RITRATTO DI UN’ARTISTA DA GIOVANE
Francesco Carbone | il Ponte rosso n. 111 - gennaio 2025 | profili
Incontro con Carlotta Leiter, in margine alla sua prima personale, organizzata nello scorso dicembre, quasi per caso
Autodidatta assoluta, la diresti la reincarnazione di un virtuoso manierista
di Francesco Carbone

«Non ho ancora capito cosa mi possa rappresentare, qualcosa di me che possa dire “sono io”… dopo tanti anni senza pensarci ho ricominciato a disegnare solo un anno e mezzo fa. Non ho fatto niente di artistico per tanti anni. Le superiori le ho fatte in un istituto che con l’arte non c’entra niente. Del resto a tredici anni come si fa a scegliere la scuola giusta? E ancora adesso non so… Ho tre matite: due acquerellabili, una nera l’altra ocra, e una B2 che ormai è diventata un mozzicone… Da bambina mi pare di avere disegnato sempre, non ricordo quando ho cominciato, ma mi ricordo quando ho fatto il primo ritratto: avevo nove anni e con un’amica ci siamo dette che per rendere interessante la lezione potevamo provare a fare il ritratto alla maestra: per me è stata una rivelazione. Poi non so perché ho smesso… Mi piacciono i volti. Mi pare che quello che faccio sia qualcosa di classico, all’antica, anche di (fa con le dita il segno delle virgolette) scolastico… quando disegno posso essere anche molto precisina: molto più precisa delle cose che hai visto alla mostra. Ma non me l’ha insegnato nessuno. Non so dire quale sia la mia tecnica: per esempio tratteggio, piuttosto faccio così (su un foglio del mio blocco, fa con la matita una piccola nuvola, come se aggrovigliasse un gomitolo o impastasse un po’ di ovatta)… In ogni caso, quello che disegno è solo una prova: qualcosa che cambierà… Mi piace provare: le stoffe, i fili, le carte, i cartoni: cose non solo da disegnare ma che si possono tagliare, modellare, incollare… Sono curiosa e conosco poco la storia dell’arte: alla scuola che ho fatto non s’insegnava, ed erano gli anni in cui non disegnavo… Perché ho ricominciato? Non so mai bene quello che faccio e perché lo faccio. Però questa mostra, aver conosciuto delle persone che mi hanno incitato mi sta aiutando ad accettare che il lavoro artistico mi piace davvero… che mi… appartiene… (detto con molta esitazione). Ho conosciuto Simonetta Cusma, che gestisce lo spazio “Arcolab” dove ho esposto, per caso: avevo un appuntamento per mostrare il mio quaderno di disegni a una persona, che però non c’era: però c’era Simonetta, che ha voluto vedere il quaderno e che ha voluto la mia mostra. Lì non avevo nessuna idea su cosa sarebbe successo. Non avevo idea di cosa avrei detto. Con le parole mi esprimo meglio quando scrivo. E infatti alla mostra non ho detto niente di che. Alla mostra c’erano già i miei disegni. – Hai visto come sono fatti: fatto un disegno, quasi sempre un ritratto, poi… poi deve succedere qualcosa: devo… strapparlo!… Così lo taglio, salvo solo dei frammenti e li attacco su pezzi di cartone, sulla carta da pacco, con veli di carta igienica, fili di stoffa… Non lo faccio perché ho una teoria in testa… Lo faccio perché mi pare che solo così il disegno diventi vero, reale… La bellezza per me è in questo appiccicarsi: perché così diventa bello anche lo sbrego del cartone, la ruga sul foglio, il filo che pende come da un paio di jeans vecchi… Non so se quello che faccio l’ha già fatto qualcun altro. Non ho modelli. Quando disegno sono sola: io al mio tavolo dove all’inizio tutto dev’essere in ordine se no non riesco a cominciare: lì sono con le mie matite, la carta, una foto per avere un modello e basta. Alla fine però c’è un gran disordine… L’idea di disegnare una mano sul rotolo di carta igienica… mi piaceva l’idea della carta che scorre mentre la mano sembra che voglia restare aggrappata in alto mentre invece scivola giù… La carta igienica è bella perché ci puoi disegnare ma non puoi cancellare… è stato un momento: per disegnare la mano ci avrò messo… dieci minuti?… non faccio le masse per poi andare ai dettagli, per la mano ho cominciato con un dito e poi ho fatto il resto. Anche se qualcuno mi dicesse che non si fa così, io non so fare diversamente».

Carlotta Leiter ha esposto a dicembre a Trieste, nello spazio ArcoLab che si trova nella bella piazzetta del Barbacan, proprio a due passi dall’arco di Riccardo. La mostra s’intitolava Stracciati. Le foto che accompagnano questo articolo dovrebbero far intuire già da sé l’essenziale – il misterioso essenziale – di quest’artista.
Leiter ha 27 anni, la sua storia a me ha ricordato quella del grande scacchista Bobby Fischer, che imparò da solo a diventare il più stupefacente giocatore di scacchi del XX secolo. Ancora adesso, e credo per sempre, mi chiederò come la Leiter sia diventata capace di un disegno così virtuosistico da sola. Il disegno è aristocratico: colorare può essere un dono innato, basta vedere i pastelli geniali di ogni bambino; disegnare no. Un bambino può colorare come Picasso (Picasso avrebbe detto che era lui che aveva imparato a colorare come un bambino), ma non può disegnare una mano come Michelangelo. Ci sono stati artisti autodidatti, geniali coloristi, che vanamente hanno provato a imparare il disegno, senza riuscirci (un nome per tutti: Van Gogh!). Carlotta Leiter è una smentita di tutto questo: una delle mille prove che ci sono più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia.
Riguardando con lei i suoi disegni, sentendola parlare, vedendo come tiene la matita mentre fa la nuvoletta, riesco solo a pensare che deve esserci stato un qualche caos nella burocrazia stellare che presiede alle reincarnazioni delle anime: deve aver funzionato male la cancellazione dei ricordi delle vite precedenti, e – nel caso di Carlotta – devono essere rimaste nella sua anima le sapienze di un virtuoso manierista, così lei adesso fa con facilità e senza sapere perché i suoi segni esattissimi, ai quali non basta essere perfetti, che della perfezione non si compiacciono.

Il punto, almeno a me pare, è che il suo virtuosismo – un virtuosismo che Leiter non sa di avere – è solo il presupposto di un’idea inconscia (un’artista senza idee inconsce è una ben povera cosa) che ha a che fare con uno dei crucci essenziali dell’arte: il mistero del tempo.
Fatto il disegno, Leiter sente che così è ancora senza mondo: un feto fermo nell’utero, un abbozzo non contaminato dal tempo. Mentre il tempo – soprattutto questo nostro tempo – è il regno di ciò che è destinato a perdersi, al consumo, alla discarica, al disfarsi. Il disegno ancora non lacerato, ancora puro a me sembra come l’angelo del Cielo sopra Berlino di Wenders, che ha bisogno di incarnarsi per essere davvero. – Solo in questo medium, tra discarica e sublime, va cercato un equilibrio.
Non so se sto scrivendo cose sensate o se mi sto perdendo in un narcisistico blablà. Mi vengono in mente storie parallele alla sua e tutte un po’ taoiste (la filosofia della vitale ignoranza): per esempio, quando la pianista argentina Martha Argerich venne bambina in Europa, stupì tutti perché suonava con irresponsabile facilità i trascendentali Studi Sinfonici di Schumann: «Ma come fai, mia cara?», «Non sapevo che sono difficili».
In questa seconda parte dell’articolo so di aver cercato di tradurre nella mia lingua il mondo di Carlotta Leiter. E questo è giusto: l’arte è relazione, e in questo caso ho fatto io da reagente. Ma mi accorgo che potrei aver dato un’idea sbagliata di quest’artista (che con molte resistenze accetterebbe di definirsi artista): Carlotta Leiter non è una giovane donna che, tenendosi in una bolla di silenzio, riempie quaderni e fogli volanti di volti, corpi, sguardi. Ha subito cominciato a lavorare, le piace il mondo, viaggerebbe sempre, la gente la sorprende, la sorprende e l’affascina anche il lavoro degli artisti, anche quando non sa bene se si tratti di arte o no, ma che riconosce essere in qualche misura potente. Del resto, nelle due ore che abbiamo passato assieme, Carlotta non ha giudicato mai, ma osservato sempre.

