Un’atra visione del film di Anderson

| |
Leonardo Di Capio

di Pietro Visintin

 

«The revolution will be not televised» recita il brano di Gil Scott-Heron del 1971, che accompagna l’ultimo monumentale film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra.

La storia inizia con l’assalto dei French 75 (gruppo armato di estrema sinistra, anticolonialista, anticapitalista e ricercato dall’esercito americano) a un centro di detenzione di migranti. Poi colpiscono le banche, le catene di elettrodotti e intere città restano senza luce. Dopo il tradimento della leader Perfidia, che intanto con Pat ha avuto una figlia, il gruppo viene decimato dalla polizia americana. Dopo 16 anni, Pat deve ritrovare sua figlia Charlene, a sua volta ricercata dal colonnello fascista Lockjaw che crede di esserne il padre. La lunga durata del film, due ore e mezza, non deve intimorire: la storia ha un ottimo ritmo grazie all’applicazione delle regole della narratologia. Avendo sceneggiato tutte le sue pellicole, Anderson sa come non annoiare il pubblico e lo stimola con sequenze pregne di regia autoriale; ad esempio, nel climax usa dei teleobiettivi che regalano l’imponenza degli estremi paesaggi americani, fatti di montagne e di distese infinite per il minuscolo essere umano.

La grandiosità del cast, dato il budget di 130 milioni di dollari, di Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Teyana Taylor e Benicio del Toro fanno sottovalutare la capacità di Anderson di dirigerli. La prova è La Trama Fenicia, film di Wes Anderson del 2025. In questo fastidioso e inutilmente virtuoso lungometraggio (come tutti gli ultimi lavori di Wes Anderson), del Toro è un protagonista al limite del sopportabile: un imprenditore stereotipo di se stesso. Invece in Una battaglia dopo l’altra, anche avendo un personaggio secondario, tutto si ribalta. Nei panni di un sensei, che aiuta clandestinamente gli immigrati, la credibilità e l’iconicità dell’interpretazione lo rendono uno dei personaggi più memorabili.

Tuttavia questo non è il film più riuscito di Anderson; la macchina da presa è troppo subordinata alla storia, e troppo poco al racconto (se non per alcuni lodevoli dettagli). Carrellate perfette e camere car fanno parte di una strategia autoriale precisa: la spettacolarizzazione dei mezzi opprimenti della polizia. L’ostentazione palesa quella che sociologicamente Pareto ha definito la «persistenza degli aggregati delle élite».

Le citazioni ad altre opere sono svariate: l’inquadratura iconica di Perfidia, con il pancione per la gravidanza che si allena a sparare, è un tributo a Gomorra (Garrone, 2008). Oppure le prese per il culo ad altre star di Hollywood, come “Jump like Tom fucking Cruise!” rivolto a Pat (DiCaprio); sempre DiCaprio, che indossa una vestaglia che ricorda il Drugo de Il grande Lebowski (fratelli Coen, 1998), si dichiara alla polizia come Peter Parker o Batman, per colpa o merito dei troppi tiri d’erba da un bong. Nelle musiche jazz di Jonny Greenwood c’è l’inclusione di suoni diegetici, come aveva già fatto Ennio Morricone.

Una battaglia dopo l’altra si aggiunge alla corrente attuale dei grandi autori americani: un cinema apertamente politico. C’è un risveglio collettivo, dati i tempi di polarizzazione estrema e il rischio di un tramonto democratico, dei principali autori statunitensi: Honey Don’t di Ethan Coen, Eddington di Ari Aster e Bugonia di Lanthimos. La spinta politica e il richiamo all’azione pacifica che il film invita a praticare è più che lodevole, in un momento in cui la radicalizzazione e il massimalismo sono imperanti. Questo sarà il film (con Eddington) che meglio descriverà per le future generazioni il clima teso e rischioso degli anni americani nella seconda era Trump.