UNA STRAORDINARIA STAGIONE ESPOSITIVA
Il Ponte rosso n. 113 - marzo 2024 | mostre a gorizia | Walter Chieeghin
La Pop art di Andy Warhol raccontata da una mostra a Gorizia
Giuseppe Ungaretti: un reduce pacifista
Ricordato anche Franco Basaglia grazie a una bella collettiva
di Walter Chiereghin
91,4×91,4 cm., portfolio di 10
collezione privata
courtesy Zoya Gallery
Andy Warhol A PALAZZO attems Petzenstein
“Andy Warhol. Beyond Borders”: continua ad attirare visitatori la mostra voluta dall’ERPAC nell’ambito delle manifestazioni di GO!2025. L’esposizione, che terrà impegnate le sale al pianterreno e al primo piano di Palazzo Attems Petzenstein fino al 4 maggio, vale decisamente la pena di essere visitata, in quanto restituisce con efficacia, per il tramite delle sue opere e per una ricca selezione di fotografie, l’immagine dell’artista statunitense, il cui nome si sovrappone a quello della Pop art, corrente della quale è stato sicuramente l’esponente più popolare.
Curata da Gianni Mercurio, la mostra suggerisce un percorso che ricalca quello biografico e creativo di Andy Warhol (Pittsburg, 1928 – New York, 1987). Ci s’imbatte fin dall’atrio del museo da una gigantografia che ritrae Warhol in una postura accogliente, e il visitatore potrà attraversare in una lenta emozionante promenade le stagioni della sua troppo breve parabola artistica. Iniziando dal suo impegno di illustratore, nei campi della moda e della pubblicità, dopo il suo arrivo a New York nel 1949. Nella metropoli, cuore pulsante dell’economia, della finanza e della cultura degli Stati uniti, Warhol si procurò rapidamente collaborazioni con importanti riviste quali Glamour, Harper’s Bazaar e Vougue, oltre al sofisticato New Yorker, dando prova già a questi esordi della sua carriera di una straordinaria capacità di destreggiarsi sul mercato, ambito in cui sarebbe diventato incontrastato maestro negli anni successivi.
Quando, risultando inadeguati per lavorarvi gli spazi dell’appartamento dove viveva con la madre, trasferisce l’attività in una prima sede di quella che diverrà la mitica Factory, non soltanto laboratorio artistico, ma punto d’incontro di artisti, commediografi, registi, poeti, musicisti, modelle, attrici e attori, transgender, cantautori, gruppi rock, che interagivano in un ambiente più che indulgente dal punto di vista dei comportamenti sessuali e relativamente alla tossicodipendenza.
I tre proiettili che il 3 giugno 1968 gli attraversarono il torace, sparati dalla pistola di Valerie Solanas, scrittrice femminista, in seguito giudicata affetta da schizofrenia paranoide, segnarono un giro di boa nella sua esperienza e nel suo lavoro.
Sopravvissuto all’attentato, Warhol abbandonò gli ambienti underground che avevano ispirato molta parte del suo lavoro fino ad allora e divenne l’artista di riferimento di un’elite internazionale, che spesso ritrasse quasi ossessivamente nei portfolio delle sue serigrafie. Questa tematica figurativa, che fa del ritratto una sorta di moderna icona, aveva avuto le sue prime e già popolari affermazioni con i ritratti di Marilyn Monroe, successivi al suo suicidio il 4 agosto 1962 e di Jaqueline Kennedy (1965), realizzati anch’essi dopo l’attentato in cui rimase ucciso il marito nel 1963. La relativa popolarità che assunsero i ritratti fin dal loro esordio nella poetica di Warhol, che aveva di norma evitato la figura umana tra le tematiche in precedenza affrontate, fu acquisita anche per la immediata riconoscibilità del soggetto raffigurato, essendone perfettamente conosciute le fattezze dalle masse di quanti leggono i rotocalchi, vanno al cinema, guardano la televisione. Anche i soggetti inanimati presenti nella sua opera, d’altra parte, erano immediatamente riconoscibili perché riproducevano sulla carta o sulla tela quello che la gente poteva quotidianamente vedere nelle scansie dei supermercati (si pensi alle Brillo box, contenitori di pagliette insaponate Brillo, o ai barattoli della Campbell’s).
Negli anni successivi al tentato omicidio di cui fu vittima del 1968, quelli del suo trabocchevole successo tanto critico quanto commerciale, Warhol fece di se stesso il proprio monumento, grazie a un’assidua presenza nei posti che contavano a Manhattan, ritratto spesso a fianco delle personalità più iconiche della sua epoca, ad artisti come Salvator Dalì o Jean-Michel Basquiat, a poeti come Allen Ginsberg, a cantanti quali Liza Minelli, Bob Dylan, Mick Jagger, a scrittori come Truman Capote. Un’ampia selezione di immagini fotografiche, dovute in gran parte agli obiettivi di Christopher Makos e di Fred W. McDarrah affianca, nella mostra goriziana, le opere d’arte, le serigrafie, i disegni, le copertine dei 33 giri, le opere tridimensionali, i filmati, secondo un progetto documentario che completa – per quanto possibile – il ritratto dell’artista, inscindibile da quello dell’uomo.
Tra i meriti della mostra, quello di consentire al visitatore di accostarsi all’opera di Warhol potendosene fare un’idea complessiva che dall’elementare semplicità dei singoli elaborati proposti conduce alla complessità del disegno d’insieme, della rappresentazione globale, cioè, del suo Paese e del suo tempo, che è quello che anche a noi è dato di vivere.
olio su tela, 73 x 67 cm., 2023
UNGARETTI POETA E SOLDATO. IL CARSO E L’ANIMA DEL MONDO.
Ha anticipato ogni altra iniziativa tra quelle programmata per GO!2025 la doppia mostra, curata da Marco Gordin, che ha suddiviso tra Monfalcone e il Museo di Santa Chiara a Gorizia l’incarico di ricordare Giuseppe Ungaretti, impegnato come soldato semplice sul fronte dell’Isonzo nel primo conflitto mondiale. La mostra goriziana, è stata a sua volta anticipata da uno spettacolo che ha esordito al Teatro Verdi del capoluogo isontino la sera del 10 aprile 2024, rievocando quelle pagine di storia e di grande poesia.
Introdotta da un bel documentario sulle vicende della permanenza in grigioverde del poeta tra trincee e retrovie dell’Isontino, la mostra del Museo di Santa Chiara, intitolata “Ungaretti poeta e soldato. Il Carso e l’anima del mondo. Poesia pittura storia” visitabile dal 26 ottobre 2024 al prossimo 4 maggio, ha chiamato ad interpretare tale tema dodici autori contemporanei, Laura Barbarini, Graziella Da Gioz, Franco Dugo, Giovanni Frangi, Andrea Martinelli, Matteo Massagrande, Francesco Michielin, Cesare Mirabella, Alessandro Papetti, Franco Polizzi, Francesco Stefanini, Alessandro Verdi, a rappresentare varie zone d’Italia dalla Sicilia proprio al Friuli Venezia Giulia, con il goriziano Dugo.
Gli artisti hanno liberamente interpretato il tema proposto, mediante dipinti che di volta in volta si sono aperti sui paesaggi che hanno visto “lo strazio e il grande scempio che fece il Carso colorato in rosso”, oppure nella serenità del mare che pare una promessa di pace negli scorci nei quali s’indovina in lontananza, oltre a ritrarre, ovviamente, il grande poeta. In quasi tutte le immagini che lo ritraggono, Ungaretti compare com’era negli anni della più tarda maturità, non già in quelli nei quali prestò servizio sul fronte dell’Isonzo. Un dettaglio che rimanda però alla visita che compì a Gorizia nell’unica volta in cui è tornato sui luoghi del suo passato in divisa, nel maggio del 1966, pronunciando un breve discorso nel quale definì Gorizia non “liberata”, ma semplicemente “mutata”, il “Carso di terrore” e non già di gloria, una vittoria inesistente, in quanto «non esistono vittorie sulla terra se non per un’illusione sacrilega», e il nemico infine, che era da considerarsi fratello. Polverizzato, in quattro righe, il ciarpame retorico nazionalista, a vantaggio di una visione molto preveggente di questa occasione di un evento nazionale di cultura equamente condiviso tra Gorizia e Nova Gorica.
L’incertezza della libertà / Negotovost svobode
olio su tela, 92×63 cm., 2024
I LUOGHI DELL’INCERTEZZA E LE EMOZIONI DELLA LIBERTAA’
Una mostra collettiva presso la sala Mostre dell’Auditorium di via Roma a Gorizia ha radunato opere di trentanove artisti italiani e sloveni, in prevalenza goriziani, con le quali si è inteso rendere idealmente omaggio alla figura e al lavoro di Franco Basaglia, per iniziativa dell’amministrazione comunale in occasione di GO!2025 – Nova Gorica e Gorizia Capitale Europea della Cultura, con l’organizzazione dell’Associazione per le Arti Contemporanee Prologo. Aperta dal 1 febbraio allo scorso 2 marzo, l’esposizione, dal titolo “I luoghi dell’incertezza e le emozioni della libertà”è stata curata da Giancarlo Pauletto, coadiuvato da Franco Dugo, autore di una delle opere esposte.
Gli autori coinvolti nell’iniziativa sono stati Sergio Altieri, Massimiliano Busan, Roberto Cantarutti, Stefano Comelli, Luciano De Gironcoli, Alfred De Locatelli, Armando Depetris, Mario Di Iorio, Nico Di Stasio, Ignazio Doliach, Franco Dugo, Michele Fenzl Menardi, Paolo Figar, Maurizio Gerini, Laura Grusovin, Francesco Imbimbo, Giacinto Iussa, Silvia Klainscek, Damjan Komel, Andrej Kosič, Stelio Kovic, Anja Kranjc, Roberto Kusterle, Alessandra Lazzaris, Marina Legovini, Cesare Mochiutti, Claudio Mrakic, Dilka Nassyrova, Stefano Ornella, Giovanni Pacor, Aleksander Peca, Maria Grazia Persolja, Jasmina Rojc, Ignazio Romeo, Alessio Russo, Nika Šimac, Angelo Simonetti, Franco Spanò, Giorgio Valvassori.
Gorizia è il luogo che doverosamente rende omaggio a Basaglia perché è qui che la sua direzione dell’Ospedale Psichiatrico ha posto le basi per la spinta riformatrice che avrebbe portato – dopo la prosecuzione triestina dell’esperienza germinata nel manicomio di via Vittorio Veneto, casualmente sul confine con l’allora Jugoslavia – a quella riforma che dall’Italia si sarebbe poi estesa al resto del mondo, ponendo fine a una storia millenaria di negazione dei più elementari diritti di quanti sono stati vittime, oltre che della sofferenza psichica, di quell’ulteriore soma di intollerabili vessazioni originate dalle coercizioni e dai limiti imposti dalla consolida prassi manicomiale.
Risulta in pratica impossibile rappresentare collettivamente col segno, con la modellazione e col colore da un lato la realtà storica di eventi così dolorosamente gravanti nella memoria della società, come pure la festosa riappropriazione dei reclusi di una libertà insperata e tuttavia sopravvenuta grazie alla volontà e alle lotte di uno psichiatra anomalo e di quanti lo seguirono nella sua visionaria utopia che ha saputo alla fine tradursi in realtà. Una ragione di più, questa impossibilità, per essere grati al lavoro di questi trentanove artisti che, dalle due parti del confine che fino a ieri li separava, hanno dato prova di una consapevolezza del valore sociale e di testimonianza del loro lavoro che riceve, da iniziative come questa di cui parliamo, un inespresso ma sentito riconoscimento di un loro ruolo non secondario nella società che li circonda.
