QUEL GIORNO A TRIESTE

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Pier Luigi Sabatti

Anticipato dalla bella riduzione teatrale di Sabatti-Burul, ritorna in libreria, a vent’anni dalla prima edizione Infanzia triestina di Pierluigi Sabatti (Bottega Errante, collana “rumore bianco”, con prefazione di Mary Barbara Tolusso, simpatico recupero delle pagine che hanno accompagnato il libro nella prima uscita).

La lunga attività giornalistica di Sabatti, contrassegnata da una costante attenzione alle questioni delle terre già italiane dell’Istria e di Fiume, inaugurando addirittura sul giornale di Trieste una pagina dedicata (e senza echi di pregiudizio o di astioso revanscismo), garantiscono una particolare felicità di scrittura ed una impeccabile competenza storica. Doti di carattere ma anche fondamentali (vorrei dire irrinunciabili se, visti i tempi, non suonasse comico) qualità deontologiche che vanno energicamente sottolineate se consideriamo l’insieme degli scrittori tricolori fra i quali, senza che nessuno batta ciglio (anzi, con applausi da spellarsi le mani), si è visto qualcuno (Battocletti) affermare che probabilmente Linuccia Saba abbandonò la scuola di via Rismondo a causa delle leggi razziali (ma aveva 28 anni nel 1938!), o collocare l’inizio dell’esodo (ed individuare una intensa stagione di infoibamenti) nel dicembre 1944 (Tuti).

Tutto ciò costituisce però solo la premessa dello svolgimento narrativo. Che mette a fuoco una “giornata particolare”, anzi quella forse decisiva del secondo Novecento triestino, ovvero il 26 ottobre 1954, quando, cito dal documentario dell’Istituto Luce, «Trieste vestita dei tricolori saluta il ritorno dei nostri soldati» (a proposito, che eleganza di scrittura nel testo giornalistico di settant’anni fa, e che intramontabile insensatezza, ahimè di nuovo alla moda, vedere nell’esercito il massimo simbolo dei valori nazionali). La giornata comincia con tempo cattivo, e infatti «Ninetto e i suoi genitori» andavano per via dell’Istria sotto un cielo «illividito da nuvole basse», sfidando il  «vento e la pioggia». Francesco, «l’unico democristiano dichiarato nella zona», colui che aveva il fegato di esporre alle finestre, che «davano su via dell’Istria le bandiere bianche, rosse e verdi il Primo Maggio» e la moglie Anna, di famiglia legata al mondo sloveno, alla volta della Piazza Unità (poi, dal 1955, piazza dell’Unità d’Italia) per salutare l’arrivo delle truppe e delle navi imbandierate.

Ninetto verso casa delle zie in via dell’Industria (zona San Giacomo, rione tradizionalmente popolare, socialista e multietnico). Troppo cagionevole e ancora troppo bambino per cogliere il significato della giornata, dovrà restare con loro mentre i genitori compiono il loro piccolo atto di devozione patriottica. Con assoluta convinzione Francesco, più per amore della pace familiare che sullo sprone di robuste idealità Anna. A casa delle slovene il fatto che Trieste ridiventi italiana per effetto dell’accordo di Londra dell’ottobre 1954, dopo nove anni di amministrazione anglo-americana (la fase del cosiddetto “Territorio libero”), suscita qualche preoccupazione (troppo fresco il ricordo di persecuzioni e violenze) e la grande festa popolare nelle vie e sulla piazza non è per zia Olga che carnevàl («i xe andai a veder carnevàl»); espressione sarcastica che Ninetto riporta, all’arrivo dei genitori, scatenando il finimondo: «Papà scattò come una molla, mettendosi a gridare, rivolto alle zie. […] Ninetto aveva la testa così piena di domande che si sentiva frastornato e gli pareva addirittura che tutto gli girasse intorno. […] Insomma: si festeggiava o si era ancora in guerra? Sempre più confuso Ninetto si chiese: ‘ma in guerra con chi? Italiani contro slavi? E se io volessi formare due eserciti con i miei soldatini», rifletteva, «italiani contro slavi, chi devo far vincere? Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?». È la domanda che si pone anche lo Zeno di Svevo, in un momento cruciale (è insieme a Guido, il rivale, a ridosso dal muretto giù dal quale aveva pensato di spingerlo), accendendo il ricordo del tormento infantile di fronte all’insolubile quesito: sono buono o cattivo? Ma ciò che in Zeno ha portata individuale e prevalente prospettiva morale, acquista indirettamente nello sbotto ingenuo di Ninetto una dimensione storica e geo-politica assai facile da decifrare.

Lo spunto potrebbe sembrare stonato in bocca ad un bambino, se non fosse proprio lui il perno di tutto il racconto. La “funzione Ninetto” permette infatti di sfruttare il differenziale di conoscenza e consapevolezza fra il bambino e gli adulti (consideriamoli in blocco, pur con le grandissime ed esemplari differenze di posizioni politica, appartenenza nazionale, ideali che li caratterizzano nel romanzo) per portare alla luce con la leggerezza dell’interrogarsi infantile (anima candida e mai giudicante, perché ancora indenne da quelle dolorose esperienze e da quegli “idola” che deformano i pensieri e i sentimenti dei “grandi”) i nodi più intricati della storia triestina. Viene da pensare a Calvino che, nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno (con Pin al centro del racconto, un po’più grande di Ninetto, e ben più insolente e ribelle, come ovvio del resto per un figlio dei bassifondi in tempo di guerra), spiegava che aveva scelto di affrontare il tema cruciale e difficile della Resistenza con una messa a fuoco laterale ed indiretta: «tutto doveva essere visto con gli occhi di un bambino». In Infanzia triestina Ninetto appunto.

Grazie al personaggio del bambino – sarebbe interessante capire quanto proiezione di un autore che, rispetto a lui, è di qualche anno più giovane – un campo narrativo che rischia di sfilacciarsi in mille rivoli centrifughi acquista solida compattezza. Attraverso i suoi occhi Sabatti racconta la molteplicità triestina: quel vespaio di contrasti che i germi e lo strazio di tutti i conflitti dell’Ottocento e del Novecento hanno concentrato in terra giuliana (da cui “l’anima in tormento” che la città ci ha dato in dote, come scrive Slataper nel Mio Carso). Indagata con brevi scarti temporali e memoriali, mentre Ninetto guarda, interroga e interpreta (nei limiti delle sue possibilità di bambino attento ma, inevitabilmente, infantile) la Trieste della “seconda redenzione” viene stesa sul tavolo anatomico, alla ricerca dei segni del presente e dei fossili incistati in un organismo forse troppo fragile per sostenere tanta Storia. Tutto in solare evidenza, e tutto assolutamente vero, come concorderà chi ha un poco frequentato queste terre. E l’esile vicenda – una sola giornata come il Bloomsday – schiude l’anima molteplice e conflittuale di un luogo in cui, come diceva Jan Morris, ogni esule è di casa, perché ciascuno può trovare una sua nicchia di riferimento: una città al limite schizofrenica ma mai, come scriveva di Salisburgo Thomas Bernhardt (uno dei grandi narratori del secolo scorso), microcosmo statico e soffocante che induce una paralisi mortale. Ci sono, all’altezza del 1954 (quasi incredibile che a tutt’oggi non siano estinti, anzi), i nostalgici dell’Impero con i loro alti lai: nello spirito attuale del turismo frenetico corrono tutti a Giassico il 18 agosto, con i calzoncini di cuoio e le piume sul cappello; ci sono i comunisti che, con un pizzico di fideismo (e immarcescibile simpatia per Baffone, destinata ad attenuarsi e venir meno solo dopo l’VIII Congresso del PCI), sperano in un futuro trionfo della classe operaia e della giustizia sociale; i sostenitori dell’Indipendentismo triestino (il TLT), che vedono nell’amministrazione anglo-americana una garanzia contro possibili rigurgiti fascisti – un ingrediente che la “macedonia” triestina non si è mai fatta mancare – e slavofobia; i “moderati”, di inconcusso patriottismo, che sognano il ritorno dell’Italia, con tanto di bersaglieri e bandiere, e favoleggiano di irredentismo ricordando nostalgici la cosiddetta IV guerra di indipendenza (la Grande Guerra), e gli sloveni che invece lo temono, cattolici o comunisti, titoisti o stalinisti che siano, paventando nuove discriminazioni, o peggio, a svantaggio degli “allogeni” (che il fascismo aveva cercato di “educare” all’Italia del Duce cambiandone perfino i cognomi, come Sabatti non manca di evidenziare); gli esuli (quelli veri, di prima generazione, la gente che ha sofferto e pianto, che ha perduto la terra e la storia, e non i lagnosi nipotini che piagnucolano intorno all’albero delle sovvenzioni di Stato), gente che ha Tito in gran dispitto ma che spesso e volentieri i triestini accolsero con non celato fastidio («i ne porta via el lavor», «i xe tuti basabanchi», «i xe i primi nele liste per le case del IACP», ecc.) Insomma un bel ritratto di gruppo, in una “soluzione” narrativa portata ai limiti della saturazione (manca, ma forse farebbe traboccare il vaso, l’ex-fascista ancora convinto – lungi da venire il vezzo di definirsi post-fascista, ma con il busto del Duce sulla scrivania, l’affiliato allo “stay behind”, con il mitra nascosto in cantina, e poco altro).

Pier Luigi Sabatti
Infanzia triestina
prefazione di Mary B. Tolusso
Bottega Errante Editore,
Udine 2025
pp. 176, euro 17,00

Altrettanto ricca la tavolozza linguistica: tutti i personaggi principali (è la Trieste di ieri, di oggi, di domani?) passano con assoluta facilità dal dialetto all’italiano, prospettando una condizione di totale diglossia, con il triestino costantemente usato in situazioni quotidiane e ambiti familiari, e la “lingua” riservata ai contesti ufficiali e burocratici (faticosamente, bisogna dire, a causa della scarsissima pratica). Direi di più: se la mia esperienza non mi inganna, questo libro è, dopo Ernesto di Saba, il testo in italiano (escludendo dunque le opere in versi e quelle, poche, in prosa, scritte esclusivamente in dialetto, con finalità di solito umoristiche) che ospita con più generosità lacerti di vernacolo (con un glossarietto alla fine per agevolare la comprensione). Non mancano inoltre inserzioni, assolutamente ovvie considerando la poetica realistica di Infanzia triestina, di sloveno e croato (più che giusto non aver esagerato aggiungendo magari il friulano e il tedesco, ne sarebbe venuto fuori veramente il carnevàl di zia Olga).

Qualche giorno fa (firmo il pezzo il 17 aprile) Alessandro Piperno, che ebbe un momento di ampia notorietà agli inizi del Millennio grazie al libro Con le peggiori intenzioni, e che ha poi continuato a scrivere romanzi e saggi, a fianco della sua attività di francesista all’Università di Tor Vergata, ha dichiarato, in un ampio necrologio di Vargas Llosa che «ci vuole fegato e un bel po’di improntitudine per credere ancora nel romanzo». Bene, un libro come Infanzia triestina questa fiducia (ma temo che Piperno intendesse più le royalties che il favore dei lettori…) la conferma pienamente, sullo spartito a due note del delectare-docere. Racconta piacevolmente ciò che un saggio renderebbe più difficile da affrontare, per la natura non sempre fluida del “solvente”. Tanto che a scuola si potrebbe con profitto suggerirlo agli studenti dell’ultimo anno del secondo ciclo, a supportare quello studio della storia che, ad essere ottimisti, arriva fino alla Seconda guerra mondiale. Togliendo magari quelle poche pagine che raccontano delle lotte di Ninetto e di Vilma che cerca sempre di afferrargli il pisello e dove lui scopre, ohibò, che lei il pisello non lo possiede (visto che nel III millennio dei viaggi verso Marte e dell’intelligenza artificiale, e a ridosso della probabile nuova guerra mondiale, l’ultima, c’è ancora chi trova sconvolgente che si parli nelle scuole di temi attinenti alla sessualità).