RIGOLETTO, VERDI 2025
Il Ponte rosso N.° 115 maggio 2025 | Luigi Cataldi | MUSICA
di Luigi Cataldi
Un Rigoletto da tutto esaurito, acclamato dal pubblico ad ogni recita con calorose e lunghe ovazioni, è andato in scena dal 16 al 25 maggio al Teatro Verdi di Trieste. Ho assistito alla recita del 23/5.
L’allestimento deve indubbiamente un simile successo al direttore Daniel Oren, amatissimo a Trieste, che ha con scaltrezza amministrato il credito di cui gode, e a una compagnia canora d’eccellenza, con il baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat nel ruolo eponimo, punta di diamante, voce verdiana oggi di riferimento internazionale e già applauditissimo come Rigoletto da molti esigentissimi teatri. Accanto a lui Sabina Puértolas (Gilda) e Galeano Salas (Duca di Mantova).
Applauditissima è stata anche Vivien Hewitt, che ha firmato la regia, riutilizzando le medesime scene della precedente rappresentazione al Verdi del 2022, costituite da una struttura mobile, composta da due scaloni l’uno prospiciente l’altro che, da un corpo centrale in basso, salgono verso due terrazze. La struttura posta frontalmente è palazzo del duca, mentre, ruotata in diversi modi, diviene vicolo dei sobborghi, casa di Gilda e spelonca di Sparafucile, luoghi evocati anche grazie alle proiezioni sullo sfondo. Né le scenografie, né le luci, né i costumi (non chiaramente ascrivibili a un’epoca) sono attribuiti in locandina. La regia, molto statica, di impianto tradizionale, dietro la quale non è stato possibile individuare alcuna chiara lettura del dramma, non si può dire abbia giovato alla comprensione complessiva, sia per la sua indeterminatezza (nessun apprezzabile lavoro sugli attori, nessun interesse percepibile sul valore simbolico dei luoghi, alto/basso, interno/esterno, che in una messinscena non realistica come quella scelta avrebbe dovuto aver peso), sia, ancor più, per la pantomima durante la sinfonia iniziale a scena aperta. In questo caso ci si trova di fronte ad alcuni figuranti, allusivi di allegoriche depravazioni del mondo pagano, fra i quali compaiono anche seminudi guerrieri con cornuti copricapo che ricordano quelli visti nell’assalto a Capitol Hill. Alcuni di loro bendano una donna e, dopo qualche passo da mosca cieca, la consegnano al duca, che si apparta con lei. Un segno registico forte (l’unico), con il quale si tocca il tema della violenza di genere, di grande attualità, sottolineato anche dalla patta dei pantaloni rigonfia di cuoio chiaro del duca. Un segno però immotivato e disturbante in quel punto. Durante la sinfonia (che Verdi ha pensato a sipario chiuso) la musica anticipa il cuore del dramma: la maledizione. Attraverso gli insistiti ritmi puntati sulla nota Do, scanditi da ottoni e legni di colore oscuro (che si riascolteranno con analogo valore evocativo nel corso dell’opera), viene stretto il legame fra Rigoletto, su cui cade la maledizione, Monterone, che la scaglia e Sparafucile che ne è l’esecutore. Un vero e proprio ragionamento in musica che non ha nulla a che fare con ciò che viene mostrato.
Daniel Oren si conferma direttore esperto, capace di ricavare dall’orchestra (sempre all’altezza del compito) timbri suggestivi, dal coro (vero cardine sonoro delle scene d’insieme, perciò da lodare insieme al maestro Paolo Longo) volumi acustici di diverso impatto e di esaltare le qualità dei cantanti. Eppure si resta delusi nel vedere la continua ricerca dell’applauso (fino al bis del duetto Sì, vendetta, tremenda vendetta a sipario chiuso ad ogni recita), il preponderante interesse per l’effetto canoro piuttosto che per il dramma e la mancanza di un lavoro comune con la regista.
In assenza di una lettura unitaria e coerente, i singoli cantanti devono da soli trovare la propria chiave interpretativa.

Daniel Oren
Lo fa con cura Amartuvshin Enkhbat, che modula la sua voce risonante e pastosa, in una vasta gamma di toni (li si apprezza nel canto, ad esempio, in Cortigiani, vil razza dannata e nel recitativo in Pari siamo) dallo sdegno del padre offeso (Sì, vendetta, tremenda vendetta) alla dolcezza (Veglia o donna). Sabina Puértolas è una Gilda decisa e non immatura, con voce dalla sicura intonazione, dal bel timbro, di emissione vocale forte soprattutto nel registro acuto. Un duca non troppo arrogante, ma nemmeno chiaramente amoroso è Galeano Salas; ha però buona emissione vocale, tecnica adeguata e mette tutti gli acuti della tradizione al loro posto. Autorevole e doloroso è il Monterone di Gabriele Sagona, che ha mostrato buona presenza sia vocale che scenica. Solida e vibrante anche la voce di Fabio Previati (Marullo). Di buon timbro vocale soprattutto nel registro basso (ma lasciata a sé stessa sul piano della recitazione) la Maddalena di Martina Belli. Di buona presenza (per l’esperienza di una lunga carriera) e di bel timbro, ma con qualche incertezza di intonazione, lo Sparafucile di Carlo Striuli. Una Giovanna senza eccessi è Carlotta Vichi. Adeguate anche le altre parti in cartellone.
Insomma le scene vengono dalla precedente produzione, la regista (a guardare immagini e resoconti) pare aver riproposto la ripresa da lei stessa fatta nel 2022 al Carlo Felice di Genova (vi partecipò anche Amartuvshin Enkhbat) di un precedente Rigoletto con regia di Rolando Panerai, che aveva costumi molto simili, firmati in quell’occasione da Regina Schrecker. Una messa in scena di routine, mi pare, coronata da un successo strepitoso. Il massimo risultato col minimo sforzo.
