UN “CUPIO DISSOLVI” PER RITENTARE L’AMORE
il Ponte rosso n. 111 - gennaio 2025 | Laura Ricci | poesia
Da Sandro Pecchiari un insolito canzoniere
di Laura Ricci
Atropo Lachesi Cloto
prefazione di Ivan Fedeli
puntoacapo Editrice, 2024
pp. 80, euro 12,00
Potrebbe essere definito un denso moderno canzoniere d’amore à rebours, la recente silloge poetica di Sandro Pecchiari Atropo Lachesi Cloto, pubblicata a fine 2024 dalle Edizioni puntoacapo. À rebours con tutte le sfumature semantiche e le accezioni allusive che questa espressione comporta, volendo intenderla sia nel senso di “controcorrente” sia in quello, complementare e non sostitutivo, di “a ritroso”. I temi dell’amore, della perdita e del disfacimento ne sono al centro, come pure quelli dello scarto salvifico, del mutamento e della rinascita: temi cari, come è stato giustamente sottolineato da Ivan Fedeli nella sua postfazione, alla poesia di Pecchiari – basti pensare, in particolare, al suo Desunt Nonnulla (Arcipelago Itaca, 2020) – pur se declinati, in questa raccolta, in un contesto di contenuti e stile del tutto diverso.
Se in Desunt Nonnulla era la minaccia della malattia a indurre a fare i conti con il passato, qui è la coscienza del farsi e soprattutto del disfarsi degli amori a trascinare in un viaggio che, con forza dilavante e alluvionale, spinge il poeta a gettar nomi e storie come sassi nell’acqua – un sasso nell’acqua / distacca dal dolore del contatto / questa è una fucina di pianeti / scaraventati senza nome / una manciata lanciata a disossare la croce – e, al tempo stesso, a convocare, uno a uno, i suoi convitati di pietra, inscenando un gioco di apparizioni e sparizioni in cui una sottile vena di ironia stempera la dolorosa ineluttabilità del dissolvimento: puntellare con tutori le talee / con etichette di riconoscimento / con guanti grossi da giardiniere / mantenerne sottile il tocco / decidendo di sbagliarne i nomi / vi chiamerò tutti e siete tanti.Un ricordare per lasciar scorrere via, per dilavare e purificare, per – finalmente liberi – ritentare: i sassi snudati oltre il fango / rinasceranno se lapidi il passato e / lo ritenti / l’alternativa della vita / è la vita d’altri / allacciata stretta a strozzo.
A ritroso è anche tessuto e spezzato il filo delle Moire, generalmente espresse in ordine inverso secondo il susseguirsi degli stadi dell’umana esistenza: Cloto, filatrice della vita, Lachesi, dispensatrice dei destini e della loro durata, Atropo, che taglia inesorabilmente il filo al momento assegnato. Basta già questa inversione a dirla lunga sull’intenzione del poeta: come Atropo egli reciderà il filo dei passati convocati amori, come Lachesi ne ripercorrerà il tempo assegnato, – Diario della peste è il sottotitolo della sezione Lachesi, dunque un tempo malato – come Cloto, infine, li farà ri-nascere nella memoria: che siano morti realmente o, in quanto passato non più ripercorribile, morti in vita. Morti convocati a cena, secondo una pratica vicina allo Scintoismo venata di sottile catartico divertimento: i giapponesi li accolgono a casa / nei giorni pensosi dell’o-bon / offrono cibo, danze e luce / io me li porto in trattoria / ho prenotato una tavolata vuota / e mi sorrido quieto.
Ma v’è di più, il gioco della memoria agisce non solo a ritroso, ma in un avvicendamento non cronologico e disordinato – come è proprio della memoria involontaria bergsoniana, a ben notare – così che l’alternarsi e l’apparire e lo scomparire di presenze e assenze, e in definitiva di Vita e Morte – o meglio, data la materia, di Amore e Morte – si definiscono reciprocamente. I momenti della nascita e della morte non sono affatto precisi, non solo per l’imprevedibilità delle Moire, ma per volontà del poeta stesso, che decide fino a che punto stare al gioco delle apparizioni della memoria o sottrarsi, tanto da diventare lui stesso colui che recide il filo, doloroso o fastidioso che sia: dopo anni e anni / il mio coraggio di cocci / si scompagina in scenari / di stracci, in tracce / a ritrovarti e riporti nell’orrore / nel tuo vivere / io mi arrendo; oppure: sarai astuto a trasformarti / perché non ti conosci – un nuovo ruolo, la finzione / in cui vivi tra le vite. / ne sarò parte fino a traghettarti. / ma io non passo.
L’elemento attraverso cui dirompe la poesia è, in questa raccolta, l’acqua, – bisogna «disimparare a vivere» su una «terra di paglia e di conchiglie», restare immobili e vedere / gli sbuffi di sabbia che s’acquieta / le peltae d’acqua bassa – unita al vento che si fa rombo del tempo e sfalda in cascami le foglie, nello stridore vaticinante degli uccelli, tra il «gorgoglio dei gorghi» e il fango alluvionale misto a membra che si slogano: così che un luogo bucolico si mostra in tutto il suo orrore, mentre il tempo nuovo della vita, semmai la si potrà dire ancora, rimane avvinghiato a umanità da riplasmare, confuse «come cibo d’una specie cannibale di se stessa». Il tutto con una forte pregnanza metaforica, rintracciabile in espressioni tormentose quali «lo sporco del dolore», «il puntaspilli dell’ormai vissuto», «un fiato di trincea appena prima dell’attacco», ma anche in immagini di rottura speranzosa, come le erbe che a marzo scarniranno / le zolle dure con un taglio aspro / dal cuore irsuto dell’inverno.
Non sono solo gli amori di coppia a essere resuscitati e rinominati, riemergono anche quelli delle radici: il padre e la madre – torno a voi per quel poco / amore di ricatti / per non farmi male / se qualcosa resta – la nonna e la casa campestre degli avi,in versi di disincantato nitore lirico in cui il vento perde ogni forza devastatrice, per farsi refolo di rimembranze pietose:
qui nasce il vento
da questo verde avvallamento
[…]
l’ora è questo stare nell’ascolto
della sosta dentro ai refoli
del muoversi muto oltre i vetri
come se potesse tornare
dando per ovvia questa vita
passarci ignari, averla vista
esserci guardati
sempre da un millimetro
Eppure è proprio a questa vita, che nel presente di un tempo più giovane si è attraversata un poco distratti, che al momento di tracciare il conto si chiede un’altra possibilità, accogliendo con determinazione l’amore che sembra ripresentarsi: eppure il vero può nascondersi qui – scrive il poeta – fingi che sia così. L’amore nuovo che Pecchiari definisce, nell’ultima sezione del libro, L’amore forte.
È un amore che ha prodotto una crepa nell’esistenza abituale, che ha spostato tavoli e cose, ridipinto pareti, risistemato libri e armadi, rendendo nuove cose «già dette e dette ancora»; un amore a cui il poeta chiede cibo e sole, che ha avvolto dove la vita doleva, portando linfa di futuro, così che finalmente una resa nuova si manifesta e, nell’amplesso, penetra nell’intimità più segreta e nel perdono: lo lascio venire se mi vuole / lo porto attraverso i miei segreti d’erba / insieme penetriamo nel perdono. Finché ogni corpo trova e prende posto nel corpo dell’altro imboccando, oltre la cautela, «la via di casa».
Nella silloge, la ricerca non si limita alla materia da resuscitare e trattare, ma giacché ogni buona poesia è completezza di stile, investe anche la lingua per dire, determinando, come è proprio della produzione sempre accurata e spiazzante di Pecchiari, scelte lessicali e figurative del tutto originali. Nel cupio dissolvi a perder nome saranno «le rune d’una lingua fosca», da riadattare, chiamata per chiamata, alla «lettura del disastro», che richiede paragrafi spezzati / […] / e sillabe sezionate a caso / ognuna con un suono / secco come le nocche sulla bara / a risvegliare impaziente un respirare. Fino alla corsa a dirotto verso «un amore sradicato», che si ubriaca di una nuova offerta di parole e germoglia «una lingua d’ortica nuova sulla pelle».
È sempre molto rischioso scrivere d’amore e di amori, coraggioso anche, specie se si sceglie, come fa Pecchiari in questa raccolta, di convocarli con il loro nome reale. La scommessa riesce soltanto se si trova un giusto equilibrio tra pensiero e materia sempre incandescente, tra struttura generale e soggettività, contenuto e stile, in modo da restare indenni da ogni già detto e da ogni possibile luogo comune. Possiamo ben dire che, in questo caso, proprio grazie all’originalità e alla cura formale dell’opera, la scommessa è pienamente vinta.
