai più, per sempre.
Ma sono stata, almeno qualche volta?
Mi sono seminata e mai raccolta.
Se si legge così tutto Lacrimae rerum si gode molto.
