SULLE TRACCE DELLE WULZ
fotografia | giardino Wultz | Il Ponte rosso | Luciana Amato | n. 117 | settembre 2025
Un giardino, due fotografe e una città
di Luciana Amato
«Multas per gentes et multas per aequora vectus», Catullo lo scrisse per l’amato fratello, ma chi conosce Trieste sa che quelle parole (condotto attraverso molte genti e molti mari) si adattano bene anche alla città. Porto d’acque profonde e di storie sepolte, città di passaggi e di permanenze, Trieste è un luogo che non si lascia afferrare subito. Per capirla – o almeno tentare – bisogna attraversarla passeggiando, guardarla negli occhi. E magari farsi guidare da chi, per mestiere e per vocazione, ha saputo coglierne lo spirito e restituirlo in immagine. Come hanno fatto, per tre generazioni i Wulz: una famiglia di fotografi che ha raccontato Trieste in bianco e nero, ma sempre con grande profondità di campo.
Oggi, all’inizio di via Catullo, in un angolo verde affacciato sul ciglio urbano, un giardino pubblico porta il nome di Wanda e Marion Wulz. Non è un parco monumentale, né una piazza da cartolina: si sviluppa in tre terrazze rotondeggianti vestite di muschio, tra ombrosi castagni, siepi di tasso punteggiate da bacche rosse e panchine di pietra; se ci si addentra dopo la prima stradina in salita si incontrano gruppetti di ragazzi che parlano a bassa voce, mamme con bambini all’età dei perché, e qualche gatto sonnecchiante. La dedica è arrivata appena nel 2014, con l’appoggio di Fabiana Martini, vicesindaco nella giunta Cosolini e assessore alle Pari Opportunità. Fuori dove la parità non esiste, è un progetto voluto dall’Associazione Fotografare donna che tra le finalità delle sue iniziative mette al centro la donna, valorizzandone il potenziale e il contributo culturale, contrastandone così l’immagine stereotipata. Il progetto, che ha raccolto l’appoggio della Regione, era volto a colmare l’enorme squilibrio tra toponomastica maschile e memoria femminile. In mancanza di spazi liberi, i nomi delle numerosissime donne che hanno segnato la storia e la cultura di Trieste sono stati semplicemente aggiunti ai nomi preesistenti di parchi triestini, così ritroviamo Leonor Fini, Fedora Barbieri, Marisa Madieri, Chiara Longo e tantissime altre donne che possiamo scoprire grazie al catalogo Fuori dove la parità non esiste. Progetto sulla toponomastica femminile a Trieste e provincia edito da Battello Stampatore e curato da Marisa Ulcigrai e Sandra Grego, alla cui gestazione hanno partecipato numerose fotografe (Nadia Sirca, Piera Cavenaghi, Giulia Bellemo, per citarne qualcuna). Il catalogo riporta, grazie al lavoro di autrici appassionate una ricostruzione storica e biografica delle donne che sono state promosse e commemorate a corredo di una serie di fotografie contemporanee che reinterpretano tanti angoli nascosti di Trieste e che ne tratteggiano nuove prospettive.
Questi giardini diventano tutti luoghi della memoria, risvegliata per due volte. Ma per chi sa leggere i dettagli – e le fotografie educano a farlo – quel giardino in via Catullo non sembra capitato a caso, così appartato e poco celebrativo, somiglia molto allo sguardo che le sorelle Wulz hanno sempre rivolto alla loro città. La foto di Nadia Sirca cita Io+Gatto di Wanda con una sovrapposizione felina all’interno del giardino nominato alle sorelle Wulz, abitato proprio da felini che sgusciando tra le piante sembrano custodire i segreti del parco e la natura stessa, cioè noi tutti. Dal giardino Catullo, oggi Wulz, se si guarda giù lungo via Fabio Severo e si prosegue verso il centro, si può tracciare idealmente una linea che porta dritti a Corso Italia 9, al palazzo Hierschel, che per decenni ha ospitato il loro celebre atelier vetrato.
Il palazzo – elegante, un po’ austero, molto triestino – si fa notare solo se lo si guarda con attenzione. Meglio ancora se da metà strada, all’altezza di via Dante, sfidando il traffico con prudenza. Costruito nel 1833 per il facoltoso mercante Hierschel e rimaneggiato alla fine dell’Ottocento con l’aggiunta dell’attico e della veranda, ospitò al piano più alto quello che fu lo studio fotografico Wulz: un piccolo osservatorio affacciato sul corso principale, da cui i Wulz stessi guardarono – e registrarono – la storia della città. Questo era il luogo prediletto da Marion che a differenza della sorella Wanda era più schiva e tendeva a lavorare in studio, limitandosi ad osservare da lontano, conservando in questo modo uno sguardo attento ed efficace nelle sue fotografie che saranno una vera e propria cronaca in diretta della storia e del costume di Trieste.
Una serie di fotografie dell’Archivio Alinari, inserita anche nella recente mostra Fotografia Wulz dedicata alla famiglia di fotografi (curata da Antonio Guisa e Federica Muzzarelli) ritrae i due capostipiti Wulz, Giuseppe e Anna affacciati alla finestra della veranda; la stessa inquadratura torna come un presagio, con Marion da sola, elegante e quieta, come un’eco rimasta nel tempo. E infine ancora Marion, nel 1987, quando il fotografo George Tatge la ritrae, ormai anziana, dietro la stessa finestra, tra oggetti rimasti fermi e luce mutata. Il tempo ha trasformato lo studio in una scenografia decadente, ma la sua presenza è ancora lì, discreta e affilata come una stampa ai sali d’argento. L’immagine di Marion ormai anziana e forse sola dentro una casa ormai intrisa di soli ricordi lascia un che di amaro e di resiliente, grazie a lei è stata conservata una fortuna: tutti gli scatti fotografici accumulati in tre generazioni di fotografi che hanno registrato il mutare di Trieste e la sua tumultuosa storia, la sua indolenza, il suo ritrarsi eppure essere lì, come Marion, che ne pare incarnare la più intima essenza. È ancora lì, quasi stupita di trovarselo davanti quando Claudio Magris alla fine degli anni Ottanta suona al suo campanello per farsi ritrarre. Magris ricorda l’episodio nel libro Giuseppe Wulz la fotografia a Trieste 1868-1918 edito con Edizioni Rai Radiotelevisione Italiana che realizza in collaborazione con Guido Botteri, Italo Zannier e Lucia Zennaro. In particolare nel contributo di Magris, Ulysses ovvero sua mare grega l’autore ricorda Marion e i suoi tentativi di ritoccare la foto secondo un vecchio costume di perfezione, tanto da mozzarglielo: testimonianza di una dedizione certosina al dettaglio e alla cura del suo lavoro, fino all’ultimo respiro e all’ultima sfida da cui lei, silenziosa e schiva, non ha mai abdicato.
E tornando allora al passaggio dal giardino Wulz al palazzo Hierschel, da uno spazio pubblico quasi dimenticato a un ambiente privato carico di memoria ma che ormai è stata fagocitata dal tempo, questo passaggio dice molto della città e del modo in cui sceglie di ricordare. Wanda e Marion, che per tutta la vita hanno restituito volti, corpi e paesaggi alla città, non ricevono ancora una statua né una targa in centro. Hanno un giardino nascosto e uno scorcio familiare custodito da fotografie che possiamo osservare solo se scegliamo di cercare questi richiami.
Eppure, basta poco per ritrovare i Wulz. Un pomeriggio silenzioso, un angolo d’ombra, una fotografia vista per caso. Come Trieste, che si rivela solo quando non la si cerca con troppa insistenza, le Wulz appaiono meglio in controluce. Non raccontano una città, la riflettono. E proprio per questo, non smettono mai di appartenerle.
