TRA TRADIZIONE E SPERIMENTAZIONE

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Musica da camera e intelligenza artificiale

di Luigi Cataldi

Vivaldi Recoded. Le Quattro Stagioni tra tradizione e innovazione è il titolo del progetto presentato il cinque giugno scorso nella sede di Asperastra Innovation Lab dagli esponenti delle istituzioni coinvolte: Giada Cadei, Responsabile Comunicazione dell’Area Science Park; Franco Scolari, Presidente del Polo Tecnologico Alto Adriatico; Sandro Torlontano, Direttore del Conservatorio Tartini di Trieste; Massimo Belli, Direttore dell’Orchestra da Camera Ferruccio Busoni; Gabriele Centis, Direttore artistico della Casa della Musica di Trieste; Antonella Varesano, referente scientifico di Asperastra Innovation Lab. Il progetto si è giovato di un bando della Regione Friuli Venezia Giulia per la creatività e del contributo del Ministero della Cultura.

Due brevi composizioni, basate su cinque frammenti delle Quattro stagioni, per lo stesso organico previsto per i concerti vivaldiani, sono state create da due giovani musicisti che hanno compiuto gli studi al Conservatorio Tartini, Lorenzo Bosich (flauto dolce e musica elettronica) e Simone Valente (violino e composizione). La prima si intitola Stagioni neurali, un esperimento musicale generativo ed è stata elaborata da Lorenzo Bosich facendo uso dell’intelligenza artificiale. La seconda, intitolata Stagione è stata composta solo grazie alle capacità non artificiali di Simone Valente. Insieme alle Quattro stagioni di Antonio Vivaldi queste due composizioni saranno eseguite dalla Nuova Orchestra da Camera Ferruccio Busoni diretta dal maestro Massimo Belli in quattro concerti che si terranno il 12 giugno 2026 alle ore 18:30 al Polo Tecnologico Alto Adriatico di Pordenone, il 13 giugno 2026 alle ore 18:30 al Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste, il 15 settembre 2026 alle ore 18:00 all’Area Science Park di Trieste e il 27 ottobre 2026 alle ore 19:00 presso il Gruppo Danieli Spazio Villalta di Udine. Il pubblico sarà chiamato a riconoscere quale delle due nuove composizioni è frutto della collaborazione con l’IA e a giudicare il contenuto “emozionale” di entrambe. Anche durante la presentazione ai partecipanti è stato chiesto di esprimere un analogo giudizio su un estratto di due soli minuti di ciascuna composizione. L’esito della consultazione è risultato in larga misura favorevole alla composizione realizzata senza il ricorso all’intelligenza artificiale.

Tutti i relatori hanno sottolineato il carattere innovativo dell’iniziativa (per la “ricodificazione” eseguita dai giovani compositori, per il confronto con le composizioni vivaldiane, per l’interattività con il pubblico che assisterà ai concerti) e la soddisfazione per la collaborazione fra enti diversi che hanno reso possibile il progetto. Tutti (a parte qualche dubbio sollevato dal maestro Gabriele Centis e dal direttore Sandro Torlontano) hanno detto che è necessario guardare all’intelligenza artificiale come a una risorsa e non come a una minaccia. «Democraticizza perché innalza i bassi performer a livelli più alti, ma non supera gli umani eccellenti» ha detto per esempio l’ingegner Franco Scolari. In effetti, pur accompagnato dalla raccomandazione di conservare un umano senso critico, fra i partecipanti serpeggiava l’entusiasmo per l’IA e le sue potenzialità. Venivano anche in mente, per affinità, altri analoghi tentativi, come Beethoven X – The AI Project, una decima sinfonia creata con l’IA sui pochi frammenti lasciati dal compositore di Bonn, che si può ascoltare sulle maggiori piattaforme e a proposito della quale è però lecito chiedersi, con un detto latino tutt’altro che innovativo, cui prodest?

La nuova orchestra da camera Ferruccio Busoni

Josef Suk Quartet al teatro Miela

Un bel concerto di musiche di Brahms è stato proposto all’interno della stagione concertistica 2026, Cromatismi 5.0, al Teatro Miela il 10 giugno scorso da Chamber Music. Protagonista il Josef Suk Piano Quartet (Radim Kresta: violino; Eva Krestová: viola; Aneta Šudáková: violoncello; Pavel Zemen: piano), formazione ceca, nata nel 2007 come Ensemble Taras e poi intitolata, su proposta della Società Ceca di Musica da Camera, dopo la sua scomparsa, al grande violinista ceco Josef Suk (1929-2011), nipote dell’omonimo compositore e pronipote di Antonín Dvořák, sicché la compagine raccoglie, già nel nome, un’intera tradizione musicale nazionale. Una lunga serie di premi in competizioni internazionali (fra cui il Premio Trio di Trieste nel 2013), una consolidata attività concertistica internazionale, un ampio repertorio (dal classicismo ai giorni nostri: il gruppo è ospite ricorrente, fra l’altro, della Biennale di Musica di Venezia), una incipiente ma apprezzata produzione discografica dimostrano che il quartetto, ormai giunto alla piena maturità, è degno del nome che porta.

Il programma, estremamente impegnativo, prevedeva due dei tre quartetti con pianoforte di Johannes Brahms (1833-1897): il Quartetto in Do minore op. 60 (1875) e il Quartetto in sol minore Op. 25 (1861), entrambi concepiti in epoca giovanile, ma il primo terminato, dopo una lunga pausa, solo nel 1875. Fin dall’esordio i musicisti hanno dimostrato di possedere una tecnica perfetta: né affanno, né ostentazione di virtuosismo traspariva dall’esecuzione, ma capacità di ascolto reciproco, familiarità e un’intesa addirittura gioiosa. Così i tratti drammatici dell’Op. 60 sono risultati attenuati, o almeno tutt’altro che ostentati. Brahms li aveva manifestati al suo editore con queste parole: «Potreste inserire un’immagine sulla pagina del titolo […] ovvero una testa con una pistola davanti. Questo vi darà un’idea della musica». Appaiono evidenti i legami con la Quinta sinfonia di Beethoven: il celebre attacco di tre note ribattute in levare che echeggia nel primo tema dell’ultimo movimento, il cupo impianto armonico di Do minore (mentre i materiali giovanili erano in un più luminoso Do diesis minore), il tumultuoso impulso ritmico che pervade i tempi veloci della composizione. Eppure il dramma è mitigato dall’equilibrio della forma, grazie alla quale, ad esempio, nel primo tempo (Allegro non troppo), al doloroso primo tema si affianca il secondo più lirico. Poi alle nervose increspature dello Scherzo, fa da contrapposto l’Andante, lirico e intimistico, forse il cuore dell’intera composizione («che bélo sto pézo» ha esclamato una signora del pubblico), in cui è il violoncello a condurre gli altri strumenti. Tristezza più che disperazione caratterizzano anche il Finale, col moto perpetuo del piano e le melodie ampie e cantabili degli archi. Il suono pieno, equilibrato, la completa fusione degli strumenti in uno, i tempi mai eccessivi, il fraseggio curato sono caratteri di un’esecuzione ispirata.

Vitalità, passionalità anche in questo caso unite a un senso gioioso dell’esecuzione sono parsi evidenti anche nel Quartetto in sol minore Op. 25. Gli esecutori hanno ben reso le tensioni, dovute al netto contrasto tematico e al ritmo incalzante dei movimenti veloci. Appassionato è parso il lirismo dell’Andante, spettacolare e forsennato il Rondò “alla zingarese” (esempio massimo di assunzione nel regime colto della musica popolare), in cui il pianoforte è guida energica. Ne risulta una composizione monumentale non solo per le dimensioni, ma anche per la massa sonora che, grazie al pianoforte, acquista il respiro della musica sinfonica. Gli interpreti ne hanno compreso lo spirito e ne hanno incarnato con efficacia l’umana, vitale indole.

Josef Suk Piano Quartet