PALINSESTI 2024

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A San Vito al Tagliamento una rinnovata rassegna che, tramite mostre ed eventi, propone suggestioni e riflessioni sulla ricerca artistica attuale

di Giancarlo Pauletto

Roberto Kusterle Cartacei
stampa fotografica ai pigmenti su carta cotone, (2019-2022)
74×90 cm
© Roberto Kusterle

«Giunta alla diciannovesima edizione, la rassegna Palinsesti 2024 si rinnova. Alla formula consueta che vede una serie di mostre temporanee diffuse in più sedi espositive del centro storico del Comune di San Vito al Tagliamento, infatti, si affianca Palinsesti Festival: due giorni di incontri e conferenze per riflettere su temi del contemporaneo e della ricerca artistica attuale» e inoltre, come si specifica subito dopo, ci saranno «tre workshop aperti al pubblico organizzati dall’Accademia di Belle Arti di Venezia, che da quest’anno si affianca all’Università di Udine nella progettazione della manifestazione».

Ecco in stretta sintesi, e con le parole di Luca Pietro Nicoletti, curatore generale dell’evento, le novità che riguardano la quasi ventennale storia di Palinsesti a San Vito al Tagliamento, prosecuzione della precedente serie di manifestazioni d’arte denominata Hic et Nunc e curata per molti anni da Angelo Bertani.

Poi sappiamo che a San Vito non c’è stato e non c’è solo questo, ma una programmazione di esposizioni che dura praticamente tutto l’anno e che coinvolge artisti più o meno giovani, del territorio e no, facendo di questo centro della Destra Tagliamento il più virtuoso comune “d’arte”, noi crediamo, di tutta la Regione Friuli Venezia Giulia, a non voler estendere ulteriormente i  confronti.

Impossibile qui parlare di tutti gli eventi che hanno coinvolto studiosi artisti e pubblico, ci soffermeremo sulle mostre che abbiamo visitato, purtroppo non quella intitolata Paesaggi umani a San Vito, mostra fotografica degli studenti dell’Accademia di Belle arti di Venezia che non siamo riusciti a vedere.

Essa era allestita al piano terra del cosiddetto Castello e curata da Gianni Gosdan.

Intendeva riportare all’attenzione e – come recita il comunicato stampa – riflettere sull’estetica della fotografia in posa, caratterizzata da tempi lenti e riflessivi, in un contesto, dominato dalla foto attraverso cellulare, che sta perdendo questa tradizione, pure ricca di risultati straordinari.

Al vecchio Essicatoio Bozzoli di San Vito, per l’annuale ricognizione sull’attività degli artisti presenti nella collezione Punto Fermo – nella quale San Vito espone opere d’arte contemporanea raccolte lungo gli anni delle sue attività – è ospitata la personale di Roberto Kusterle, curata da Antonio Garlatti.

L’artista goriziano propone al pubblico un ampio repertorio di lavori, spesso inediti, tratti dalla serie intitolata Cartacei, realizzata tra il 2019 e il 2022.

La mostra, molto suggestiva e talora inquietante, si giova anzitutto di un ottimo allestimento che, nel vasto spazio in cui è inserita, rimanda continuamente da un’occasione tematica all’altra, permettendo di cogliere, anche attraverso l’impatto visivo, una propensione essenziale del lavoro di Kusterle, che è quella di sottolineare l’indefinita possibilità che il corpo, e non solo il corpo umano, ha di “significare”, cioè di essere assunto nell’emozione, e quindi nella riflessione, di chi guarda.

L’osservatore è invitato a misurarsi con atteggiamenti e vestimenti che escono dalle attitudini quotidiane e continuamente rimandano ad un’ulteriorità, a ipotesi di vita fondate su altro che non sia il feriale utile che ci muove.

Con una sensibilità attentissima ai toni, alle sfumature, a passaggi visivi che alludono al misterioso e anche, direi, al “sacrificale”, accennante ad una più o meno occulta sofferenza.

Ciò che ci sembra verissimo pur quando l’occasione tematica è quella della vita animale, che diventa una sorta di vita aliena, un’esplorazione dell’ignoto.

Silvio Wolf Black and Blue
duratrans e plexiglass in light box auto-portante, 2009
120x190x20 cm
© Silvio Wolf

Nell’antico Ospedale di Santa Maria dei Battuti è presentato il progetto espositivo del milanese Silvio Wolf I nomi della luce. Rivelazione e Occultamento dell’immagine, curato da Alberto Vidissoni.

Si tratta di una installazione ambientale pensata precisamente per quel grande e storico spazio, compresa la Torre Scaramuccia.

Il suo senso si può dire con le stesse parole di Wolf: «Nel mio lavoro il luogo, l’occasione e la circostanza sono fondamentali».

In altri termini, gli spazi che l’operatore occuperà sono essi stessi l’origine e il suggerimento dell’opera.

Perciò l’Ospedale dei Battuti è diventato un percorso attraverso il quale si esprime una sorta di itinerarium mentis verso il “sacro”, inteso come “presenza” e nello stesso tempo “assenza”, ciò che non è contraddizione se si intende il sacro per quel che esso è sempre stato nella storia e nell’esperienza umana, aspirazione ad una totalità tanto presente, quanto, proprio perché aspirazione  alla totalità, irraggiungibile.

Questa tensione si rende palpitante, a nostro parere, soprattutto nei, chiamiamoli così, “monoliti fotografici” del secondo piano: di coinvolgente presenza, essi metaforizzano benissimo una sorta di accessione all’altrove, all’ignoto, ciò che sembra essere l’intento di tutto il lavoro di Wolf.

E si concorda facilmente con le parole finali dell’intervento di Luca Pietro Nicoletti, quando dice che il lavoro dell’artista «non dà la fredda impressione di un’ipotesi filosofica dispiegata in forma di immagine… L’apparizione, in fondo, prende forma nello spazio intenso e dilatato dell’emozione».

Andrea Kvas e i bambini delle scuole dell’infanzia “Gianni Rodari” e “Don Antonio D’Andrea”
di San Vito al Tagliamento Miriade
acrilici e resine acriliche su tavola, 2024
© Michele Tajariol

Al primo piano del Castello è ospitata, per la cura di Giada Centazzo con Michele Tajariol, la personale di Andrea Kvas, artista triestino che vive lavora a Milano.

Kvas è il vincitore della quindicesima edizione del Premio In Sesto con l’opera dal titolo Miriade.

Va qui ricordato che il premio è assegnato al progetto artistico che riceve più voti dalla giuria degli spettatori, il quale progetto viene poi realizzato e collocato in un luogo pubblico della città, quest’anno presso l’Auditorium civico H. Zotti, spazio polifunzionale destinato a varie attività culturali e aggregative.

Kvas ha definito tavole di grandi dimensioni, frutto dei laboratori da lui condotti nel mese di giugno con i bambini delle scuole d’infanzia Gianni Rodari e Don Antonio D’Andrea, secondo una prassi spesso seguita, che si avvale del lavoro e della fantasia dei piccoli in un’ottica di compartecipazione e di coautorialità, con risultati, va detto, di grande varietà e sontuosa decorazione, all’interno di un gioco cromatico ben memore di tutta la storia della pittura informale.

Sottolineata, questa coautorialità, dalla presenza di un’ottantina di nomi di ragazzi nella didascalia dell’opera – non per nulla intitolata Miriade – con Kvas collocato nel suo preciso posto alfabetico, tra Fatima Karamoko e Amelia La Penna.

Se possiamo aggiungere un commento personale, diremo: «Ben fatto!».