TROVEUR TRIESTE: QUARANT’ANNI PER TROVARLA

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Alla fine l’hanno trovata. In tanti, in tantissimi. Qualcuno già dice: in troppi. Parliamo di Trieste, città fino a ieri defilata, enigmatica, indecifrabile, lontana dai grandi circuiti turistici. Oggi – lo sappiamo, lo vediamo – pullula, non come Venezia certamente, ma quanto basta per far parlare e sparlare di overtourism e dei disagi che la nuova, sorprendente attrattività comporta (per chi ci vive e per chi ci arriva).

Trieste, dunque, città trovata e alquanto stordita da questa popolarità, che mette a nudo anche le sue strutturali inadeguatezze. Eppure ci fu un tempo in cui “Trouver Trieste” sembrava, più che una generosa utopia, un’occasione imperdibile, tale da spronare la municipalità e le istituzioni culturali a rispondere a un succulento invito parigino e a tentar di organizzare quello che oggi si definirebbe un Grande Evento, con chiari intenti di allettamento e promozione.

Il riferimento va alla multiforme manifestazione espositiva allestita tra 1985 e ‘86 in una delle capitali mondiali della cultura e dell’arte, Parigi appunto. Trovare Trieste voleva significare che la città lontana e sfuggente meritava di essere indagata a fondo, e possibilmente compresa nelle sue tante identità e sfaccettature. Occorreva insomma scoprirla, ed era giusto che ciò accadesse a Parigi, dopo che dal 1931 lì aveva trovato casa, gran successo d’artista  (e vari compagni di vita) la “triestina” Leonor Fini; che – grazie all’intercessione del “triestino” Joyce – critici francesi quali Larbaud e Crémieux avevano riconosciuto per primi, nel 1925, l’alto valore letterario del triestino Italo Svevo; che il triestino Leo Krausz Castelli vi aveva aperto negli anni ’30 un’importante galleria d’arte; che un editore francese aveva pubblicato (1967) l’inedito Necropolis di un triestino (sloveno) sopravvissuto a stento ai lager nazisti, Boris Pahor.

1985, quarant’anni fa. Nella città in cui, montalianamente, tutti si odiano si capì subito che non sarebbe stato facile mettere anzitutto sulla carta e poi nella realtà effettuale dei materiali e degli allestimenti una visione caleidoscopica che non volesse ignorare alcun aspetto della creatività dell’area giuliana. E infatti, per non scontentare nessuno, l’ambizioso progetto si  suddivise (o piuttosto si frammentò) in una serie di mostre che ambivano, tutte, ad essere di alto profilo, ospiti di sedi prestigiose, e ampiamente corredate da incontri, conferenze, letture, rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali.

Ci vollero otto mesi di travagliato lavoro preparatorio, svolto da un comitato scientifico gremito di bei nomi (Magris, Mattioni, Budinich, de Banfield, Damiani…) ed energicamente presieduto dal “commissario generale”, e di fatto plenipotenziario, Luciano Semerani. Altri bei nomi fra le centinaia di collaboratori: Annamaria Percavassi, Luisa Crusvar, Laura Carlini, Massimo Vignelli per la parte grafica (i bozzetti dei manifesti e delle copertine dei cataloghi furono però dello Studio Tassinari/Vetta).

Portrait pour une Ville
Trouver Trieste fortunes
d’un port adriatique
Electa-Institut Culturel Italien,
Paris, 1985

Il Comune, all’epoca retto da un pentapartito di minoranza (Franco Richetti sindaco, Arnaldo Rossi assessore alla cultura), ci si mise di buzzo buono, con un impegno di spesa che avrebbe infine sfiorato i due miliardi di lire. Un piatto ricco che non poteva mancare di attizzare, da subito, gelosie e velleità, litigi e faticosi compromessi. Infine si giunse all’intesa su uno spezzatino, dal profumo comunque invitante: l’essenziale legame fra Trieste, il mare e la navigazione riassunto nella mostra “Le bateau blanc” nientemeno che al Centre Georges Pompidou, altrimenti detto Beaubourg e sorto appena otto anni prima; la fisionomia storico-artistica della città descritta in “Portraits pour une ville” (alla Conciergerie); il ruolo degli studi fotografici, con i Wulz in logica evidenza, in “Visages, Paysages”, al primo piano della Tour Eiffel; la grafica pubblicitaria nell’opera di un maestro della cartellonistica in “A la découverte de Dudovich”, al Musée de la Publicité; una rassegna di progetti per la Trieste del futuro in “Concours d’idées”, all’Istituto francese di architettura; il mondo della scienza ne “L’imaginaire scientifique”, alla Cité des Sciences della Villette. Inaugurazione solenne di tre mostre il 12 novembre 1985, a seguire le altre nell’inverno dell’86, con gran finale alla Villette tra maggio e giugno.

Tutto bene insomma? Macché. Nonostante il vasto battage che ne fecero gli organi di informazione, cominciarono presto i distinguo e le critiche. Già il 17 dicembre Il Piccolo ospitava con ampio spazio la dettagliata diagnosi (negativa) di un lettore, sotto forma di lettera al “Caro Direttore”. Il titolo così suonava: Cosa penso del ‘Trouver’? Un grande vuoto. Verdetto che sarebbe riecheggiato a lungo, e da molte fonti, nei mesi successivi, con particolare riferimento all’allestimento a dir poco spartano della mostra principale, curata con particolare dedizione dall’architetto Semerani. Al Beaubourg c’era, non distante da quella sulle bianche navi, una mostra su Walt Disney: «Questa sì affollatissima», segnalava l’amareggiato lettore. «Così ‘Taram et le Chaudron Magique’ – scriveva – sconfigge ‘Le bateau blanc’ con una percentuale del 10 % in più di visitatori». Alla chiusura, dopo 78 giorni di esposizione, la mostra triestina avrebbe registrato un totale di nemmeno 80 mila visitatori, precisamente 1013 al giorno. Un flop.

Sul Corriere della Sera il 19 dicembre avrebbe rincarato la dose Enzo Bettiza, che si sarebbe poi ben guardato da onorare la promessa di farsi vivo come conferenziere (ma disertarono pure Strehler e Barrault, Rubbia e Abdus Salam, tra gli altri). Per Bettiza il “Trouver Trieste” offriva soltanto  «lacerti privi di un loro centro di gravità attraverso le distanze e le insidie del traffico parigino. Non so – diceva – chi sia stato l’ideatore di tale assurda vivisezione» e deplorava il «puzzle labirintico che, oltre a scoraggiare il visitatore, non lo conduce a nessuna visione d’insieme della mitica città giuliana».

Trouver Trieste
Le bateau blanc
Particolare della mostra
al Centre Georges Pompidou
Parigi, 1985

Ma sarebbero stati i servizi della giornalista Itti Drioli, incaricata dal Piccolo di seguire fin dall’incubazione il faraonico progetto, a toccare i tasti più dolenti negli articoli scritti da inviata  nel marzo ’86, a “Bateau” già chiuso e rimpiazzato al Beaubourg da una trionfale mostra su “Vienna 1880-1938” (con un saggio introduttivo di Magris in catalogo…). Si apprende così che i quattro cataloghi più importanti (e costosi), editi dall’Electa in ottomila copie, giunsero a Parigi a fine mostra, dato che le prime 800 del “Bateau”, presentate all’inizio, erano state subito ritirate: mancavano di 16 pagine, avevano errori di traduzione e tipografici. Così come mancavano 30 pannelli esplicativi, arrivati con due mesi di ritardo.

Il direttore del Centre de Création Industrielle, lo svizzero François Burkhardt, “co-firmatario” della mostra assieme a Semerani, dopo essere stato varie volte garbatamente intervistato in fase di allestimento, rifiutò poi ogni contatto con la stampa e si seppe che aveva minacciato di far causa al Comune di Trieste per i ritardi e i pressappochismi. Si andò per avvocati, insomma. Aggiunse la Drioli, in uno dei suoi pezzi: «Rapporti di consulenza bruscamente interrotti, collaboratori licenziati: qualcuno pagato fino alla scadenza del contratto, ma senza farlo più lavorare. E iniziative sovrapposte, occasioni mancate. Per i seminari defezioni clamorose, programmi non rispettati».

Non era risultato tanto appetitoso, insomma, lo spezzatino messo in pentola a Trieste. A salvare la faccia, in extremis, sarebbe stato l’Immaginario scientifico ospitato alla Géode, la gigantesca sfera di acciaio a specchio divenuta simbolo della nuovissi

 

ma Città della scienza della Villette: folla e grande attenzione per la mostra “inventata” da Paolo Budinich. Una vera e propria deviazione in corner, e meno male.

Che Montale avesse davvero ragione? Comunque sia, quarant’anni dopo il “Trouver”, Trieste l’hanno infine trovata. Forse non i parigini, ma tanti, tantissimi altri. Forse già troppi?