RICORDANDO RENATO GHIOTTO

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Scarlatto e oro, è un racconto giovanile inedito dell’autore vicentino emerso dalle carte depositate a Pavia nel Centro per gli studi sulla Tradizione Manoscritta di Autori Moderni e Contemporanei

In Italia, fra le due Guerre, scrittori quali Bontempelli, Landolfi, Savinio, Buzzati avevano pubblicato romanzi e racconti secondo i canoni del genere fantastico degni della migliore tradizione europea. Ghiotto, poco più che ventenne, nel 1946 scrisse un testo di genere fantastico per un concorso letterario. Il tentativo non ebbe successo e il racconto rimase fra le carte mai pubblicate

L’autore con angosciosa lucidità e con scrittura visionaria sbozza una storia nella quale il lettore è costretto a riconoscere che il mistero è la sola realtà oggettiva

di Gennaro Rega

Renato Ghiotto

L’editore Neri Pozza fu sagace tessitore e prezioso testimone di quella rete di intellettuali (ne cito solo alcuni: Luigi Meneghello, Goffredo Parise, Guido Piovene, Mario Rigoni Stern) che potrebbero essere indicati con l’etichetta di “scuola vicentina” attiva dai primi decenni del secondo Dopoguerra fino agli anni Ottanta del secolo scorso. In un suo libro memoriale, intitolato Ritratti vicentini e altro pubblicato nel 1987 ad un anno di distanza dalla morte di Renato Ghiotto (1923 – 1986), l’editore ne propose un composto ricordo, sinceramente elogiativo, con questo dettaglio: «Scrisse nel 1946 un racconto lungo, Scarlatto e oro, che mandò a un concorso e che forse è rimasto – se ne ha lasciato – fra le sue carte».

Da anni ammiro la qualità stilistica e la visione lucida e dolente del mondo che lo scrittore di Montecchio Maggiore (VI) ha rivelato nelle sue prove letterarie e in particolare nei suoi quattro romanzi (Scacco alla regina del 1967, Adios del 1971, Rondò del 1985, I Vetri del 1987, postumo). Purtroppo è stato troppo in fretta “dimenticato”. Neppure in occasione del centenario della nascita, lo scorso anno, ha ricevuto particolari attenzioni e sollecitato iniziative di rilievo. Unica eccezione il saggio accurato e imprescindibile, soprattutto sotto il profilo bio-bibliografico, scritto da Oreste Palmiero, pubblicato per i tipi di Marsilio col titolo: In questo arrabattarsi gioverebbero i discorsi con gli amici. Renato Ghiotto: una biografia dalle lettere.

Dunque ventitreenne, appena finita la guerra, Renato Ghiotto, decise di esordire come scrittore in un premio letterario, con un testo modellato sui canoni della letteratura fantastica. In Italia negli anni precedenti a Scarlatto e oro questo genere letterario era stato sperimentato da personalità di vaglia, quali Landolfi, Savinio, Buzzati. Il comasco Massimo Bontempelli in L’avventura novecentista (1938), aveva espresso programmaticamente un’idea di “fantastico” o “realismo magico” a cui il giovane narratore sembra ispirarsi: «… niente di simile al favolismo delle fate: niente milleunanotte. Piuttosto che di fiaba, abbiamo sete di avventura. La vita più quotidiana e normale vogliamo viverla come un avventuroso miracolo». Va inoltre rilevato che l’antologia di racconti di narratori italiani, Italia magica, promossa da Franco Contini, venne pubblicata in Francia proprio nel 1946.

Fino a quel momento l’esistenza di Ghiotto era stata, come quella di molti della sua generazione, arrovellata e sempre al bivio. Nell’ottobre del 1943 aveva deciso di rifugiarsi in Svizzera. Con gli amici più fidati non mancava di dolersi per essersi sottratto alla lotta partigiana. Lo confessa, ad esempio, in una lettera a Meneghello che Oreste Palmiero riporta a p. 11, nota 2 del saggio sopra citato. L’esilio svizzero lo sfibrò. Ma nonostante la pesantezza della vita nei campi profughi, cercò tuttavia di non rinunciare a frammenti di rapporti umani profondi, alla scrittura personale, alla lettura di capolavori della letteratura angloamericana e francese del XIX e XX secolo. Forse la propensione verso narrazioni di genere fantastico – surreale germinò proprio durante quel tempo “sospeso”.

Dopo la Liberazione, tornato a Vicenza, volle ancorarsi a un convinto impegno politico, cercando di portare nel campo dell’informazione veneta la figura di un giornalista scrupoloso ed equilibrato, lievito di coscienza repubblicana nell’Italia postfascista. Infatti a soli ventidue anni veniva scelto come direttore del Giornale di Vicenza. E mantenne brillantemente questo incarico fino al 1950.

Quando Renato Ghiotto alla fine di quell’anno, fu costretto a concludere, deluso, la sua militanza giornalistica, si decise a raggiungere il fratello Renzo in Argentina per avviare un’attività di direttore commerciale di una industria metallurgica. Rimase in Sud America per un triennio. Consolidò la sua situazione economica, ma non mancò di fare esperienze letterarie che influirono sulla sua futura attività di scrittore. Decisivo il contatto con Jorge Luis Borges e la conoscenza delle sue opere. Ghiotto nel successivo percorso narrativo si ispirerà spesso al filone del “realismo magico” di cui vi è traccia, come si è rilevato, fin dalle sue prime prove.

Per non appesantire l’esposizione, volutamente mi interrompo agli anni Cinquanta e mi limito a esporre e contestualizzare il testo giovanile dello scrittore vicentino.

Ho avviata la mia ricerca nell’archivio del Fondo Manoscritti di Pavia, a cui gli eredi di Ghiotto hanno affidato gran parte delle carte e della documentazione lasciata dal padre. Lì infatti ho avuto conferma che il testo, inizialmente citato, è ancora conservato e accessibile. Si tratta di 15 fogli manoscritti con il titolo Scarlatto e oro e un dattiloscritto di 28 pagine numerate, con il medesimo titolo. A penna in alto nel primo foglio e in basso nell’ultimo è trascritto un nome proprio: “Floriano”. Ma purtroppo non mi è stato possibile scoprirne l’identità. Si tratta di un racconto  che meriterebbe di essere pubblicato integralmente.

Questo il suggestivo incipit e di seguito la trama.

«Il brigantino fu stretto dai ghiacci del piccolo porto; gli uomini traversavano a piedi il tratto fino al molo principale e s’infilavano nelle porte basse delle bettole senza più volgersi a guardare al largo. Fuori dall’alto dell’albero la vedetta scorgeva ghiaccio crespo e rigido fino a un lontano punto dell’orizzonte dove il mare tremava. Un giorno anche quel punto si rapprese e la vedetta non finì il suo turno. Andò con gli altri nella bettola e ritornavano a notte alta col sedere sul ghiaccio come slitte, fin sotto il barcarizzo dove sventolava una lanterna gialla. In coperta le loro grida avevano per l’aria secca una lunga sonorità; essi stessi ne avevano un po’ paura e cercavano con gli occhi gli uccelli striduli usciti dalle loro bocche fin su tra le corde. Il cielo si alzava cristallino oltre le stelle più lontane; nessun vascello maledetto navigava lassù a fari spenti».

Il veliero guidato dal capitano Dorin ormeggia, dunque, nel porto di una cittadina dell’estremo nord della Scandinavia dopo una lunga stagione di pesca alle aringhe in mare aperto. Quasi tutto l’equipaggio sbarca voglioso di alcool e di donne e si affolla nelle locande più vicine. Il medico di bordo, Gunnar Olafson, decide di seguirli, ma ben presto il chiasso, il fumo, gli odori gli vengono a noia. Preferisce tenersi in disparte per osservare distaccato la rissosa convivenza dei marinai con la popolazione locale. Poi improvviso il dramma. Il lavorante di una locanda, che nei giorni precedenti aveva profetizzato sventure e lutti a causa dell’arrivo della nave e dei suoi uomini, muore tra atroci sofferenze colpito dalla peste. Nella cittadina il terrore si diffonde a macchia d’olio di pari passo con il furore nei confronti degli “stranieri” ritenuti causa del morbo. A scene di morte, che potrebbero ricordare quelle celebri dei Promessi sposi, si alternano scene di caccia all’uomo in un delirio collettivo. Olafson si aggira nelle strade deserte oppresso da gravi pensieri. Quanto potrà giovare il suo intervento come dottore per contenere l’epidemia se, come confessa a se stesso, ha accettato l’imbarco soprattutto per spirito d’avventura e per la curiosità di affrontare un viaggio ai limiti del mondo?

All’improvviso dall’angolo di una via compare un servitorello, vestito come un paggio di altri tempi, che lo invita pressantemente a seguirlo nel palazzo della sua signora. L’incontro con la misteriosa padrona di questo luogo, che fin dalle prime sequenze appare collocato in una dimensione magica e irreale, non avverrà subito. Gunnar guidato da una sorta di misteriosa vestale (la cui identità verrà rivelata verso la fine del racconto) si sottopone a una serie di rituali purificatori. Infine viene introdotto in un confortevole salone dove incontra la giovane affascinante padrona di casa: «Era bionda, lunga, risplendeva sotto una coperta di damasco giallo». Angelica, questo il suo nome ariostescamente evocativo, gli confessa che è un semplice callo al piede il problema per cui lei l’ha invitato. Un pretesto, dunque, per meglio sopportare il noioso isolamento dai dintorni che ormai appaiono tetri e desolati. Gunnar è sorpreso: aveva pensato, preoccupato, di essere stato cercato per curare la peste. Invece scopre che la giovane possiede già un antidoto efficace a evitare il morbo. Si tratta di una polvere rossa frutto delle ricerche e degli esperimenti che il padre e il nonno di Angelica, valenti alchimisti e astrologi, avevano realizzato e le avevano raccomandato di conservare gelosamente. Infatti le stelle profetizzavano che un giorno un veliero sarebbe arrivato dal Sud del mondo fino al porto del loro villaggio, trovando morti tutti gli abitanti. Unica a sopravvivere sarebbe stata Angelica, grazie alla polvere rossa. Così si sarebbe imbarcata e avrebbe trovato la salvezza.

La malia che emana dall’enigmatica donna è avvolgente per il dottore. Ella gli spiega che ritornare sul vascello sarebbe un azzardo mortale. Per lui soltanto il palazzo può risultare un rifugio sicuro. Infatti, da una torretta che lo sormonta, i due vedono tutt’intorno fino all’orizzonte continuare la desolazione e gli scontri fra cittadini e marinai. Restare con Angelica e goderne la sensuale compagnia diventa per Gunnar un bisogno allettante a fronte dello scenario di morte e terrore che li assedia.

I due passeranno insieme quella notte, e molte altre ancora, abbandonandosi all’ebbrezza e al cibo. E si ameranno. Ma a poco a poco, il protagonista si mostrerà stanco dell’ambiente claustrofobico e asettico in cui Angelica lo costringe. La sua condizione rassomiglia sempre più a quella di un cavaliere ariostesco chiuso nel Castello di Atlante. La donna, a sua volta, escogita ogni mezzo per trattenerlo a sé: insiste che l’epidemia non è ancora finita; lo lascia girovagare per ogni stanza, e sembrano infinite, del palazzo; una sera gli propone perfino uno spettacolo crudele e perfido: quello di Mirina che balla come un orso bruno, scomposta e insensata, davanti a loro due. Costei è il personaggio silenzioso che, succube della sorellastra Angelica, per prima ha accolto Gunnar nella dimora.

Finalmente una mattina il volo di un fitto stormo di uccelli diretti verso il mare sembra segnalare la fine della pestilenza. Anche Angelica, osservando dalla torretta la città con il suo cannocchiale, lo conferma, con tono deluso, a Olafson. Decidono di uscire. Ma prima accade un episodio premonitore e simbolico: «Gunnar mosse i pezzi sulla scacchiera, era un gioco difficile; dalla sera prima Angelica gli aveva lasciato in piedi il suo re bianco e una pedina. Non potevano più muoversi: nel corridoio dipinto a quadrati un pezzo nero li aspettava in fondo. Gunnar li abbattè con la mano aperta, caddero sul pavimento. E così erano tutti morti. Il brigantino non sarebbe più ripartito, un’altra nave arrivando al disgelo avrebbe trovato la città brulicante della nuova vita dei vermi, nati con la primavera».

I due attraversano una città ridotta a un vasto cimitero dove le tombe come in un film horror si scoperchiano per mostrare il grottesco della morte. Una pausa illusoria di questa inquietante perlustrazione è il loro arrivo al porto. Olafson perplesso osserva il suo brigantino alla fonda, abbandonato. Angelica, delusa, non trova la nave che secondo la profezia del padre l’avrebbe dovuta portare lontano verso sud, in salvo.

«Dobbiamo proprio morire? – disse Gunnar.

Angelica alzò la testa, sorrideva […] Oh no, caro. L’ho detto ma non è vero. Ho sempre la polvere rossa, lo sai. Ora faremo un bagno e aspetteremo che la nave arrivi un altro giorno. Dobbiamo fare molta allegria stasera».

Ancora una volta è la donna ad avere un soggiogante fascino sull’uomo. Dopo qualche attimo di smarrimento, lo riconduce a palazzo. Compiono un bagno lustrale con la polvere rossa. Si depurano dalle scorie del “fuori”. Sono nuovamente in un “dentro”, rassicurante e che pare ricco di promesse di vita. Repentino, però, l’atteggiamento di Angelica muta. Come una sorta di menade, sconvolge l’ovattato silenzio della stanza dove solitamente i due amanti si rifugiano, con passi di danza sfrenata e con musiche dissonanti. Pronuncia perfino parole insensate. Poi cade in un sonno pesante. Mentre Gunnar la veglia amorevole, entra nella alcova Mirina. Gli confessa il suo amore tenuto nascosto, gli rivela la vera identità della sorellastra. «Lei è malefica. La peste è lei». Gli si concede senza remore. Ma la sera successiva, nella scena finale, Angelica e Gunnar dopo essersi baciati e accarezzati a lungo, appaiono in una fissità lugubre. La peste è venuta anche per loro.

«Angelica immobile, ingiallita, viva e Gunnar infisso in lei, morto. Ma gli occhi di Angelica non sono disseccati dal terrore, si gonfiano e piangono.»

L’approccio del racconto Scarlatto e oro al genere “gotico” non punta esclusivamente sul facile effetto di “ricavare piacere da ciò che ci spaventa”. Ghiotto ricerca piuttosto l’attrazione per ciò che sta al di là della percezione, che va oltre la conoscenza fenomenica e l’esperienza comune. Nel lettore questa impostazione narrativa provoca fin dai primi capoversi una certa dose d’inquietudine, di ansiosa fascinazione. Infatti da una parte lo scenario nel quale il protagonista Gurnar, una volta sbarcato, si trova irretito, propone secondo i canoni del genere letterario un’abbondante dose di terrore, sangue, risse, odii, e non ultimo il flagello di una pestilenza. Ma, a partire dalle sequenze che si svolgono nel palazzo di Angelica, il mondo quotidiano che scorre dinnanzi agli occhi curiosi di Olafson sembra non coincidere più ai dati oggettivi, anche se non mancheranno altri eventi orrorosi. Infatti l’autore ricorre al concetto che Freud ha chiamato Unheimlich (tradotto solitamente in italiano come «perturbante»). Il confine tra fantasia e realtà si fà sempre più labile e agli occhi del dottore appariranno e si materializzeranno cose e persone che fino a quel momento da uomo raziocinante avrebbe considerato fole. In esse si celano simboli e significati in cui il protagonista cercherà di districarsi, attratto dal loro alone di mistero e di esoterismo. Ma finirà per esserne fagocitato.

Il personaggio di Olafson sembra modellato sulla stessa condizione esistenziale, speranzosa e irrequieta, del giovane Ghiotto a guerra conclusa. Il mondo, forse utopico, che si erano prefigurato i “piccoli maestri” (alludo al titolo del bellissimo libro-testimonianza sulla Resistenza in Veneto scritto da Luigi Meneghello, suo carissimo amico), si stava rivelando non del tutto collimante con gli ideali che quei giovani avevano nutrito fra il ’43 e il ’45.

Ghiotto, appena uscito dalla “peste” della guerra, in questo racconto non prospetta il paesaggio di un rasserenato Sud del mondo verso cui come nella profezia salvifica che Angelica rivela a Gunnar, avrebbe dovuto veleggiare la nave in fuga da un gelido Nord. Se il medico, consigliato da una prudente ragionevolezza, fosse rimasto sempre sul suo brigantino, se avesse osservato con distacco dalla tolda l’effetto distruttore e sconvolgente dell’epidemia nella cittadina dove avevano attraccato, la sua vita non avrebbe espresso quella carica di “weird” cioè di enigmaticità, stranezza, mistero che si conclude con il dramma.

L’autore rinuncia all’aspirazione resistenziale di reinventare il mondo di macerie che ha davanti agli occhi per approdare alla realizzazione di un mondo altro, e sembra volersi sottrarre alle chimere del neorealismo letterario, che in quegli anni caratterizzava la cultura italiana.

è consapevole che “la porta nel muro”, creduta per un istante un salvifico passaggio verso un mondo nuovo, in effetti è un trompe l’oeil: il fantastico non è la sublimazione di un programma politico, ma traguarda il reale per coglierne le contraddizioni e gli inganni. Un altro mondo è impossibile; il fantasy, per Ghiotto, non sposa l’utopia, ma rivela la distopia.

In questo testo giovanile egli, quindi, dimostra di essere in sintonia con alcuni principi del fantastico moderno: non prospetta un modello compatto di un mondo nella sua interezza da sostituire alla realtà. Piuttosto nella sua narrazione constata fatalisticamente la mancanza di vie di fuga dal Male. Così i due protagonisti si trovano in una condizione sospesa fra un’esistenza intravista e una ineluttabile. Angelica vuole illudere Gunnar che grazie alla potenza delle sue arti magiche anche lui avrà la possibilità di oltrepassare una soglia di realtà, che lo porti in un mondo altro, dove attingere assieme a lei alla felicità assoluta. Il suo comportamento ricorda quello di Calipso nei confronti di Odisseo. La ninfa cerca in ogni modo di tenere legato a sé l’eroe, pronta ad offrirgli perfino l’immortalità. Gunnar invece non ha un’Itaca a cui ritornare, una Penelope da riabbracciare. Non vive di nostalgie, ma di curiosità. Perciò asseconda fino in fondo la donna di cui si è innamorato. Ma nell’oltrepassare la soglia della realtà effimera, rimane drammaticamente incastrato: gli sarà negata la possibilità di aderire a quel mondo ulteriore che ha intravisto durante il tempo in cui è rimasto con lei.

Infine la sorprendente rivelazione di Mirina, contribuisce a rendere l’identità di Angelica ancor più indecifrabile. Ghiotto con scrittura visionaria offre al lettore un indimenticabile personaggio femminile, ambiguo e dallo statuto ontologico suggestivamente cangiante. è il Bene oppure il Male? è salvatrice oppure demoniaca?

Nelle sequenze conclusive il narratore fa credere al lettore che per i due amanti si prospetti un semplice rinvio del raggiungimento della piena libertà e appagamento dei sensi. Ma, repentino, il Reale mostra la sua linea d’ombra. I contorni della realtà sfumano nel sogno assillante. A Gunnar non sarà concesso il tempo per misurare il divario fra quello che di fascinoso ha intravisto nel sovrannaturale grazie all’incontro con Angelica, e la greve realtà ordinaria.

«Verso il sonno Gunnar ha il vento che gli batte le gambe in coperta, racconta anche lui leggero le sue storie di mare, racconta e dorme, il capitano Dorin esce dunque dalla cabina con una barba spaventosa e allegramente urla i suoi ordini, dà un calcio in un secchio, l’acqua vola sulle tavole al sole».

Egli è stato testimone di eventi straordinari ma al risveglio gli viene negata anche una scia di dubbio, nostalgia, ricordo per tutto ciò che ha sperimentato. Infatti inaspettata giunge la morte. In una sorta di vampirismo rivisitato lo scrittore sceglie che il destino del suo personaggio sia quello di rimanere “infisso” nel corpo “ingiallito”, ma vivo della indecifrabile dama di cui si è invaghito.

E «il brigantino nero si metterà a correre, il capitano sul ponte guarderà le vele tese, passando darà un colpo di campana così per gioco».