PRIMEDONNE A TEATRO E SULLO SCHERMO
cinema | Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025
Elenora Duse e Valeria Bruni Tedeschi: virtuosismo alla prova in un contorno, ampio, intrusivo, frastornante. Istantanee dell’Italia del Dopoguerra
di Fulvio Senardi

Non sfiora nemmeno Trieste il film Duse, regia di Pietro Marcello, calorosamente applaudito a Venezia e da qualche giorno in viaggio, non trionfale a credere ai numeri delle presenza di pubblico, nelle sale italiane. Non la sfiora, ripeto, ma c’è Gabriele D’Annunzio, il “nostro” Gabriele! Lo scrittore (e seduttore impenitente, poeta ispirato, ardito soldato, aviatore temerario, oratore trascinante, avventato e tirannico Comandante a Fiume, ecc.) inopinatamente assunto – fautori il nostro Sindaco e Giordano Bruno Guerri, insieme all’inaugurazione della statuina in Piazza della Borsa – nel Pantheon dei geni letterari della città, e che non potrebbe mancare, che diamine!, in un biobic dedicato, sia pure per frammenti e spezzoni, agli ultimi anni di vita di Eleonora Duse. La donna che il Vate amò, tradì, abbandonò, raccontò con spietata sincerità nel romanzo Il fuoco e che lascia poi tracce, come tizzoni spenti, nella posteriore produzione del poeta (si pensi per esempio all’apparizione di Ghisola, nel Notturno, il libro della cecità). Chi vuol saperne di più legga il libro Più che l’amore di Annamaria Andreoli, non solo dannunziologa, ma dannunziana.
Ed ecco dunque Gabriele: lo vediamo assistere, nel film, (con occhio, si direbbe, da spia) al fiasco di una rappresentazione nei primi anni ’20 (non si tratta di una Ecuba in trincea, come racconta il regista, ma del Così sia, di Gallarati Scotti che fu fischiato al Costanzi nel 1922), quando la Duse ritorna al teatro, con Ibsen innanzitutto, dopo il lungo intervallo di silenzio (aveva abbandonato le scene nel 1909), e poi in un duetto al Vittoriale, bella invenzione registica, dove Valeria Bruni Tedeschi, la protagonista, e Fausto Russo Alesi nei panni del Vate, si contrastano a colpi di overacting, come ha scritto Chiara Zuccari, nella più lucida recensione del film che sia dato di leggere. Un D’Annunzio moscio, svigorito e un tantino isterico, reduce dalla misteriosa caduta da un davanzale del Vittoriale, colto da spietate inquadrature nella sua decrepita fisicità e sospettoso come non mai nei confronti dell’astro nascente del suo rivale in politica, Benito Mussolini. Secondo un’interpretazione che esaspera le distanze fra i due grandi protagonisti dell’impegno conservatore (in fondo la vera posizione ideale del Vate, approssimativo e confusionario come pensatore politico) negli anni liquidi del Dopoguerra e di cui è garante Giordano Bruno Guerri, che lo accredita di spiriti libertari e anarchici (guardando all’ “impresa” di Fiume soprattutto), e che ritroviamo con stupore nel cast, a fianco del suo idolo e come lui altrettanto sciupato (interpreta, con il contentino di qualche battuta, il ruolo del segretario personale).
Giganteggia e gigioneggia Valeria Bruni Tedeschi, la Duse, raccontata da differenti prospettive. Sullo spartito delle vicende private, innanzitutto: il rapporto difficile con la figlia (Enrichetta Checchi Bullough) presto abbandonata e che vedrà in complesso assai poco, sposa nel Regno Unito di un professore inglese; poi l’amicizia con la fedele Desirée von Wertheimstein, ombra dei suoi anni maturi dopo essere stata compagna di collegio di Enrichetta (e, non tanto segretamente, sua rivale nell’amore dell’attrice); quindi le relazioni con gli attori che la circondano, in primo luogo il superato (per la recitazione enfatica) ma ancora carismatico Ermete Zacconi; infine, qui si torna sempre, la liaison appassionata e dolorosa con il vanesio e volubile Gabriele, il grande amore degli anni verdi (che poi tanto verdi non erano: la relazione inizia nel 1894, lei trentaseienne, lui trentunenne). Un versante “intimo” (se vi poté essere in una così devota sacerdotessa di Talia) che si intreccia alla storia, diciamo artistica, di una protagonista assoluta del Teatro italiano della fine di secolo, che nel Dopoguerra ambisce rientrare sulla scena osando un passo azzardato, comprensibilmente difficile, fonte di ansia e insicurezze e piuttosto fuori tempo (per il repertorio specialmente che, come dichiara Sarah Bernhardt che il regista fa incontrare con la Duse un’ultima volta nell’Italia degli anni Venti – bello il cammeo di Noémie Lvovski –, è rimasto arenato a sensibilità, ideologie, forme espressive dell’anteguerra).
Ma c’è poi un contorno, ampio, intrusivo, frastornante (a occhio? ¼ dello durata del film); le istantanee dell’Italia del Dopoguerra, la stagione difficile di conflitti e violenze di un Paese lacerato da odi di classe e di partito, che, alla ricerca di nuove strade istituzionali per ridurre all’ordine il ribellismo sociale, procede ad occhi chiusi verso un futuro incerto, pronto a tutto per piegare i tempi nuovi a fin troppo scontate logiche di potere. In parte raccontato in proprio dal regista, forse troppo ambizioso ma non poco inventivo – le scene di violenza delle camice nere –, in parte evocato con filmati d’epoca e con le voci fuori campo dei protagonisti d’allora. Con qualche scivolata nell’incongruo: il discorso di Mussolini per l’entrata in guerra del maggio 1940 come commento a immagini che illustrano la preistoria della presa del potere. Una svista, una predizione, il “tutto fa brodo” di un fascismo già ab origine stella nefasta del Paese? Benprima che il movimento diventasse regime? Lo sarà soltanto partire da metà anni Venti anche grazie alle gravissime complicità della Corona e dei ceti proprietari (a proposito, perché solo riprese di soldati in divisa nel film, come se il “militarismo” fosse l’anima dannata dell’epoca, e nessuna bella foto di gruppo del Duce con gli amici industriali?), e con l’appoggio di un ceto intellettuale (nemmeno qui un commento visivo) che spicca per l’assoluta miopia (un Benedetto Croce, per esempio, che continuò a votare la fiducia a Mussolini anche nel 1924, l’anno di Matteotti, sognando in lui il possibile rifondatore di un liberalismo capace di condurre il Paese a disciplina).
Incombenti note al margine, questo contorno di contesto – il fascismo è, del resto, oggi particolarmente di moda, vuoi fra i narratori, vuoi nel dibattito pubblico, vuoi nei ranghi del Governo – ma intrecciate fitte fitte, a farne una poltiglia non sempre perfettamente decifrabile quanto alle intenzioni: gli spezzoni d’epoca, insistentemente riproposti, del treno che porta a Roma le spoglie del “milite ignoto”, intendono alludere a un culto collettivo che prepara la militarizzazione del Paese e la prossima guerra? Oppure, con il loro ossessivo rintocco di morte (e trasfigurazione), valgono come mise en abyme della rinascita dell’arte della Duse dopo la lunga parentesi funebre della Grande Guerra? Un piatto, insomma, preso nell’insieme, un po’pesante. Per eccesso di condimenti. Potrebbe piacere. Io ho tratto conforto dalle lancette fosforescenti dell’orologio.

