UN FESTIVAL AL FEMMINILE
Alan Viezzoli | Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | Trieste Film Festival
Ciò che più di tutto spicca nel corposo programma di questa 37° edizione del Trieste Film Festival è la grande presenza di storie al femminile, sia davanti che dietro la macchina da presa
di Alan Viezzoli

Dal 16 al 24 gennaio 2026 si è svolta la 37ª edizione del Trieste Film Festival, l’appuntamento cittadino dedicato al cinema dell’Europa dell’est. Le proiezioni si sono susseguite al teatro Miela, al politeama Rossetti e al cinema Ambasciatori, mentre le numerose attività collaterali quali mostre, concerti e presentazioni di libri hanno affollato molti altri spazi del centro di Trieste.
Fin dalla conferenza stampa di presentazione dell’articolato evento, i responsabili avevano tratteggiato il programma della manifestazione, annunciando alla Sala Bobi Bazlen di Palazzo Gopcevich un articolato programma per questa 37a edizione, diretta da Nicoletta Romeo, che ha proposto un viaggio in oltre centoventi appuntamenti, tra film, documentari, corti, masterclass e incontri. In prima italiana il ritratto di Kafka in Franz di Agnieszka Holland, le storie nascoste negli autoritarismi del Novecento con le anteprime The Disappearance of Josef Mengele di Kirill Serebrennikov e Two Prosecutors di Sergei Loznitsa. In programma i titoli delle firme più interessanti del cinema contemporaneo come Ildikó Enyedi, Šarūnas Bartas, Christian Petzold, Mascha Schilinski e Nastia Korkia. Oltre ai concorsi per lunghi, documentari, corti e film italiani, le sezioni tematiche “Visioni Queer”, “Wild Roses”, la retrospettiva “Il secondo turno: compagne al lavoro” e il TSFF per i piccoli

In occasione del festival, la città si è arricchita di tre importanti appuntamenti espositivi che ne espandono i confini narrativi e artistici, e che si affiancano alla mostra che ha inaugurato lo scorso 29 dicembre “25 anni di FVG Film Commission, un racconto per immagini di film girati in regione”, organizzata da Casa del Cinema. Si è poi realizzata alla Sala Veruda la mostra multidisciplinare dell’artista serbo Živorad “Zico” Mišić, intitolata “Sulle correnti dell’arte” realizzata con il sostegno del Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, con l’esposizione di 100 opere – tra tavole originali, cornici e realizzazioni digitali – con al centro la figura di Nikola Tesla e della graphic novel Tesla: Il signore dei fulmini. Dal 14 gennaio al 21 febbraio, l’associazione culturale Cizerouno ospita negli spazi del Cavò il progetto di ricerca visiva “Yugo Logo”, curato da Ognjen Ranković e Antonio Karača, con una selezione di oltre 600 loghi storici di un Paese che non esiste più, ma che ha lasciato un’eredità di design modernissimo e innovativo. Infine, dal 15 gennaio, la galleriaEContemporary in collaborazione con Alpe Adria Cinema – Trieste Film Festival ha presentato“Beyond Human Skin / Coabitazioni invisibili”,una mostra curata da Elena Cantoriche sposta l’obiettivo sulla natura profonda dell’essere umano. Attraverso il lavoro dell’artista italiana Martina Martonsky, l’esposizione spinge a riflettere sulla responsabilità che abbiamo verso il pianeta, partendo proprio dal riconoscimento delle infinite forme di vita che ospitiamo dentro e fuori di noi.

Proposto inoltre un fitto calendario di presentazioni editoriali – grazie anche alle collaborazioni con Bottega Errante Edizioni e Meridiano 13 –, talk, workshop, tour guidati, portando a Trieste voci significative della letteratura e dell’attivismo contemporaneo, oltre che performance e degustazioni.
Ciò che più di tutto spicca nel corposo programma di quest’anno è la grande presenza di storie al femminile, sia davanti che dietro la macchina da presa. Tale affermazione è evidentemente vera per quanto riguarda la sezione “Wild Roses” dedicata alle registe di una determinata nazione europea – e quest’anno il focus è stato posto sulla Slovenia grazie anche a nomi quali Nina Blažin, Anja Medved, e Urška Djukić con La ragazza del coro che è il candidato della Slovenia agli Oscar 2026 come miglior film internazionale – ma si applica altrettanto bene anche ai film in concorso e fuori concorso. Il film si è aperto infatti con Franz della regista polacca Agnieszka Holland in cui la vita di Franz Kafka viene raccontata tramite finte interviste alle persone che hanno interagito con lui all’epoca e con inserti moderni in cui Holland mostra come sul nome del celebre scrittore si sia creato un indotto simile a quello di un parco di divertimenti. Una regista anche a chiudere il festival: l’ungherese Ildikó Enyedi con il suo Silent Friend, film in cui il protagonista è un maestoso ginkgo biloba collocato nel centro dell’università di Marburgo il quale osserva silenzioso le vite delle persone che gli passano accanto – la prima studentessa donna dell’ateneo, nel 1908; un ragazzo che per amore scopre la botanica, nel 1972 e un neuroscienziato hongkonghese che soffre di solitudine durante l’epidemia di Covid, nel 2020.
Anche le due vincitrici dei concorsi lungometraggi e documentari sono registe. Rispettivamente la slovena Kukla, al suo esordio nella direzione di un lungometraggio, con il film Fantasy che racconta la storia di due migliori amiche la cui vita cambierà in seguito all’incontro con Fantasy, una donna transgender, e la bielorussa Anastasija Mirošničenko con il documentario Welded Together che segue la vita di Katya, una saldatrice che lotta quotidianamente per proteggere la sorella minore dall’alcolismo tossico della madre.

Guardando al fuori concorso, un discorso simile può essere fatto per Il suono di una caduta della regista tedesca Mascha Schilinski. Presentato in anteprima al festival del Cinema di Cannes dove ha vinto il Premio della giuria (ex æquo con Sirāt di Óliver Laxe), il film racconta quattro generazioni di donne in una fattoria della Germania centro-orientale, dalla prima guerra mondiale fino ai giorni nostri.
Questo sguardo al femminile si riflette anche in film diretti da registi uomini, segno di una certa urgenza da parte del Cinema nel trattare l’argomento. Un esempio in tal senso è sicuramente Miroirs no. 3 – Il mistero di Laura del regista tedesco Christian Petzold, già autore di film quali La donna dello scrittore del 2018 e Undine – Un amore per sempre del 2020. In Miroirs no. 3 Petzold racconta la storia di Laura la quale, scampata fortunosamente a un incidente stradale, viene ospitata in una casetta di campagna da una famiglia che inizia a prenderla un po’ troppo a cuore.
Prima di concludere l’articolo trovo doveroso uscire dal fil rouge fin qui condotto per segnalare la presenza al festival di Sergei Loznitsa col suo ottimo Due procuratori. Nell’URSS del 1937 un giovane procuratore inizia a indagare sulla NKVD e sulle purghe staliniane, senza capire realmente cosa stia accadendo. L’ingenuità del procuratore, data dall’inesperienza, si fonde perfettamente con la burocrazia e l’omertà delle istituzioni. Per chiudere il cerchio e tornare all’inizio dell’articolo, si direbbe una narrazione quasi kafkiana in cui Loznitsa ci mostra concretamente come chi comanda sappia mantenere il potere – allora come adesso.

