STORIA DI UNA LOCANDA DI CONFINE
Fabia Troetta | Il Ponte rosso n. 128 - giugno 2026 | narrativa
di Fabia Trotta
Ci sono vicende che, pur appartenendo alla micro-storia individuale o familiare, narrano la macro-storia dei popoli. è il caso delle genti che abitano a ridosso del confine fra Italia e Slovenia, sul Carso, terra aspra e dura, difficile da coltivare, dove lo scotano rosseggia quando in autunno le altre piante si preparano al sonno invernale, dove «Sui magri pascoli rintronano gli spari» dei cacciatori (Srečko Kosovel).
è qui che si svolge la storia della famiglia Devetak, inserita in quella di un popolo, tornato dopo l’esilio forzato della Grande guerra per ricostruire le case rase al suolo, un popolo che sopravviverà al fascismo, alla seconda guerra e al razzismo, coltivato anche da personaggi di spicco della politica italiana degli anni ’70 come Almirante, che a Trieste nel 1974 auspicava «che dall’Italia venisse eliminato “il bacillo slavo”» (p. 31).
La locanda ai margini d’Europa
Bottega Errante Edizioni, 2025
pp. 192, euro 18,00
Il romanzo di Enrico Maria Milič La locanda ai margini d’Europa ci presenta con lingua schietta, a tratti documentaristica, la storia d’amore e di resilienza della famiglia Devetak che, sul Monte San Michele, in sloveno Debela Griža, Grossa Pietraia, ultimo avamposto a sudovest per i popoli slavi, trasforma l’osteria di famiglia in un rifugio, un luogo di incontro, dove si custodiscono le tradizioni, anche tramandando e condividendo i sapori dell’antica cucina carsolina. Gli aromi diventano dunque memoria, la consumazione dei cibi offerti, occasione di scambio fra nazionalità contrapposte in una terra ai margini. A poca distanza da San Michele, di lingua slovena, sorge il borgo veneto di San Martino, di lingua italiana: «I due villaggi del Carso, simili ma diversi, uno sloveno, l’altro veneto, tra loro incastrati, in perenne divisione e in continua osmosi, divennero un monito a sé stessi e agli altri» (p.21). Per decenni i rapporti fra i due borghi, caratterizzati da reciproca diffidenza, rispecchiarono in scala ridotta quelli fra l’Occidente capitalista e la Jugoslavia comunista di Tito. Eppure l’osteria della famiglia Devetak diventa luogo di accoglienza, dove «si canta in sloveno, si bestemmia in italiano, ci si aggredisce sulla politica, si ride, tutti bevono e mangiano, chi è ospitale o rispettoso saluta in entrambe le lingue» (p.30). è qui che Gabriella, futura moglie di Auguštin, detto Uštili, approda di nascosto ancora adolescente insieme al suo cane lupo e ad un’amica. Un sabato i tre si avventurano, ad insaputa dei genitori, attraverso la boscaglia da San Martino a San Michele, dove osano entrare in una delle due vecchie osterie. Nell’aria densa di fumo, pregna degli odori della selinka, la minestra di sedano, e del baccalà, mentre in un angolo un paio di anziani giocano con carte bisunte e un uomo suona la fisarmonica, Gabriella scorge con grande sorpresa suo padre. Mentre, temendo di essere vista, si affretta ad uscire, vede davanti all’osteria la Fiat 128SL di Uštili, il ragazzo «dai capelli rossi ossigenati e le lenti a contatto blu» (p.37) che qualche anno dopo sposerà. La decisione di unirsi in matrimonio ad uno sloveno susciterà inizialmente delle perplessità in entrambe le comunità ma Gabriella, cittadina, nata a Brescia e migrata sul Carso a sette anni, non si farà scoraggiare e sposerà il suo Uštili. La diffidenza fra le due comunità non le impedirà di inserirsi con caparbia determinazione nella famiglia di Uštili, conquistando la stima della sorella Nerina e dei suoceri Renato ed Helka, impegnati a condurre l’osteria. La sua adesione alla nuova famiglia passerà anche attraverso l’apprendimento dello sloveno. Gabriella si imporrà di superare la barriera linguistica parlando lo sloveno senza farsi intimidire dai sorrisini suscitati inizialmente dai suoi inevitabili errori. Con la stessa ostinazione ma anche con estrema umiltà, Gabriella imparerà dalla suocera Helka a cucinare le pietanze tradizionali, introducendo tuttavia, in risposta alle nuove esigenze, varianti personalizzate ai piatti della cucina carsolina, sperimentando gli abbinamenti degli aromi e studiando costantemente fino a divenire una chef accreditata. E un esempio virtuoso di integrazione.
