UN MISTERO BUFFO POSTUMO EPPURE VIVIVSSIMO
Il Ponte rosso n. 124 - marzo 2026 | Luigi Cataldi | teatro
Ugo Dighero ha portato al “Rossetti” una nuova versione del capolavoro di Dario Fo e Franca Rame fedele all’indimenticabile originale e tuttavia del tutto contemporaneo
di Luigi Cataldi

Mistero buffo di Dario Fo e Franca Rame è in assoluto una delle opere più rappresentate al mondo. Da quando apparve per la prima volta nel 1969 è stato tradotto in molte lingue ed è andato in scena centinaia di volte in decine di Paesi. Non si tratta solo di un testo fortunato, ma dell’invenzione (o forse della reinvenzione con tecniche e materiali raccattati lungo tutta la storia del teatro) di un genere di spettacolo nuovo, capace di far convivere al suo interno, attraverso un linguaggio comico dissacrante, l’attualità più bruciante con le storie di un tempo sepolto, il sacro col profano, come preannuncia l’ossimorico titolo. Una «giullarata» (così la definì Fo) che dimostra quanto possa essere profonda la cultura popolare.
A causa di questa gravosissima eredità, chiunque si misuri con questo testo deve innanzitutto superare l’iniziale scetticismo degli spettatori. Sarà l’interprete all’altezza? Dirà del presente, attraverso le storie raccontate, qualcosa di analogo a ciò che Fo e Rame erano capaci di dire del loro tempo? Lo spettacolo andato in scena alla Sala Bartoli del Teatro Rossetti di Trieste il 9 e il 10 marzo scorso (questa recensione si riferisce alla seconda rappresentazione) permette, non solo di rispondere affermativamente a entrambe le domande, ma dimostra pure che quel testo, con la sua aleatorietà e la sua estrema parzialità, con i segni così marcati impressi dagli autori da cui viene, è fatto per essere messo in scena anche da altri e che il teatro di Dario Fo e Franca Rame è quantomai vivo.

Lo ha reinventato, interpretato e ne ha curato la messinscena Ugo Dighero, attore comico versatile, formatosi al Teatro Stabile di Genova, con sulle spalle una lunga e varia carriera televisiva, in spettacoli comici (Avanzi con il gruppo “Broncoviz” insieme a Maurizio Crozza, Mai dire gol con la Gialappa’s Band) e in serie di successo (Un medico in famiglia, R.I.S. – Delitti imperfetti), cinematografica come caratterista (Tutti gli uomini del deficiente del 1999 di Costella e Criminali si diventa del 2001 di Trovellesi e Tarabelli, fra l’altro) e soprattutto teatrale (al Teatro Stabile di Genova, con la compagnia Oltre l’Immagine di cui è stato fondatore e con il Teatro dell’Archivolto, fra le altre cose). Dighero porta in scena Mistero buffo da 35 anni e lo ha recitato, applaudito, anche di fronte a Franca Rame e Dario Fo.
Lo spettacolo è composto da due giullarate, Il primo miracolo di Gesù bambino (che Fo e Rame inclusero in Mistero buffo) e La parpàja topola (da Fabulazzo osceno, 1982). Sulla scena non c’è assolutamente nulla, se non lui, vestito di nero, che, con la sua faccia e la sua barba, soprattutto quando strabuzza gli occhi, sembra uno Zanni della Commedia dell’Arte. Ma già col primo monologo la scena si riempie di persone, di cose e di caotiche vicende. C’è un antefatto. Ci sono tre re Magi, uno «vègio, tüto ingrugnà», uno bello e biondo, uno “negro” fastidioso e canterino («aténti ala ’legoria»), che il vecchio non sopporta: «Bastaaa! Mi te magno crüdo! Te pélo via tüto ol negro d’intorno e magno ol biànc deréntro!». Vanno a Betlemme al presepe e sulla scena appaiono angeli annuncianti in picchiata, la stella cometa, bue, asinello, animali d’ogni sorta e una miriade di persone, che parlano il grammelot più strambo e più chiaro, che urlano e gesticolano scomposti con i loro doni in mano. Poi la sacra famiglia fugge in Egitto e il piccolo Gesù, un monello scalcagnato e scalmanato, è rifiutato perché straniero dagli altri bambini: lo chiamano «Palestina» e lo deridono. Lui li stupisce col primo miracolo: fa uccelli di terra, soffia e quelli prendono il volo. Un trionfo. Lo fanno capo dei giochi. Poi il figlio del padrone con le sue guardie rompe tutti gli uccelli di terra e Gesù lo trasforma in «un bambìn de tèra fümante». Solo l’intervento della Madonna rimetterà le cose a posto.

Razzismo e superbia puniti della prima giullarata lasciano il posto a un esempio di ingenuità premiata nella seconda, La parpàja topola. È la storia di Giovan Pietro, capraio credulone, che, ereditata una enorme fortuna, cade vittima del prete del paese, don Faina, della giovane e bella amante di lui, Alessia, e della di lei madre Volpassa. Giovan Pietro crede a tutto e corre in cerca della perduta parpàia topola di Alessia (senza la quale la prima notte di nozze com’è ovvio non può essere consumata). Lo fa, attraversando boschi, affrontando lupi, guadando fiumi e scalando monti, con così gran lena, che infine è l’ingannato, con la compassione che suscita, a redimere l’ingannatrice Alessia (di don Faina e della Volpassa non si dice, ma non c’è da farsi troppe illusioni). Di nuovo, insomma, una miriade di cose, di persone, di vicende, di gesti, fatta con un solo corpo e una sola voce.
In tutte e due le storie i personaggi, compresi Gesù, la Madonna e Dio stesso, sono quantomai umani e come uomini, con le loro buone e cattive inclinazioni, con i loro sentimenti e i loro risentimenti, agiscono, eppure, a loro modo, le due giullarate, sul razzismo punito e sull’ingenuità premiata, sono racconti “morali”.
Dighero tiene un ritmo incalzante, entra e esce dai personaggi cambiando voce e espressione (pure l’abito pare mutato pur restando il medesimo), incarna singoli e folle, uomini e cose con arte consumata di mimo. Non si risparmia neppure per un attimo e non lascia mai trasparire la routine del mestiere: è come se per la prima volta inscenasse quelle storie. Non si risparmia ed è coraggioso nell’affrontare i temi del presente. Come bis offre una «poesia futurista» di sua composizione, Ho deciso di esportare una merce nuova, un monologo scritto in occasione della guerra in Iraq e aggiornato per quella attuale che infiamma il Medio Oriente. Personaggi da giullarata e onomatopee futuriste guerresche si mescolano in un rutilante e amaro carosello atroce. «Facciamo una pazzia, esportiamo la democrazia chi non ce l’ha lo spazziamo via. […] Noi siamo i buoni abbiamo una mania: esportare la democrazia, ma non la tua, la mia», urla il poeta, mentre la scena si popola di nuovi esportatori (Trump), di nuovi servi (l’Italia e l’Europa di oggi), di nuove vittime (la Palestina). Si ride meno, ma senza questa parte forse Mistero buffo non sarebbe stato abbastanza comico.
