Trieste mosaico di voci
Gianluca Bocchinfuso | Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | narrativa
Identità, lingua e memoria da uno sguardo intimverso
di Gianluca Bocchinfuso
Trieste come porto di storie
La raccolta Trieste. Uno sguardo intimverso, curata da Laila Wadia e tutta al femminile, non è una semplice antologia di racconti ambientati in una città, ma un’indagine letteraria profonda sulle complesse geografie dell’anima che si disegnano in uno spazio di frontiera. Il titolo stesso funge da dichiarazione di intenti strategica: il neologismo intimverso orienta immediatamente lo sguardo dall’esterno verso l’interno, dal dato sociologico all’esperienza vissuta, dal collettivo al personale, invitando ad un’esplorazione privata delle dinamiche migratorie e dei processi identitari con uno sguardo interamente femminile.
La raccolta costruisce un ritratto squisitamente polifonico di Trieste: città che appare non come entità monolitica, ma come un laboratorio che sfida la nozione stessa di identità stabile e geograficamente radicata. In questo “porto di storie”, le narrazioni teorizzano una sorta di “identità portuale”: un’identità definita non dalle radici ma dal transito, non dall’appartenenza fissa ma dalla mediazione costante tra lingue, memorie e alterità. In questo contesto, la città trascende il ruolo di mero sfondo per assurgere a vero e proprio personaggio narrativo, il cui carattere plasma e riflette le vite di chi la abita.
Trieste. Uno sguardo intimverso
Cosmo Iannone Editore. Isernia 2023
pp. 140, euro 14,00
La città-personaggio: Trieste come spazio liminale e crogiolo culturale
Analizzare Trieste non come semplice scenografia o come un ambiente-cornice ma come un personaggio attivo è un passaggio ermeneutico cruciale per comprendere l’elemento narrativo della raccolta. La sua geografia di quasi-enclave e la sua storia di porto conteso non sono un fondale passivo, ma la grammatica stessa attraverso cui i personaggi articolano la propria ibridità e il proprio spaesamento. La città agisce sulle narrazioni, ne modella le percezioni identitarie e trasforma i propri elementi fisici in correlativi oggettivi degli stati d’animo delle protagoniste e dei protagonisti. La rappresentazione di Trieste come crocevia di culture – mitteleuropea, balcanica, italiana, slovena, giuliana – ne definisce il carattere eterogeneo e permeabile. Una città che è somma di tante e, in questo profilo multiforme, acquisisce una dimensione sociale dinamica pur mantenendo un’austerità distante, quasi fredda nell’immediatezza “dell’incontro”: il brigadiere – in La cruna dell’ago, di Laila Wadia, indiana che vive a Trieste da trentacinque anni – ammette che «Trieste non è una città che ti concede il lusso di dire che non ti piace» e conclude nettamente che «non è lei che ti viene incontro a braccia spalancate, come la mia Palermo. Sei tu che le devi andare incontro, e forse dopo un po’ti concederà di stringerle la mano». Trieste, quindi, «non è una città facile. Ma forse è proprio in questo che risiede il suo fascino» (p. 107).
In Fuori paese di Elizabeth Griffin (statunitense trapiantata a Trieste dal 1992), la prossimità con il confine sloveno è una condizione esistenziale. La divisione tra Italia e Slovenia si manifesta in dettagli quotidiani, come in un bar di Opicina (una frazione fuori Trieste a qualche chilometro dalla Slovenia) dove la musica italiana e quella slovena dividono lo spazio, quasi come se un confine invisibile ma netto attraversasse il locale, miniaturizzando la frontiera politica in una realtà microsociale. «Non c’è una vera e propria demarcazione, eppure è come se ci fosse» (p. 25).
Triestina doc di Diana Bošnjak Monai, originaria di Sarajevo, mette in scena l’incontro-scontro tra la cultura balcanica (sarajevese) e quella triestina. La negoziazione avviene attraverso il cibo – la jota contro il burek – e il linguaggio, in un dialogo che oscilla tra l’affettuosa schermaglia – «Sempre e solo le tue robe balcaniche!» (p. 13) – e la rivendicazione di una sintesi possibile.
Infine, Il mio grosso, grasso matrimonio triestino, della rumena Gabriela Preda, celebra la vocazione multiculturale della città, descrivendola come «il posto perfetto per un grosso grasso matrimonio triestino alla greca in salsa rumena, con sapori napoletani e in chiave international» (p. 71). La narratrice vede il proprio matrimonio come il riflesso di un’idea della città stessa, che «è multiforme, ha un’identità fluida, che si adegua a contesti diversi e a vari confini» (p. 71), interiorizzando tale visione come modello per la propria esistenza. In questo contesto plurale, ibrido, Trieste appare «salata come il mare, oppure matta come la bora. Comunque libera e liberata da etichette» (p. 71).
Anche gli elementi atmosferici vengono trasformati, dal punto di vista metanarrativo, in specchi dell’interiorità. Il mare, presenza mitica, assume una funzione dialettica in tutta la raccolta. Se per Gabriela Preda è parte integrante del «porto perfetto», per Rosalina – protagonista di Dal mare una cronaca di Ana Cecilia Prenz Kopušar, nata a Belgrado da genitori argentini – le «onde cristalline e di sale impastato» (p. 83) offrono un conforto solo apparente. Quello stesso mare evoca per contrasto la nostalgia per la «momentanea mancata quiete del mare caraibico» (p. 83), diventando emblema della sua condizione di esule e della sua mancata pace. La natura interiore ed emotiva di questo spazio urbano, sospeso tra terre e mari, tra culture e lingue diverse, diventa così il terreno fertile per la continua negoziazione dell’identità da parte dei suoi abitanti. Nei Colleges della bulgara Liliya Radoeva Destradi Trieste – «piena di stelle» (p. 100) – «vive in barca» e «si specchia in questo mare/ un po’ italiano» (p. 89) e «il vento/ è frizzante» (p. 90).
La negoziazione dell’identità: tra appartenenza e stranieritudine
Il tema dell’identità è il cuore pulsante della raccolta. Lungi dall’essere presentata come una natura stabile, essa emerge come un processo dinamico, un costrutto fragile e spesso conflittuale, plasmato dall’esperienza della migrazione, “dall’andare verso” e “dal venire da”, dallo sradicamento e dalla costante ricerca di un’appartenenza.
Il sentimento di estraneità – una stranieritudine esistenziale prima ancora che giuridica – è analizzato con particolare lucidità in Parabole dell’estraneità dell’argentina Betina Lilián Prenz. L’autrice riflette sulla sua condizione sentendosi dire: «Allora non sei straniera!» (p. 74). Questa frase, apparentemente inclusiva, finisce per negarle un pezzo della sua storia, imponendole una «costante interrogazione» sulla sua identità. Questa esperienza di sentirsi «sempre e solo un’altra cosa» risuona profondamente nelle vicende di altri personaggi, rivelando una sfumatura cruciale dell’estraneità: essa non è solo relativa alla cultura ospitante, ma può manifestarsi anche all’interno della propria comunità d’origine. Rosalina, in Dal mare una cronaca, vive la condizione perenne dell’esilio, legato al trauma mai sopito della Guerra civile spagnola.
Il giovane artigiano afghano ne La cruna dell’ago di Laila Wadia e la famiglia cinese in L’amore sui pattini di Qing Yue incarnano la figura dello straniero che affronta la nostalgia e le difficoltà d’integrazione. Per la famiglia Ling, l’alienazione è duplice: si sentono stranieri a Trieste ma anche agli occhi di altri cinesi, che li apostrofano come «Guai Lo» (uomo diavolo, termine usato per indicare lo straniero, p. 121), svelando come lo sradicamento possa significare diventare stranieri anche per la propria cultura d’origine.
A questa spinta centrifuga si contrappone la ricerca di appartenenza, che si risolve nella costruzione di identità ibride e plurali. I personaggi rielaborano attivamente la loro condizione, creando sintesi culturali originali.
La celebrazione del matrimonio meticcio descritta da Gabriela Preda è l’esempio più emblematico. L’unione di tradizioni diverse diventa la manifestazione simbolica di un’identità che fa proprie le caratteristiche che la narratrice attribuisce a Trieste: «multiforme», «ibrida, plurale, multiculturale». Allo stesso modo, la protagonista di Triestina doc, proveniente da Sarajevo, incarna un’identità in costante divenire. Muovendosi con disinvoltura tra la preparazione della jota triestina e del burek balcanico, dimostra come sia possibile abitare contemporaneamente mondi culturali diversi, facendoli dialogare all’interno della propria esperienza.
In questo complesso processo di definizione del sé, il linguaggio assume un ruolo assolutamente fondamentale, agendo come principale strumento di negoziazione, inclusione o esclusione. È un ponte comunicativo che avvicina, riduce gli spazi nel senso letterale del termine, permettendo alle persone di entrare in relazione e di costruire nuovi significati. In questa costruzione ci stanno le tracce delle identità multiple che queste autrici “adottate” da Trieste riescono a rendere sul piano narrativo marcando la dimensione multipla del loro essere: «siamo donne forti e complesse, con più matrie o dismatriate. Donne poliglotte, postnazionali e transculturali» (Liala Wadia nell’Introduzione, p. 10).
Il prisma delle lingue: plurilinguismo narrativo e scrittura translingue
In un’analisi destinata ad un pubblico attento alla letteratura translingue, l’aspetto linguistico della raccolta emerge come centrale. Le autrici non si limitano a descrivere la realtà plurilingue di Trieste; la colorano attraverso una scrittura che adotta il code-meshing come strategia letteraria. L’uso di lingue e dialetti diversi non è un vezzo stilistico, ma un dispositivo che incarna testualmente le tensioni, gli incontri e le sovrapposizioni culturali, mettendo in scena l’identità ibrida della città. La ricchezza di questa geometria linguistica è ben documentata. S’inserisce nel nuovo italiano letterario che autori e autrici translingue stanno imponendo all’attenzione di cultori, lettori e critici dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso. Il dialetto triestino è presente: in Triestina doc, espressioni come «Mona mi!» (p. 12), «Meio» (p. 15) «fritaia» (p. 20) non sono semplici coloriture locali. Il loro uso funge da marcatore identitario: uno strumento per segnalare l’appartenenza a una comunità o, al contrario, per sancire l’esclusione di chi non lo padroneggia. Lingue straniere attraversano i racconti costellati da incursioni in altre lingue in un mix di significati e significanti che arricchiscono le pagine. Termini sloveni affiorano in Fuori paese, mentre espressioni serbo-croate come «ćevapčići» compaiono in Triestina doc (p. 19). L’inglese emerge nelle conversazioni internazionali e il cinese è centrale in L’amore sui pattini. Questo mosaico linguistico restituisce la polifonia reale della città, sonorità che rimandano ad una comunanza multidimensionale.
La raccolta mostra una grande sensibilità nel rappresentare l’italiano parlato da una persona non madrelingua: “l’italiano degli altri”. L’italiano del giovane artigiano in La cruna dell’ago, che «profuma di tè alla menta» (p. 101), è una descrizione poetica che valorizza la sua pronuncia invece di stigmatizzarla, riconoscendola come traccia di un’altra storia, una lingua tra le lingue.
Il linguaggio, in questi racconti, svolge una duplice e ambivalente funzione: è contemporaneamente collegamento e barriera. La padronanza della lingua e del dialetto determina il grado di inclusione sociale. In Parabole dell’estraneità, la narratrice riflette sul fatto che non possedere pienamente il dialetto sia percepito come una prova della sua “non appartenenza”. Al contrario, in L’amore sui pattini, la lingua diventa una barriera dolorosa quando la frase «Confucio dice» (p. 128) viene usata in modo canzonatorio contro la famiglia, trasformando un riferimento culturale in uno strumento di esclusione. Il linguaggio, quindi, non è mai neutro: è il campo di battaglia e di incontro in cui si gioca la partita dell’identità.
Ancoraggi culturali: il ruolo della memoria, del cibo e delle tradizioni
Di fronte alla fluidità delle identità e allo spaesamento generato dalla migrazione, i personaggi della raccolta si aggrappano a elementi culturali tangibili, che funzionano come veri e propri ancoraggi. La memoria storica e personale, le tradizioni rituali e, soprattutto, il cibo diventano strumenti essenziali per mantenere un legame con le proprie origini e per costruire un senso di continuità nel nuovo contesto.
La memoria, in particolare, non è un archivio passivo, ma una forza attiva che irrompe nel presente, condizionando le vite dei protagonisti. Eventi storici traumatici proiettano la loro lunga ombra sul quotidiano: la Guerra civile spagnola è una ferita sempre aperta nell’esilio di Rosalina (Dal mare una cronaca); la Rivoluzione culturale cinese segna in modo indelebile il passato della famiglia Ling (L’amore sui pattini); l’eco della guerra nell’ex Jugoslavia risuona nelle storie dei personaggi provenienti dall’area balcanica. Queste memorie collettive si intrecciano con quelle personali, creando un tessuto narrativo in cui passato e presente sono inestricabilmente legati.
Il cibo, in particolare, assume una centralità simbolica, diventando un vero e proprio “testo culturale” attraverso cui si esprimono identità, conflitti e negoziazioni. Jota e burek, in Triestina doc, rappresentano le due anime culturali della protagonista. La jota è il piatto tipico triestino che il marito le chiede, mentre il burek è il sapore della sua Sarajevo. La loro preparazione diventa un terreno di scontro affettivo, ma anche di incontro e negoziazione culturale. In Il mio grosso, grasso matrimonio triestino, il menù del banchetto è il manifesto di un’identità plurale. La fusione di «piatti della tradizione triestina con sapori napoletani o con qualche salsa rumena e greca in chiave gourmet» (p. 69) simboleggia un modello di convivenza celebrativo e curato. Per la famiglia protagonista di L’amore sui pattini, la ricerca degli ingredienti e la preparazione dei piatti della tradizione rappresentano un modo per preservare la memoria delle origini e ricreare un senso di “casa” a Trieste, un atto di resistenza culturale in terra straniera.
Questi ancoraggi culturali – la memoria che dà profondità storica, il cibo che nutre il corpo e l’anima – sono i fili vivaci che compongono la trama del ricco e complesso mosaico identitario triestino descritto nella raccolta, tra elementi di integrazione e di distanza che lasciano il segno attraverso i protagonisti e lo sguardo che la città riesce a restituire.
Uno sguardo intimverso sulle nuove identità contemporanee
I testi di Trieste. Uno sguardo intimverso utilizzano la città-porto, la città-di-passaggio come un microcosmo eccezionale per esplorare alcune delle tematiche più urgenti della contemporaneità: la fluidità dell’identità, la dialettica tra sradicamento e appartenenza, il ruolo del plurilinguismo e il peso della memoria nel definire il presente.
Riprendendo la tesi iniziale, il grande valore dell’opera risiede nella sua capacità di offrire uno sguardo intimverso e polifonico che supera le narrazioni generiche sulla migrazione. Rafforzato dallo sguardo delle donne, dalle tante angolature che riescono a narrare e affrontare. Anziché limitarsi a raccontare l’integrazione, i racconti teorizzano e mettono in scena un’identità “portuale”, fluida e relazionale, forgiata nel crocevia di una specifica città-mondo europea. Trieste non è solo uno sfondo, ma il catalizzatore di storie che, pur nella loro specificità, parlano una lingua universale. Queste narrazioni, radicate in un luogo ma capaci di trascenderlo, si rivelano così strumenti preziosi, indispensabili per comprendere la crescente complessità del concetto di appartenenza nell’Europa di oggi.
