PAOLO DEL GIUDICE

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La bella vita del critico d’arte / 54

di Giancarlo Pauletto

Paolo Del Giudice, Barocco
1993, olio su tela

Ho conosciuto Paolo Del Giudice (1952 – 2025) quando, sono ormai più di vent’anni, mi inviò un catalogo che vidi con attenzione, conoscendo allora di Paolo l’esistenza artistica, ma non il lavoro, di cui avevo visto solo, e casualmente, qualche riproduzione.

Quel catalogo bastò a rivelarmi un pittore di grande levatura non tanto per una capacità esecutiva che sembrava superare facilmente ogni difficoltà, ma più perché ogni pittura appariva implicata in una continua riflessione sull’umano: mai semplicemente – per quanto raffinatamente – appagata di se stessa, sempre invece presa in una sorta di rovello conoscitivo, di domanda sul senso della realtà e del nostro essere e agire all’interno di essa.

Gli scrissi qualche riga di ringraziamento, e ciò favorì la conoscenza diretta: fu l’inizio di un rapporto che si sviluppò poi attraverso varie occasioni, tutte per me importanti ad approfondire la conoscenza della sua arte.

Che ebbe un momento centrale quando lo invitammo, nel 2007, ad un’ampia personale presso la Galleria Sagittaria, intitolata Pietas mundi.

Era un titolo che cercava di trasmettere l’essenza della mostra, il suo sguardo intento e accogliente su tutto ciò che è realtà, che è storia, su tutte le cose che infinitamente si dipanano sotto i nostri occhi e che sono tutte, ugualmente, degne della nostra attenzione, perché tutte partecipi dell’esistenza così come l’uomo che le guarda: e come lui irrelate, come lui sospese entro un “mistero”, del quale non ci sembra dato conoscere né l’origine, né – che più conturba – le ragioni.

Nell’esposizione erano presenti vari temi della sua pittura, continuamente sviluppati in “cicli” persistenti per anni e mai veramente conclusi, poiché nessuna indagine può essere veramente conclusa dentro una visione del mondo che accetti di coinvolgersi nelle sue infinite “apparizioni”, e specie in quelle che coinvolgono l’umano nell’evolversi delle sue capacità e delle sue conoscenze, insomma nella sua storia “culturale”, che Del Giudice mai si è stancato di indagare.

Paolo Del Giudice, Libreria
1997, olio su tela

Ecco allora, e solo per fare degli esempi, il tema delle archeologie, delle architetture, o delle librerie, o degli interni, ma poi anche il tema delle macchine e dei camion, delle officine, dei condomini, delle finestre, dei cavalcavia eccetera, e chiudiamo questo sommario elenco con quello, essenziale, della figura umana e del ritratto.

Una pittura che per sua forza rende ogni oggetto raffigurato importante, ma non perché esso serva a qualcosa, bensì in rapporto alla nostra necessità di conoscenza, all’inevitabile domanda sul “fondamento” dell’essere.

Che è domanda profondamente drammatica, perché consapevole da un lato della sua inevitabilità, e dall’altro della sua inanità.

Ciò che si traduce, nei dipinti, in “verità”, in concretezza delle cose che vengono rappresentate: nella grande libreria i libri sono ben collocati e visibili, e fanno sentire tutto il loro volume; la facciata della chiesa è data con tutte le sue statue, e l’alternarsi ritmicamente spaziale delle cavità e delle convessità; il sottopasso del cavalcavia è come incrodato nella sua pesantezza di cemento, e il condominio sta nella sua quotidiana e perfino accidiosa ineluttabilità.

Ma poi tutto questo viene dato in una sorta di trasfigurazione, come se monumenti, edifici, oggetti stessero per perdere consistenza, rapiti via da un vento inesorabile.

Perché sono ingoiati dal tempo e la loro saldezza, che c’è, che dal pittore ci viene fatta sentire, convive con la loro inevitabile dissoluzione.

Insomma Del Giudice sente la vera, umana bellezza delle cose, tanto più struggente e intensa quanto più destinata alla fine. E attraverso le cose parla anche, ineludibilmente, della tragedia degli uomini, nati per dibattersi tra il desiderio della contemplazione e l’inesorabile necessità del consumo, del diventare e farsi strumento nel momento in cui vorrebbero essere soltanto fini.

Questo – dell’uomo strumento – è il tema assolutamente tragico che l’artista ha affrontato nella mostra dedicata alla prima guerra mondiale.

Essa fu presentata prima a Forte Mezzacapo di Zelarino, poi a Vittorio Veneto, indi ancora alla Sagittaria, dove giunse nel 2020.

Difficile esagerarne la bellezza e l’importanza.

Paolo Del Giudice, Eugenio Montale 2020, olio su tela

Se virtù essenziale della bellezza è quello di catturare lo spettatore e tenerlo al centro di una situazione emotiva dalla quale non può – e non vuole – allontanarsi, proprio questo era ciò che accadeva in presenza di tele che rappresentavano trincee, distruzioni, relitti, marce nella neve e fughe di profughi, fucilazioni, assalti, compianti, veglie, attese e infine ritratti, tanti ritratti di soldati e ufficiali.

Ritratti di lancinante intensità per la strepitosa bravura del pittore nell’andare dentro le fisionomie, nel passare alla situazione psicologica e in fondo al carattere, cioè ad una verità attraverso cui si stabilisce, tra l’immagine e colui che guarda, un’identificazione: sono persone che furono vive, si tratta in primo luogo di una tragedia integralmente umana, che riguarda la specie, non la nazione di appartenenza.

Viene, dal tutto, una sorta di oggettività stupefatta, la quasi incredula constatazione che un invincibile sonno della ragione ha trasformato milioni di uomini in automi necessitati ad obbedire ad un meccanismo, cui nessuno ha saputo o potuto opporre alternative reali.

E ogni quadro, dal più grande al più piccolo, viene sentito come parte di un tutto, l’opera vera è la sequenza nel suo complesso.

Andrebbe, quest’opera, anche conservata nel suo complesso, ed esposta, magari in qualche museo della guerra, a futura memoria.

E ci fu infine – tralascio parecchie cose importanti – la mostra intitolata Nello specchio dei volti (2022),che occupò tutte le sale della Sagittaria, più il grande spazio del Salone Abbaziale di Santa Maria in Silvis a Sesto al Reghena.

Era la stessa indagine sull’essere “delle cose”, che il pittore aveva esercitato anche, da molti anni, e che ancora esercitava, sul volto degli uomini.

Nello “specchio dei volti” per vedere che cosa: se non la nostra stessa umanità, quella che ogni spettatore era invitato a scoprire in se stesso mediante il confronto con le fisionomie che gli venivano messe davanti?

Spesso in grandi misure, e con un allestimento anche inusuale come a Sesto al Reghena, dove grandi ritratti di celebri scrittori e artisti – da Gadda a Montale, da Pasolini a Morante etc. – pendevano dalle capriate ad occupare, come una sorta di incombente e interrogante umanità, tutto lo spazio del salone abbaziale.

Affermavo che, certo, Del Giudice era un cacciatore di apparenze, e di formidabile acutezza: ma apparenze «che non si accontentano di se stesse, dato che convergono sempre attorno alla fondamentale ricerca del sé, dell’essenza.

è proprio stare su questa domanda che ci salva – sembra dire l’artista – perché ci impedisce ogni chiusura dogmatica, e quindi ci rende disponibili all’umano oltre ogni tentazione “autocratica”: di ciò avremo sempre più bisogno, se vorremo salvarci dalla rovina universale».

Paolo Del Giudice, Alpino e mulo
2017-2018, olio su tela