TRE LIBRI INESSENZIALI
Francesco Carbone | Il Ponte rosso n. 124 - marzo 2026 | saggi
Tre stroncature di altrettanti libri dai quali è possibile rimanere incolumi
Proponiamo in tutti i casi almeno un’alternativa che ci pare assai più degna d’attenzione
di Francesco Carbone

Aldo Cazzullo, Francesco. Il primo italiano, HarperCollins 2025
Il primo italiano non era Dante? Vedi il titolo, sempre di Cazzullo, A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia (2020). Del patrono d’Italia l’autore racconta una versione edificante assemblando un florilegio buono per tutti. Ci sono Hermann Hesse, i Fioretti, Umberto Eco, Dacia Maraini, san Bonaventura, Le Goff, il festival di Sanremo, Tommaso da Celano, Massimo Troisi, Chiara Frugoni…
La scrittura è familiare e lascia una sensazione di déjà vu, degli anni in cui ci innamoravamo, come canta Venditti, di quella del primo banco. La luna: «la luna è da sempre il sogno dell’uomo», segue un tema sulla luna. La Porziuncola: «con la sua architettura solenne contrasta un po’ con lo spirito austero del fondatore». Roma: «con la sua magnificenza e le sue tentazioni. La città che da secoli rappresenta il potere, sia politico che spirituale. Roma». Per Flaubert questo Francesco sarebbe stato una miniera per l’incompiuto Dizionario dei luoghi comuni.
Francesco racconta comunque una storia antica e questo è arduo. Cazzullo sa che le digressioni alleggeriscono e recuperano l’attenzione. Tra le tante, a noi è piaciuta: «Un film che quasi tutti ricordiamo è Highlander, del 1986, con Christopher Lambert, che poi si mise con la Parietti».
L’autore scrive come Beatrice Venezi dice di dirigere le orchestre: in modo pop. Francesco è un libro popperfetto. Quindi finisce benissimo: «San Francesco è la parte migliore di noi. Come esseri umani, come italiani». Si esaudisce così il nostro bisogno di consolazione, di questi tempi poi. Cazzullo ci rassicura che Francesco nel XXI secolo ha trionfato: i due santi più venerati sono i francescani Antonio da Padova e Padre Pio; siamo talmente «intrisi di francescanesimo» che «il cappuccino è la nostra bevanda nazionale». E abbiamo avuto papa Francesco, che si è fatto seppellire «nella nuda terra, come il santo di cui aveva scelto il nome». Anche se non è vero è bello crederlo.
Se fosse stato scritto meglio, avrebbe venduto meno.
Lettura alternativa: Chiara Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi (Einaudi 2022)

Alessandro Baricco, Breve storia eretica della Musica Classica, Feltrinelli 2025
Inizio: «In principio era il mistero», e questo è difficile da contestare. Rispondere alla domanda di come si sia arrivati al fatto «sorprendente» che gli «umani afflitti da un simile mistero» abbiano prodotto la Musica Classica, è il «gesto inevitabile – forse persino urgente» dell’autore eretico. Tutte le eresie esigono un racconto «da capo e con una nuova libertà». Non aspettiamoci una cronaca esatta: le storie delle origini devono essere arcane e nebulose: un’ouverture dell’Oro del Reno.
Questa Breve storia eretica non ha le pagine numerate; sono numerati i pensieri di Baricco. Il pensiero 3 del capitolo 1 dice: «Quando, a partire dall’anno Mille, l’intelligencja europea si riprese dallo choc della violenta caduta dell’Impero Romano, si ritrovò in un vertiginoso smarrimento che oggi per noi è difficile immaginare. Si guardarono intorno alla ricerca di qualcosa che fosse saldo […], trovarono la Grecia classica». L’anacoluto disorienta: guardarono e trovarono chi? Quelli dell’intelligencja, ovvio, che nell’anno Mille sarebbe un po’ un problema capire chi fosse (o fossero), ammesso che fossero qualcosa.
Nel capitolo 2, La Prima Musica, si ribadisce: «Per quanto rumoroso possa esser stato il crollo dell’Impero Romano, un invincibile silenzio continuò a covare sotto la pelle del disastro»: che vuol dire? Per fortuna comincia il canto gregoriano, grazie alla «sensibilità aurorale» di «uomini […] che ricevevano i suoni rilasciati dalla natura con passione». Suoni dalla natura? Non c’erano stati quelli dell’intelligencja a ritrovarli dalla Grecia classica?
Saltiamo al Settecento. Arriva la tonalità: «come intorno a un monarca, il senso di tutte le altre note cortigiane derivava dal rapporto con quella nota regina, chiamata tonica». E fin qua. Ma la tonalità permette «alla lunga, di connettere gli uomini a se stessi». Che vuol dire?
Non si fa a tempo a non capire che arriva Bach: con il Clavicembalo ben temperato:«l’impressione fortissima è di essere tornati alla radice di tutto, alla Farm da cui nacque ogni cosa, al punto alfa di un’intera civiltà». Alla Farm?
La Musica Classica qui ha un senso stretto: è quella di Corelli, Tartini, Haendel, Vivaldi, Schobert (Johann), Stamitz… è il Settecento tra Bach e Mozart. Musica fatta di capolavori perfetti ma «vuoti». Questa lo dice alla fine del pensiero 11. Comincia il pensiero 12: «Era evidente che c’era uno spreco produttivo, nella bellezza di quella musica: che idea era quella di costruire teatri capaci di mettere in scena solo se stessi?». Immagino che possa dare un senso al discorso solo chi abbia già una sua idea, magari non eretica, di quanto si sta raccontando.
Si esce da questa musica bella senz’anima con «una forza muscolare eccezionale» che «sdraia il mondo». Il colpo di judo sarebbe la sinfonia di Mozart e di Haydn. Qui un’altra vertigine: questa «grandiosa sintesi» è per Baricco il passaggio dall’era dei «cacciatori raccoglitori» alla «cura sedentaria dell’agricoltura». Che vuol dire?
Si passa alla Musica Moderna, che comincia con la Terza Sinfonia di Beethoven, congegno abnorme che trasforma per sempre «quella macchina agricola chiamata sinfonia». Con la Terza abbiamo un «upgrade del Creato» che annuncia «quell’animale sociale» che sarà «l’uomo ottocentesco» (non simpaticissimo), vocato «alla forza» e al «pensare fuori scala». Come una neonata General Motor, «Beethoven scaraventò addosso l’idea che gli uomini non fossero lì per coltivare terra ma per creare mondo». Addosso a chi?
«Sdraiato» da Beethoven, l’autore riprende fiato con brevi aforismi esausti: tre righe per il «femminile»Schubert, cinque per il «san Paolo» Schumann, tre per l’«accecante» Chopin. A Mendelssohn cinque righe, ma senza nominarlo («un talentuoso giovane di buona famiglia»). Paganini e Liszt stanno comodi in una riga.
Capitolo 7: L’abbandono dell’agricoltura e la musica della diaspora. Siamo a dopo Wagner, con Bruckner e Mahler che corrono avanti. Allo stesso tempo permanevano «Farm in cui si sperimentava, tardivamente, un’agricoltura per così dire biologica – compatibilmente col respiro del mondo». Ancora Farm? E cos’è il respiro del mondo?
Stravinskij: con lui «la religione crollata era quella della Musica Classica, e quella in predicato di trionfare era una sorta di ateismo musicale sofisticato, macchiato di cinismo». Almeno su questo sono sicuro: Stravinskij, che era permaloso, non sarebbe d’accordo di essersi macchiato (cfr. Ricordi e commenti, Adelphi 2008).
Alla fine, resta la sensazione di un librino ingannevolmente divulgativo, in realtà esoterico, per iniziati: più che alla musica, a Baricco. Temo sia un autoritratto. Baricco è molto più bravo quando racconta la musica in tv.
Lettura alternativa: Guido Zaccagnini, Una storia dilettevole della musica, Marsilio 2022

Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi 2025
Il sottotitolo è Lezioni americane. Le lezioni sono state svolte all’università di Princeton nel 2024. A Princeton insegnò Albert Einstein. Tema delle lezioni: la «portata filosofica» della rivoluzione scientifica del XX secolo. Pubblico: il dipartimento di filosofia.
Ecco il punto: la rivoluzione della teoria della relatività e della fisica quantistica ha fatto piazza pulita dell’illusione che esista per l’uomo un punto di vista privilegiato dal quale si possa arrivare a una qualche conoscenza assoluta e definitiva. Rovelli ci racconta che a Princeton, i filosofi che lo ascoltavano, di questo relativismo non sapevano farsi una ragione. Noi la pensiamo come Rovelli.
Leggiamo: «Non esistono nozioni primarie […], ogni deduzione logica è ipotetica, nel senso che al più ci dice che B è vero se A è vero. Ma come sappiamo se A sia vero?».
Tutte le teorie, hanno «un punto cieco, una zona d’ombra: un punto d’appoggio irrisolto. Questo punto cieco irrisolto lo possiamo spesso capire molto semplicemente a partire da altri punti di partenza, se accettiamo la circolarità». E fa l’esempio della bottiglia, che se la vediamo da un lato perdiamo tutti gli altri e viceversa. Per cui ci tocca girare ogni tanto la bottiglia.
Un altro esempio è quello dei dizionari, nei quali «le parole della lingua si definiscono l’un l’altra», perché non c’è una parola prima da cui si deducono tutte le altre. Anche i dizionari costruiscono «circoli». Eppure quei «testoni» di Princeton non si rassegnano che «viviamo in circoli», che «una descrizione completa e definitiva di qualsiasi cosa» è impossibile. Applausi. Cosa secca un po’?
Si racconta in un episodio famoso di Cent’anni di solitudine che nella periferica Macondo, José Arcadio Buendía scoprì che «la terra è tonda come un’arancia». Questo grosso modo cent’anni fa. Per Macondo fu un trauma: come, speriamo, per i filosofi di Princeton le lezioni di Rovelli.
Proprio a Princeton insegnò anche il miglior amico di Einstein, che era Kurt Gödel, il più grande logico del XX secolo. Già nel 1930 Gödel aveva definito i suoi due principi d’incompletezza (Gödel arrivò sulla copertina del Time!). Sui quali sarò molto sintetico e grossolano: dimostrano che nessuna teoria può essere così coerente e potente da poter dimostrare anche la propria completezza, diciamo la propria verità. Dico ancora più trivialmente: non è il salumaio che può dimostrarci che il suo prosciutto è il più buono. Il sistema salumaio-prosciutto-cliente è incompleto. Tutti i sistemi lo sono.
Che è proprio ciò che Rovelli ha cercato di far capire a Princeton, solo che Rovelli lo fa come se fosse farina del suo sacco. Il che è certamente vero. Ma così Rovelli ha scoperto i principi di Gödel come Aureliano Buendia ha trovato la prova che la Terra è rotonda.
Nessuno nasce imparato. Ma, se non i filosofi di Princeton, quelli dell’Adelphi un aiutino lo potevano dare a Rovelli. Anche solo regalandogli una copia di un bestseller Adelphi del 1990: Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante di Douglas R. Hofstadter.
E fargli notare che anche a uno scienziato brillante può capitare di contraddirsi. Visto che, da una parte, scrive che «ogni fatto è solo un fatto relativo a qualcos’altro»; e dall’altra sostiene addirittura che siamo del tutto padroni del nostro futuro, che «dipende veramente da noi. Possiamo deciderlo. Nulla di quanto mi accingo a dire contraddice questo fatto evidente». Il che non solo non può essere evidente, ma è impossibile da dimostrare: proprio perché «una descrizione completa e definitiva di qualsiasi cosa», anche della nostra libertà, è impossibile.
P. S.: Questi filosofi di Princeton («orientati alla metafisica e colorati di un feroce istinto realista») appaiono parecchio demodé: nel 2024 credono ancora che gli atomi siano biglie che piroettano in uno spazio vuoto come la testa di Salvini. Speriamo che nel frattempo abbiano letto con profitto almeno Rovelli.
Letture da affiancare: tutti gli altri libri di Carlo Rovelli, e di Piergiorgio Odifreddi Il dio della logica, Longanesi 2018.
