RIFLESSIONI SULLA MODA di Fulvio Senardi

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Non mi sono mai troppo curato del vestito. Suscitando spesso intorno a me, lo confesso, qualche imbarazzo. Negli anni in cui ho frequentato gli ambienti spinosi di consolati e ambasciate ho collezionato sguardi di riprovazione da parte dei miei superiori. Ricordo la frase preferita di uno di quei signori: il gessato è per i diplomatici come la divisa per i militari. Io la capivo così: essendo ai loro occhi un insettuccio un po’strano, il professore, dicevano (impossibile trascrivere il tono di voce, tra il dispregio di chi è nato con la feluca per il vil mestiere delle lettere e una specie di affettuoso rammarico per la scarsa consistenza della stima sociale e dello stipendio), mi si garantiva una franchigia per maglioni, magliette, jeans, k-way, scarpe da ginnastica e swatch al polso. Così, pronto ad andare nel vasto mondo, come la filosofia per Petrarca, povero e nudo (ebbene sì, sono stato anche naturista) non ho mai dato soverchia importanza ai dettami della moda, né sul piano pratico né come oggetto di riflessione teorica.

Arianna Boria

Non avevo ancora incontrato Die Mode di Georg Simmel, un libretto di poche pagine uscito nel 1911. Una rivelazione. Spiega che la moda è, nella sostanza, un rapporto sociale retto da due parametri fondamentali, l’esigenza di imitazione e di differenziazione e, aggiungeva con una torsione concettuale che oggi si definirebbe sessista, un’esigenza sociale interpretata soprattutto dalle donne, per reagire ad una marginalità vecchia come il mondo. Ciò che a Simmel non piaceva era la natura effimera delle mode che a un cultore del classicismo com’era lui appariva la conferma della loro insignificanza estetica (e conferma, invece, del loro significato sociale in relazione al culto moderno della velocità). Non ha cambiato i miei gusti, ma molto arricchito il mio sguardo.

Avendo ora in mano il libro in cui Arianna Boria, giornalista del Piccolo di Trieste, raccoglie una minima scelta degli articoli apparsi (e in apparizione) in una rubrica tenuta per più di trent’anni sulle pagine del giornale (Moda & modi, Battello, 2024), posso affrontare l’argomento con la serietà che si merita.

La prima cosa che colpisce è la cronologia invertita dei testi antologizzati. Una solleticante ricerca del tempo perduto che parte dall’oggi, dallo sfrenato tripudio post-pandemico che celebra la riacquistata libertà con l’oggetto-simbolo delle pianelline “glamour”, gloriosa rivincita per piedi che «per mesi si sono infilati solo in calzettoni antiscivolo e scarpe da ginnastica», e testimonianza visibile del privilegio economico nel modello Lido di “Bottega Veneta”, che costa più o meno come un week-end a Venezia (con tutta la famiglia al seguito, tassa d’ingresso compresa). Oggetto però immediatamente replicato – in ossequio appunto alla moda – da una copia «godereccia e popolana», che svela spudoratamente la sua vera natura: «non è di nobile ovino ma di una pezzatura bovina molto più resistente e plebea, e i suoi colori sono i gialli e i verdi acidi, i rosa barbie, i rossi, ciclamino e bluette», non «le sfumature soffici e burrose della vera griffe». È prassi comune della contemporaneità. Si chiama legge del marketing ed è una sfida che si riproduce a tutti i livelli e travalica ogni categoria. L’originale, costoso e che fa trend e la sua replica tamarra: la Porsche Macane e il Duster Dacia, il Beretta ARX 160 e il Kalashnikov (qui il secondo è nato prima, ma mi si conceda la licenza), Salvini e il generale Vannacci (in questo caso, rispetto a tamarraggine, intercambiabili), Daniel Barenboim e Alvise Casellati, ecc. Dunque erano solo incubi quaresimali gli ottimi pensieri cui ci aveva condotto la contrazione dei consumi della lunga quarantena (un po’come l’eterna pace noiosa di cui ha goduto l’Europa e che ora va tramontando grazie alle intemperanze di Marte). Allora, spiega Boria, la moda aveva contraddetto «uno dei suoi imperativi: rendere tutto, subito, vecchio e deperibile, per farci desiderare il nuovo». L’umanità pareva infine capace di «congelare il calendario, varare l’anno zero di una produzione più umana […]. Ipotesi, prima impensabile [che] ora ci fa riflettere su un modello forsennato di consumo che correva verso lo schianto, con guadagni altissimi ma altrettanti costi ambientali e umani, sprechi, sfruttamento». Da questo momento della Storia che è punto d’arrivo nel libro di cui scriviamo (e l’avvio della ripartenza nella realtà vera, a riprendere una corsa peggiore di quella di prima), un lento scorrere all’indietro, dove ciascun lettore si può sbizzarrire a trovare conferme, o a reinterpretare, nel segno della moda, scadenze più o meno cruciali del mondo d’oggi e con esse alcune ego-ipertrofiche figure iconiche che le hanno in qualche modo interpretate (Ilary Clinton, Michelle Obama, Carlà, il Berlusconi “magliettaro”, di cui attendiamo con ansia il francobollo celebrativo e le ricadute odonomastiche).

Marcello Dudovich, Mele& C. Napoli – Novità estive
manifesto litografico, ed. Ricordi, 1908 c.a
Treviso, Museo nazionale, Collezione Salce

Purtroppo il volume inizia dal 2021 per poi andare all’indietro, quindi nulla ci verrà raccontato di Ursula e di Giorgia, prese dal lato della moda, e niente degli armocromisti e seguaci su cui la penna deliziosamente tagliente di Boria avrebbe sicuramente suggerito qualche irriverenza memorabile.

La scrittura agile ed elegante di Moda & modi, illuminata dalle Muse dell’ironia (ma, come vuole la buona educazione, raramente del sarcasmo), scorre nelle migliori tradizioni del giornalismo che si fa leggere (sintassi semplice ma sostantivi e aggettivi sceltissimi), e rende il libretto perfettamente digeribile anche ai palati più sofisticati. Boria tiene la barra dritta tra gli epifenomeni della moda, ora andando di poppa ora di bolina, ma sempre seguendo una rosa dei venti il cui nord è la nozione di buon gusto. Compito difficile in un mare di prodotti che, in molti casi, tra Barbi e Bratz diciamo, Scilla e Cariddi coincidenti nel superamento, ha scritto Ivo S. Germano, del passato remoto della favola verso il presente mutevole e contingente della comunicazione, offre poche alternative. E preziose «parole perdute come grazia, discrezione, misura, sobrietà» garantiscono ormai scarso riparo dalla furia dei tempi. Non che Boria non operi una scaltrita selezione respingendo ciò che assolutamente contrasta con il suo personale “politically correct” (ho molto apprezzato che, visto l’argomento, abbia una sola occorrenza la parola “sexy” che mi è personalmente invisa, preferendo, e non solo forse per ragioni anagrafiche, l’ormai disusato “fascino” e derivati), ma, in molti casi, la correttezza professionale del giornalista diligente costringe, immagino, ad adattarsi anche a menu indigesti.

Luciano Bonacini, Calze Rayon
manifesto litografico,
Treviso, Museo nazionale, Collezione Salce

A rileggere il libro nel senso giusto, ovvero a partire dall’ultimo articolo datato 1991 e intitolato Austerity (fu l’anno in cui Jean Claude Trichet sancì quel limite alla spesa pubblica e quella assoluta libertà alla finanziarizzazione dell’economia che in trent’anni ha reso i cittadini dei Pigs, salvo i banchieri naturalmente, più poveri, più sfiduciati e più assenti dalle urne) per arrivare al 2021 del primo contributo si nota una lieve modifica della messa a fuoco e della scrittura. Inizialmente il taglio è saggistico, con una predilezione per il versante socio-antropologico del fenomeno moda, poi la focalizzazione si fa più tecnica e il lessico si apre a una presenza più ampia di anglicismi (oramai, in attesa del millennio cinese, abbiamo a che fare con un fenomeno monogenetico anche se multipolare e il suo codice, ci perdoni Macron, è invariabilmente la global language): De Amicis, il pedagogo finto-indulgente dell’Idioma gentile ne sarebbe scandalizzato, ed entusiasti invece gli estensori dei supplementi al Grande Dizionario Battaglia. Mancano invece, e ringraziamo l’autrice, scivolate nella semiologia della moda, ottime per manuali universitari ma tediose in un articolo che deve funzionare come un meccanismo ben oliato. Rimane così impredicato il grande dilemma che grava su noi tutti a partire dalla rivoluzione del Sessantotto, quando il nostro sguardo si è arricchito di una più profonda capacità di vedere: le proposte della moda sono fattore di emancipazione o di reificazione?

Luigi Veronesi, Borsalino
manifesto, riproduzione otomeccanica su carta, 1939-40
Treviso, Museo nazionale, Collezione Salce

Oppure, per dire altrimenti, la moda è di sostegno alla maschilità egemonica o è una sfida agli stereotipi di genere? Ma se Boria non dice, per lo meno lascia capire. Senza entrare nel dettaglio quanto all’ispirazione dei singoli stilisti – una cosa, pur nella diversità delle funzioni, sono gli “intimi” di “Victoria’s Secret”, altra cosa “Valentino” con le sue cravattine della collezione inverno 2014 – mi pare che Boria suggerisca, al netto degli svolazzi ironici che sono il bello della sua scrittura, che il corpo femminile sia un “corpo potente” e che questa forza istintuale, psicologica e sociale possa (e debba) trovare la linea di moda più adatta alla sua valorizzazione. E ben alla larga, ribadisco, dal cattivo gusto.

Chiudo lasciando la parola all’autrice, che presenta il libro in una breve Premessa, spiegando come esso «non racconti una sola storia ma ne racchiuda infinite». Credo sia il viatico più giusto per affrontare una lettura che, anche a coloro i quali – vuoi sciatteria vuoi moralismo puritano – guardano alla moda come a un peccato di vanitas, può dare molto di più di quanto il titolo non sembri promettere.

Fulvio Senardi