QUANDO ROSSETTI STUDIAVA DANTE

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Riedita dall’EUT un’opera saggistica di Domenico Rossetti che affronta la vexata quaestio di come si intitoli il poema dantesco

di Francesco Carbone

Albert Maignan (1845-1908)
Dante incontra Matelda
(Purgatorio, canto XXVIII), 1881

Come s’intitola davvero il Poema di Dante che abbiamo studiato tutti a scuola? Andassimo in una libreria degnamente fornita, potremmo acquistare la bellissima Divina Commedia (Rizzoli 2021) con le figure di Federico Zuccari (1539-1609), o quella storica, da taschino ma sempre Divina, di Hoepli (1988). Sempre tra le Divine, ci farebbe gola quella mastodontica curata da Enrico Malato per Salerno che però è ancora ferma all’Inferno (2021); mentre la comoda versione pocket, sempre curata da Malato, è già fuori catalogo.

Ma ci sono anche molte Commedie, non più Divine e altrettanto ben curate! Un libraio colto potrebbe metterci in imbarazzo: offrendoci quella commentata benissimo da Giorgio Inglese (2016), ma anche quella ancora perfetta, uscita nel 1987 nei Libri della Spiga (che Garzanti non fa più ma che permane nei tascabili), curata da Emilio Pasquini e Antonio Quaglio.

La Commedia sarà allora Divina o no? Nel dubbio, Mondadori nei Meridiani – i Meridiani! – ha intitolato il cofanetto che raccoglie le tre cantiche Divina Commedia, mentre sui singoli volumi il titolo è Commedia. Di Einaudi ci sarebbero poi le prime due cantiche curate da Saverio Bellomo, intitolate né Divina né Commedia, ma solo Inferno e Purgatorio (il Paradiso manca per la morte del curatore). E c’è, con un titolo tutto suo, importantissima La Commedia secondo l’antica vulgata curata da Giorgio Petrocchi (1966). Quasi per miracolo, perché diventata subito rara, potremmo poi imbatterci nella Dantis Alagherii Comedia, «edizione critica per cura di Edoardo Sanguineti» (Edizioni del Galluzzo, 2001), che a sua volta ci porta a quella che sta curando il cosiddetto Gruppo di Ferrara (Ferretti Cuomo, Tonello, Trovato): intitolata di nuovo solo Commedia…

(Dolenza a margine: Salerno non ristampa più la versione tascabile di Malato; Galluzzo quella di Sanguineti; Garzanti non fa più i Libri della Spiga; Einaudi ha tolto dai Millenni – i Millenni! – l’edizione in quattro volumi del Poema, la sola con le concordanze; persino quella commentata da Robert Hollander (Olskhi, 2011) è già difficile da trovare… Siamo a edizioni di Dante che stanno sul mercato due-tre anni, come i libri di Vespa e di Cazzullo: giusto per ricordarci che anche in quanto a letteratura  siamo sempre più scemi).

Dunque?

Domenico Rossetti
Perché “Divina Commedia”
si appelli il poema di Dante.
Dissertazione di un italiano (1819)
con le annotazioni manoscritte
dell’Autore (1819-1841)

a cura di Francesco De Nicola
ed Elvio Guagnin
EUT, Trieste 2025
pp.168, euro 19,00
Opera disponibile in Accesso aperto

Di Dante non abbiamo neanche una firma: leggiamo, nel migliore dei casi, copie di copie di originali perduti chissà dove.La questione del titolo del Poema, dunque, «è tutt’altro che chiusa», come scrive Elvio Guagnini nella postfazione del sorprendente Perché Divina Commedia si appelli il poema di Dante. Dissertazione di un italiano (1819) di Domenico Rossetti (curata da Guagnini e Francesco De Nicola, EUT 2025).

Ma Commedia (o Comedìa) Divina o no, sarà poi così importante?

Nella sua operetta del 1819, riedita dall’EUT anche in copia anastatica, Domenico Rossetti, scrive che solo comprendendo il titolo «vediamo il vero oggetto e soggetto del poema stesso, ed il vero punto di vista dal quale il poeta volle essere giudicato». Non so se sia vero.

Di Domenico Rossetti (Trieste 1774 – 1842) non sapevo nulla. Sul contesto in cui operò, «triestinissimo tra i triestini» (Silvio Benco, Trieste, La Finestra editrice 2010) e «tenace assertore dell’autonomia di Trieste e della sua identità italiana» (Dizionario degli autori di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia di Walter Chiereghin e Claudio H. Martelli, Hammerle Editori, 2014), scrivono benissimo i due curatori di questa Dissertazione. Quanto a Dante, a me ha colpito che Rossetti leggesse autori non banali: Coluccio Salutati, Schelling, Johann Witte, l’Ottimo, Foscolo, Vico…

Sempre dai due curatori e dal Dizionario di Walter Chiereghin e Claudio H. Martelli, apprendo che il patrizio Domenico Rossetti è stato per molti motivi un benemerito civil servant della città. Amante delle lettere e autore di testi in particolare teatrali non fortunatissimi; cultore di Petrarca e di Enea Silvio Piccolomini, ha dedicato a Dante lungo studio e grande amore.

La sua «ipotesi», come la definisce, è che il Poema possa intitolarsi solo Divina Commedia. Argomentando il perché, da una parte, ci offre cospicui esempi diun gusto – scappa di dire – da don Ferrante al cospetto della peste: la Commedia viene catalogata nel genere «epico-grafico-morale sì encomiastico che detestativo, ed in massima parta anche satirico»; ovviamente sono di genere «detestativo e satirico» l’Inferno e il Purgatorio, «encomiastico» il Paradiso.

Avverte Guagnini che la «definizione articolatissima» (anche più di quanto riportato) corrisponde al «gusto classificatorio e l’amore per i sistemi che gli derivavano dagli studi di estetica e di filosofia, e che avrebbe poi trovato un vertice nel libro del 1832 Dello scibile umano e del suo insegnamento», saggio, se ho saputo cercare, ripubblicato solo una volta nel 1944 nei suoi Scritti inediti.

Definito concettosamente il genere, molto più interessanti sono i ragionamenti che Rossetti escogita. Il primo: già mentre Dante era vivo, «gli stessi ammiratori contemporanei» avrebbero inventato il titolo Divina Commedia: Dante stesso, persuaso della congruenza, l’avrebbe quindi fatto suo. Prove di questo? Nessuna.

L’altra illazione Rossetti dice che la ricava «dalla stessa essenza del poeta medesimo» e spiegherebbe intanto ciò che è certo: che nel titolo c’è il termine Commedia. Leggiamo: «il carattere dominante della favola» è la stoltezza. La stoltezza consegna Dante (che nel poema tutti gli uomini rappresenta) alla selva oscura. Parafraso: se fossimo già santi, e quindi senza stoltezza, non ci sarebbe nessuna storia, essendo «la stoltezza il mezzo universale delle transizioni tutte dell’umana progressione nei varii gradi della nobilitazione».

Lo stolto è ontologicamente comico, e comico sarà il suo Poema, il quale, conclude Rossetti, «per mancanza forse di altro più limitato e filosofico vocabolo, debba comico appellarsi». Facendo un salto pindarico, la motivazione non è tanto diversa da quanto ha scritto Milan Kundera sulla natura del romanzo (L’arte del romanzo, Adelphi 1988).

Ancora più interessante il secondo argomento: il Poema di Dante è Commedia soprattutto per lo specifico punto di vista che l’autore ha scelto per raccontare, e giudicare, il mondo: il punto di vista di Dio! Dante, «nella sua fantastica elevazione, divenne, o, per meglio dire, finse di essere divenuto conoscitore e spettatore, siccome lo è veramente solamente Dio».

Va da sé che lo sguardo di Dio è l’unico assoluto e universale: dalle viscere di Satana al pigolio mistico della Rosa Mistica e oltre, tutto è compreso in Lui. La comicità di Dio è la sua stessa universalità, che nulla da sé esclude (mentre la tragedia lascia fuori il plebeo, il buffo, il fetido, ecc.).

Riducendo all’essenziale: la comicità di Dio è evidentemente divina; Dante è il genio che, nel suo «entusiasmo», ha osato «fingersi» a quell’altezza: la sua Commedia sarà quindi da definire Divina. Questa conclusione apparve all’autore – potremmo dire nel suo entusiasmo – così stringente che immaginò che già i lettori contemporanei di Dante «si sentirono in certo modo costretti» ad accettarla.

Certo, Dante arrivò a questa conclusione per geometrico e avvocatesco argomentare. Dante avrebbe colto il senso e il valore della sua opera per genio spontaneo, sorgivo, strabordante rispetto a ogni «servile osservanza di leggi e di forme»: idea romantica che ben corrisponde alla temperie in cui Rossetti ha scritto.

Dando un quadro del Poema singolarmente laico (senza santi, senza Beatrice!), Rossetti disegna un campo di forze che ritroveremmo per esempio in Leopardi: entusiasmo, illusione, favola, finzione sono i concetti fraterni che anche per lui definiscono il vero poeta: qualcosa di diverso dal mezzobusto di Dante che il principe Massimiliano terrà in uno degli angoli del castello di Miramare.