IL GABBIANO SECONDO FILIPPO DINI

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di Sabrina Di Monte

Il Gabbiano foto di Serena Pea

Rassegnamoci: anche a teatro ciò che si teme più di tutto è di annoiare, di allontanarsi troppo dal ritmo frenetico degli action movies che piacciono tanto ai  giovani che si cerca disperatamente di coinvolgere. Ecco allora la versione del Gabbiano di Filippo Dini, con una produzione del Teatro Stabile del Veneto, al Teatro Stabile Rossetti dal 12 al 15 marzo di quest’anno.

Sedendomi al mio posto in platea, vedo che un’attrice è già sul palcoscenico, seduta per terra, a gambe larghe e con la testa china, come una bambola di pezza senza forze. Indossa un paio di jeans scuri e una camicia sempre di jeans senza maniche. Chi sarà? Tutti gli altri attori vestono costumi contemporanei.

La prima battuta del Gabbiano di Čechov è di Medvedenko, insegnante povero e goffo, corteggiatore di Maša, che in questa versione è l’attrice seduta per terra a mangiare e bere svogliatamente già prima dell’inizio: «Perché è sempre vestita di nero?», chiede Medvedenko, «Sono in lutto per la mia vita», risponde Maša, che qui però di nero ha solo una canottiera sotto la camicia smanicata. Medvedenko intona a squarciagola una canzone d’amore e abbiamo la conferma che lo spettacolo seguirà una strada tutta sua, attualizzando.

Il Gabbiano fu  rappresentato per la prima volta il 17 ottobre del 1896 a Pietroburgo. Fu un fiasco. Čechov ne rimase sconvolto. Due anni dopo, il regista e scrittore Nemirovič-Dančenko riporterà il dramma in scena a Mosca. Durante la preparazione, scrisse a Čechov: «Stiamo provando i toni, o meglio i mezzi toni, con cui deve essere recitato Il Gabbiano». Qui invece i toni sono spesso eccessivi, non adatti ad un dramma che dovrebbe essere di latente attesa. Insomma, di russo rimane poco e niente.

Sobria ed elegante è la scenografia: un grande fondale in bianco e nero di Laura Benzi, con nuvole cupe che si riflettono nel lago, che muterà colore con  il prosieguo dell’azione.

Al centro del primo atto, vi è il momento di “teatro nel teatro” quando il dramma d’esordio di Kostja, giovane autore bisognoso di conferme, viene rappresentato in un teatrino improvvisato. Kostja è però umiliato e mortificato dalla madre, l’attrice Irina Arkadina, egocentrica e narcisista, che stronca l’opera del figlio e respinge le sue idee sulla necessità di forme artistiche nuove.

Tutti nel Gabbiano sono infelici: Maša ama il tormentato Kostja, che però è innamorato di Nina, la giovane piena di sogni, che donerà tutta sé stessa all’inconsistente Trigorin, l’autore di successi letterari che non lascerà mai l’egocentrica Arkadina, a lui morbosamente legata.

Giuliana De Sio fa di Arkadina  una diva dei nostri giorni; mentre Dini propone un Trigorin nevrastenico e balbuziente vestito come un bagnino californiano. In generale, il ritmo spinge sempre verso la concitazione. Il risultato è una fitta serie di climax, che sortiscono l’effetto opposto (io mi sono quasi  addormentata). Convince il giovane Giovanni Drago nei panni di un Kostja vitale e antisistema. Le sue tirate sul teatro di oggi, attualizzate rispetto al testo di Čechov, sono coraggiose ed efficaci.

Diverse canzoni pop e rock cantate dal vivo creano qua e là interludi al dramma: alcune originali (di Massimo Cordovani), altre ben conosciute dal pubblico, come Skyfall di Adele (cantata molto bene da Enrica Cortese, che interpreta Nina con una bella vocina vibrante). Virginia Campolucci (Maša), che tende spesso a una recitazione più “urlata” del necessario, convince di più quando canta I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2.

Tutto precipita nel finale, quando lo sparo improvviso del suicidio di Kostja, mentre gli altri passano il dopo cena attorno al tavolo da gioco, getta tutti in un abisso senza speranza, rivelando allo stesso tempo una vicenda arrivata alla sua essenza, finalmente sincera.