PER CAUTE SOPRAVVIVENZE

OMOLESBOBITRANSFOBIA, POVERACCISMO, SEMPLICE

di Malagigio

 

OMOLESBOBITRANSFOBIA

Nello stesso giorno in cui il globo terracqueo (cit. Giorgia Meloni) era estatico o stravolto per il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein festeggiava opportunamente a Roma. In quell’occasione ha ribadito di essere contro l’omolesbobitransfobia.

Il lemma è registrato nel Dizionario Treccani come neologismo. Cosa siano i neologismi lo sappiamo tutti: sono i parvenu dei vocabolari, germogli appena sbucati dal sottoterra dell’indicibile che non si sa quanto dureranno: magari tanto, magari poco, come il poetico petaloso. L’Accademia della Crusca, che ha accolto petaloso, ancora ignora omolesbobitransfobia: confidiamo che sia solo una questione di tempo.

Ora sia chiaro che anche noi siamo antiomolesbobitransfobici.

Il “significato” ci piace, il “significante” (i venticinque suoni che tutti assieme fanno la parola) c’imbarazza l’apparato fonatorio. Antiomolesbobitransfobico ha undici sillabe: il lemma è lungo come E il naufragar m’è dolce in questo mare, o come Precipitevolissimevolmente: però più difficile da dire e da ricordare.

Viene poi da chiedersi se le persone omolesbobitransfobiche sappiano di esserlo. O se almeno sanno che odiano gli LGBTQIA+, che dovrebbe pronunciarsi ellegibiticuiapiù, che fa altre nove sillabe. Probabilmente no, come nessuno sa di essere ofidiofobico, che vuol dire solo aver paura delle serpi.

Pare che tanti nomi complicati siano stati inventati per il recente timore di dire francamente a un tizio molesto che è un cretino rotondo. Sarà poco specifico, ma così l’interessato aveva una chance d’iniziare a capire, o almeno di offendersi. Mentre, se si dà a qualcuno dell’omolesbobitransfobico, quello non solo non capisce, ma magari, nel dubbio, se ne vanta.

In una recente riunione del parlamento europeo, un deputato danese, rivolgendosi direttamente a Trump per la sua trovata di annettersi la Groenlandia, si è espresso così: «signor presidente, lo dico nel tuo linguaggio: fottiti(fuck off)». È stato adeguatamente rimproverato dal presidente dell’assemblea, ma nessuno potrà dire di non aver capito.

La Chiesa, saggia come sempre, non pretende che un cattolico sappia dire, figurarsi spiegare, transustanziazione: gli basta che sappia cos’è il presepe.

Sarà il caso d’inventare un po’ di nomi agevoli e brevi? Non fanno così i pubblicitari per tutti gli infiniti prodotti del nostro bulimico mondo? E quindi kinder, kimbo, soflan panda, pepsi, clio! – Dev’essere stato un sollievo quando in italiano s’innestò il lemma gay per omosessuale.

POVERACCISMO

Due giornalisti importanti – Aldo Grasso sul Corriere e Guia Soncini su Linkiesta – a un certo punto scrivono poveraccismo. Soncini, facendoci così capire subito come la pensa, scrive di «poveraccismo pasoliniano». Che sarebbe allora un amore estetizzante per la povertà altrui, magari fino al grottesco. Aldo Grasso invece dà del poveraccismo al matrimonio di una presentatrice televisiva che mette in rete il suo IBAN per eventuali donazioni, nell’ambito di una giornata di nozze che con un «esibizionismo da quattro soldi…», eccetera.

Perfino l’onorevole Maurizio Gasparri – lo si può vedere su YouTube – ha detto che Giuseppe Conte, l’ex-premier ora capo del Movimento 5 stelle, non è neppure un «poveraccista», ma appena un «apprendista di povereccismo». Se il lemma arriva al di solito non forbito Gasparri, poveraccista sarà il prossimo petaloso.

Non essendo per il momento registrato da alcun dizionario, per una definizione bisogna mettersi in caccia nel web, labirinto, come si sa, attendibile come la strega che regala mele a Biancaneve. Troviamo su VareseNews: «il poveraccista considera un obbligo morale e politico l’immediata chiusura di Malpensa, la Tav una sciagura biblica, gli Stati Uniti il Belzebù del pianeta, i luoghi di lavoro dei centri di miseria e sfruttamento, il profitto una colpa freudiana». Un poveraccista sarebbe un comunista?

Chi può saperlo? Magari è VareseNews un giornale poveraccista: ce ne son tanti…

Intanto, sui giornali si parla della tiktoker che ha convinto migliaia di napoletani non particolarmente benestanti ad andare in gita in giornata a Roccaraso (provincia dell’Aquila) a vedere la neve: costo per gli avventurosi, trenta euro a persona. – In diecimila hanno invaso un paesino di millecinquecento abitanti, con cinque bar e cinque gabinetti pubblici. Le mamme alla fine bussavano disperate alle case e offrivano venti euro per avere il permesso di far fare la pipì al pupo.

Per un commento, giustamente un giornalista del Foglio è andato a intervistare Enrico Vanzina, il regista dell’indimenticabile Vacanze di Natale. Vanzina, esperto e saggio, ha ricordato le neoricche signore romane che si lamentavano dell’invasione del centro da parte di poveracci della periferia, quelli che – per sineddoche – a Roma ormai si chiamano «i Torpigna». E dice Vanzina che sì che «c’è l’occupazione dei cafoni, ma c’è anche quella dei nuovi ricchi, e questa è terribile ma non ne parla nessuno».

Allora c’è il poveraccismo e quel suo opposto, in realtà speculare, del riccacismo di chi ce l’ha appena fatta, e che magari ora domina il mondo. Su questo, si può leggere un bellissimo articolo sul Guardian a proposito del  «power dressing» che si è imposto già con la cerimonia dell’insediamento di Trump (lo si legge in italiano qui: https://www.dagospia.com/politica/trump-power-dressing-gia-stile-col-volume-alzato-via-decoro-silenzioso-423539).

Intanto, i poveraccisti ricchi come li chiamiamo? Appena l’enigma sarà risolto, un nuovo lemma si aggiungerà a questo sempre più stupefatto lemmario.

SEMPLICE

Doveva avere un aspetto sacrale e intimorente il nodo di Gordio: l’intrico di corde e cortecce che legava a un palo il carro del re della Frigia. Nessuno s’azzardava a scioglierlo. Ma arrivò Alessandro Magno: un barbaro che, infastidito dalla sua stessa impazienza, commise il sacrilegio di affettarlo con la spada. Così però eran capaci tutti, disse un bambino che però nessuno ascoltò.

La storiella torna attuale, pensando al tempo in cui abbiamo il privilegio di vivere: non siamo infatti ospiti della Dittatura del Semplice? Quando sia cominciata sarebbe un argomento arduo pure per gli storici. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, ha detto per tutti Dante. Certo è che ormai ci siamo dentro fino ai lobi frontali: neppure fosse in una vasca Iacuzzi, restiamo immersi nel tempo in cui le cose vanno dette in 10 secondi, con un vocabolario di quaranta parole, col verbo sempre all’indicativo.

Nella Dittatura del Semplice, lo stesso lemma complesso prima è diventato sinonimo di complicato, poi si è dissolto; è finito nel lato cimiteriale del vocabolario, come arrotino, laude, pudore e poffarbacco.

Il PdS (Partito del Semplice) vince tutte le elezioni. Oggi, se qualcosa ha la sventura di apparire complicato, viene sgozzato nella pubblica piazza. La Polizia dell’Anticomplicato – miliardi di volontari che si prestano gratis – lavora ventiquattr’ore al giorno; i suoi agenti hanno spadoni e motoseghe che Alessandro se li sognava.