UN LIBRO IMBARAZZANTE DELLO SCRITTORE ISTRIANO
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | testimonianza
Primavera a Trieste di Pier Antonio Quarantotti Gambini
di Fulvio Senardi
Non ci sono anniversari, né tondi né sbilenchi, a motivarci a riaprire il discorso su Pier Antonio Quarantotti Gambini, ma un libro, anzi due libri e, sull’orizzonte dei nostri anni, la ricorrenza della Giornata del Ricordo; un evento la cui finalità è di invitare alla riflessione sulle vicende novecentesche delle terre mistilingui dell’Alto Adriatico, ricordando le violenze che lo insanguinarono e l’esodo dalla terra d’Istria di migliaia di italiani. Se spesso però, per merito di uomini e istituzioni consapevoli della grande responsabilità storica ed etico-politica che comporta affrontare tematiche così roventi, prevale uno spirito di pacatezza e di equilibrio, in altri casi – e chi alza la voce finisce purtroppo per farsi meglio sentire – trionfa un atteggiamento aggressivo che finisce per declinare la ricorrenza in una resa dei conti, una esacerbata rivincita contro la Resistenza (in tutte le sue forme, Paesi e lingue), contro il comunismo (inteso alla Berlusconi: tutto ciò che era a sinistra del suo destrismo corrotto), in fondo contro la Costituzione repubblicana; un’offensiva a colpi di racconti splatter degni del più truculento Tarantino. La giornata in cui si dovrebbe tendere la mano ai nemici di un tempo, offrendo e chiedendo perdono, prende allora in questi casi l’andamento di truci Acta Martyrum, nei quali gli eredi politici e morali del regime cui vanno addebitate l’aggressione all’Etiopia, alla Grecia, alla Jugoslavia, alla Russia e il disastro delle Seconda guerra mondiale sfogano il loro astio, incapaci di chiarire il contesto complessivo della vicenda istriana tra fine Ottocento e metà Novecento in una prospettiva di limpida e pacata comprensione, riconciliazione e pace
Storia e percorsi di Pier Antonio
Quarantotti Gambini
edizioni Marsilio-Irci 2025
pp. 388, euro 30,00
E i libri? Innanzitutto l’ottima biografia di Mario Rizzarelli (Un italiano sbagliato. Storia e percorsi di Antonio Quarantotti Gambini, Marsilio-Irci), che ha visto la luce nell’anno testé trascorso, e che non è soltanto un documentatissimo tracciato biografico (al quale futuri studiosi potranno certamente aggiungere qualche particolare ma di cui dovranno rispettare l’impianto complessivo), ma un vero invito alla lettura, per come segue le tappe del percorso letterario di un Grande piuttosto dimenticato, Quarantotti Gambini, mettendo in luce, volta per volta, le peculiarità delle opere, nei contenuti e nella forma, in un incrocio sempre stimolante con le svolte esistenziali.
Quindi l’opera forse meno discussa ma sicuramente la più discutibile dello scrittore istriano, Primavera a Trieste, il libro del 1951 che, mettendo ordine e dando fluidità narrativa a un quadernetto di appunti, affronta un momento particolarmente difficile della città giuliana, i 40 giorni in cui fu occupata, nella speranza di potervi restare, dall’esercito di Tito, vittoriosamente proteso a far propri territori della “marca” orientale del Regno d’Italia, la Venezia Giulia, il cui destino statuale era stato messo in forse dall’azzardo fatale della guerra fascista. A questo proposito il Rizzarelli si accontenta, forse per un eccesso di umiltà, dei giudizi ampiamente positivi di Carlo Bo (che loda, nella recensione del 1951 sull’Italia Letteraria, l’«intensità della testimonianza») e di Bobi Bazlen, un non-autore fin troppo mitizzato ai giorni nostri e che, fresco di lettura, scrive al Gambini nell’aprile 1951, qualificando l’opera con la formula di «libro oltremodo rispettabile».
In realtà, ad una valutazione attenta, il libro, pur ricco di sguardi e riflessioni, memorie frementi di vita, articolate opinioni, confessioni a mezza voce, appare perfettamente allineato – e non è un titolo di merito – sulla linea di un miope irredentismo, quel punto di partenza spigolosamente escludente in cui è difficile non riconoscere una delle ragioni della chiusura, così gravida di conseguenze, nei confronti dei corregionali di lingua slovena e croata da parte degli italiani delle terre mistilingui.
Colpisce innanzitutto l’assunzione del vecchio tema polemico della non autoctonia degli slavi in terra giuliana – inaugurato con parole durissime dall’ex garibaldino Giuseppe Caprin (direttore per molti anni del più irredentista dei giornali di Trieste, L’Indipendente), nel libro del 1895, Alpi Giulie; in esso la presenza degli slavi (che «simili ai metalli in difficile fusione […] non hanno inteso il calore della civiltà, onde conservano a tutt’oggi intatte le abitudini primitive» solo mitigate per influenza «della cultura germanica e dell’italiana») a fianco dei civilissimi italiani, viene spiegata come risultato dell’intrusione in territori non propri di popolazioni dal più basso gradi di civiltà e «di cui un’appendice occupa per antico straripamento la nostra provincia» (un motivo di ampia diffusione fra gli “italianissimi” e al quale, con speculare dispregio, il mondo slavo risponderà contestando l’italianità dei giuliani, sostenendo che si tratti di slavi assimilati). Quarantotti Gambini, attualizzando il polemico slogan delle Alpi baluardo dell’italianità («la patria meglio definita d’Europa» scriveva Mazzini nei Doveri dell’uomo) non solo in senso geografico ma in punto di diritto, parlerà di «infiltrazioni slovene e croate insediatesi nel volgere dei secoli al di qua delle Alpi Giulie» (p. 337 della riedizione Mondadori del 2018 del testo di Gambini).
Primavera a Trieste
introduzione di Elvio Guagnini
con uno scritto di Claudio Magris
Mondadori 2018
pp. 344, euro 15,00
E che fare dunque di questi ruvidi “allogeni” (uso con perfetta consapevolezza del suo carattere discriminatorio il termine caro ai nazionalisti del Ventennio)? Assimilarli naturalmente (ma con le buone, si badi, con le buone)! Sviluppando un’ipotesi che si tinge, in Quarantotti Gambini (e in Stuparich, che stila Trieste nei miei ricordi più o meno nello stesso torno d’anni) di qualche venatura antifascista. Così nel dialogo con Umbro Apollonio, nella parte finale del libro di cui scriviamo e le cui osservazioni Quarantotti sembra pienamente condividere: «Il fascismo creando una contrapposizione nazionalistica tra italiani e slavi, favorì il formarsi e l’estendersi contro di noi di un vero e proprio fronte slavo di difesa. […] In regime di libertà avremmo pacificamente assimilato migliaia a migliaia di allogeni. Avremmo assimilato gli slavi socialisti attraverso il socialismo, i comunisti attraverso il comunismo, i clericali attraverso la Democrazia cristiana, i liberali attraverso il Partito liberale e così via, e sarebbero rimasti contro l’Italia soltanto gli slavi più arrabbiati, gli accanitamente nazionalisti» (p. 312). E concordemente Stuparich: «Avviene che gli operai italiani si familiarizzano con gli slavi ed apprezzano anche le loro qualità e che gli slavi assimilano, con la lingua e coi costumi, la natura tradizionalmente italiana della città. […] Se non ci fossero i politici di professione, le terre di confine avrebbero già risolto nel modo più naturale il problema delle diversità nazionali, che è soprattutto problema di convivenza di civiltà».
Approfondire questo tema assolutamente cruciale, declinato da Quarantotti Gambini e Stuparich (evidente digiuni delle buone osservazioni di Irredentismo adriatico di Angelo Vivante) sul versante ingenuo e un po’ ipocrita della fiducia in un’assimilazione spontanea e naturale, ci porterebbe troppo lontano.
Ma ritorniamo invece a Primavera a Trieste, in ciò che in essa turba e ferisce. Ascoltando una canzone russa, con il ritornello che suona «Ai morti libertà, / ai vivi arresto», Quarantotti Gambini commenta: «Sì, capivo. […] Prorompeva da quella canzone tutto l’oscuro e fresco, selvaggiamente primitivo, istinto sadico dei popoli troppo giovani. […] Non odio nazionale […] e rancori sociali; ma il prorompere – come un’atavica canzone del sangue, quando le circostanze politiche assicurano l’impunità – di una sarabanda irrefrenabile di sadismo […]. Ed ecco le ragazze che vengono spogliate nude; e le si lega a un albero, e si tagliano loro i seni, e le si osserva, fra gridi e lazzi, mentre si contorcono sanguinanti. Ecco i soldati nemici evirati. Ecco uomini e donne scaraventati ancor vivi nelle foibe; ove si butterà anche il cane nero, affinché latrando in eterno tolga per sempre ai massacrati la pace dell’aldilà» (p. 147). È la vena razzista, il basso continuo che permea tutto il libro, sul piano antropologico, etico, culturale e financo estetico («Le slovene, di corporatura corta e muscolosa – il fisico di tante servotte, pulitissime, oneste e formidabili lavoratrici, e delle cosiddette ‘donne del latte’ – sono esattamente l’opposto delle triestine, dai torsi slanciati e dalle gambe lunghe», p. 166).
Ma il peggio, fra pregiudizi e sentiti dire (senza che mai lo scrittore prenda le distanze per interrogarsi sulla plausibilità di ciò che registra), arriva qualche capitolo dopo (Noi arrivammo primi): «Entro dal barbiere. […] Siamo in parecchi; e ognuno racconta qualcosa». C’è innanzitutto la narrazione del barbiere, che riporta le parole di una “slava militarizzata”: «prima di infoibarli li mutilavano delle dita, che poi arrostivano sanguinolente sulla brace per costringerli infine a masticarle e ad ingoiarle» […]; c’è un ricordo dello scrittore: «e mi rammento di un’altra slava che raccontava: […] ho condannato mia sorella che aveva fatto all’amore con un italiano […] prima le hanno tagliato i seni e le natiche e strappato le ovaie, entrandole dentro col coltello […] poi le hanno schiacciato la testa con un masso. […] Racconto quest’episodio e uno dei presenti mi risponde – Fossero casi rari! A *** i titini hanno sorpreso in un bosco un nostro saldato con una ragazza del luogo. Li hanno spogliati e portati nudi in paese, e lei non so quanti maschi l’hanno posseduta a turno sotto gli occhi dei fratelli […] e poi le hanno tagliato i seni che hanno gettato ai cani, e imprecando all’Italia l’hanno costretta a ingoiare i testicoli che avevano recisi al soldato», ecc. ecc.
Per ritornare al punto di partenza: un racconto dunque “rispettabile”, come scrive Balzen e sul cui giudizio sostanzialmente concordano i due illustri che firmano il paratesto dell’edizione attualmente in commercio? Pagine come queste citate – un dialogo sordido nel piccolo branco di maschi che ciondolano dal barbiere, condotto sul filo di un voyeurismo sadico che sul corpo delle donne sfoga, a parole (e nell’immaginazione), pulsioni inconfessabili – gettano un’ombra greve su tutto il libro che pure contiene pagine letterariamente interessanti e, in qualche parentesi, mostra perfino una certa vicinanza nei confronti degli slavi della Giulia. Un testo scritto a buona distanza tanto dal 1943 che dal 1945, quando si svolsero le più dure ondate di violenze anti-italiane, e da cui sarebbe giusto pretendere, di conseguenza, più documentata informazione e più riposato giudizio, considerando anche che intanto venivano alla luce i fatti terribili dell’occupazione italiana in Jugoslavia e le turpi imprese del nazi-fascismo nell’Italia occupata.
Libro quindi discutibile Primavera a Trieste, e su cui è difficile non esprimere un giudizio severo, attenti però a non estenderlo all’insieme dell’opera narrativa di Quarantotti Gambini, ma della quale tuttavia rivela uno dei remoti presupposti ideologici. Curiosamente però, in anticipo sui tempi: la posizione che gli compete è infatti nella rubrica dell’irredentismo deteriore, sensibilità che si sperava superata e che invece i nipotini della lupa hanno rinverdito in testi, discorsi, slogan, film, spesso e volentieri granguignoleschi, spuntati a rimorchio delle celebrazioni del Giorno del Ricordo, facendo artatamente prevalere sul pacato ragionare, l’unica maniera per voltare veramente pagina, una strategia di faziosa emozionalità che promette un sostanzioso tornaconto politico.
