PRECISAZIONI SUI CADUTI DI CEFALONIA
Aurelio Slataper | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | Lettere al direttore

di Aurelio Slataper
Caro Direttore,
vorrei innanzitutto ringraziare te e Gabriella Ziani per la bella recensione del mio libro, Cefalonia, 1943-1944. Una storia controversa, apparsa sul numero 119 del Ponte rosso che, nel tentativo di quantificare le vittime del massacro e la stima del numero dei sopravvissuti della «Acqui», richiede da parte mia una breve rettifica e un completamento.
Una necessaria premessa: allo stato attuale delle fonti disponibili non è possibile indicare dati certi e incontrovertibili relativi al numero esatto dei caduti e dei sopravvissuti a causa dell’assenza di precise fonti documentali dovuta, in primo luogo, alla distruzione dell’archivio della divisione «Acqui», avvenuta la sera prima della capitolazione perché non cadesse nelle mani del nemico. In secondo luogo, perché la scarsa documentazione disponibile giace dispersa negli archivi delle forze armate o occultata in “armadi della vergogna”, assieme alle prove dei molti crimini perpetrati dall’esercito tedesco nei confronti degli ex cobelligeranti italiani.
Già nella fondamentale opera di Hermann F. Meyer, Il massacro di Cefalonia, viene affrontato il problema quantitativo, mettendo a confronto le perdite italiane con quelle tedesche. L’Autore, per esemplificare l’approssimazione delle stime allega al testo un significativo «Quadro riassuntivo delle diverse cifre relative al numero degli italiani caduti a Cefalonia» nel quale è raccolta gran parte delle stime effettuate sino al 2007. Si tratta di oltre venti valutazioni differenti tra loro. Altre se ne sono aggiunte di recente. Tuttavia, a livello storiografico, vi è una sostanziale condivisione sui valori sotto riportati.
- Militari della «Acqui» presenti a Cefalonia l’8 settembre: 11.560, numero stimato ma condiviso da gran parte delle ricostruzioni.
- Militari deceduti in battaglia: 1.265, numero stimato.
- Militari fucilati dopo la capitolazione: 2.482, numero dedotto per differenza.
- Militari trasferiti in terraferma dopo la capitolazione: 6.227, numero dedotto da registrazioni ufficiali tedesche. In realtà, le persone imbarcate furono 6.703 ma 476 furono imbarcate due volte per l’affondamento dei mezzi adibiti al loro trasporto.
- Militari deceduti durante il trasferimento via mare: 1.569 numero approssimato. Ne consegue che i militari trasferiti nei campi di prigionia del centro Europa siano circa 4.658. La maggior parte dei quali, non avendo aderito all’invito di entrare nell’esercito della RSI, andranno a costituire i 650.000 internati militari (IMI) utilizzati dal Reich nella propria industria bellica. Considerato che il tasso di mortalità negli Straflager (Stalag) si colloca tra il 12% e il 15% degli IMI, si può ritenere che i decessi possano esser stati circa 600. Quindi, i rimpatriati della Divisione dai campi di concentramento alla fine delle ostilità dovrebbero essere circa 3.055. Non si sono reperiti dati precisi in merito.
- Militari rimpatriati il 14 novembre 1944 con l’onore delle armi: 1.286.
- Militari rimpatriati complessivamente dalla prigionia: 4.341 (3.055+1.286) numero stimato. È ragionevole supporre, dunque, che i superstiti della «Acqui» possano essere tra le 4.300 e le 4.500 unità.
Risulta evidente che un quadro così lacunoso, complesso e controverso non consenta di stabilire il numero esatto dei caduti e sopravvissuti.
Quello che invece rimane purtroppo assodato sono le considerazioni relative ai crimini di guerra commessi, come pure le responsabilità del comandante della divisione italiana e di coloro che, nel dopoguerra, hanno tramato manipolando la ricostruzione di quanto accadde in quelle drammatiche circostanze, come ho cercato di dimostrare nel mio libro e come correttamente descritto nel puntuale articolo di Gabriella Ziani.
Grazie dello spazio e dell’attenzione dedicatimi.
Aurelio Slataper
