VERSO QUALE DEMOCRAZIA CI DIRIGIAMO?

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VERSO QUALE DEMOCRAZIA?

Dal momento che, a quanto pare, programmi e promesse sbandierate in campagna elettorale, evaporano rapidamente all’indomani di una vittoria conseguita grazie a una legge elettorale perlomeno discutibile, dobbiamo affidarci a quanto nel dibattito politico, o meglio nelle dichiarazioni del Governo, consente di azzardare una valutazione circa quelli che sono i progetti che potrebbero far luce sulle intenzioni di modificare le architetture istituzionali dettati dalla Carta uscita dalla Costituente ed entrata in vigore dal 1 gennaio 1948. Osservando – magari a margine – che nessuno dei partiti dell’attuale maggioranza di destra può vantare un’ascendenza ideale e politica che lo renda partecipe dei lavori e dell’elaborazione che diede vita alla Costituzione della Repubblica italiana.

Ora da questa maggioranza viene proposta “la madre di tutte le riforme” (copyright Meloni), che in buona sostanza prevede il cosiddetto “premierato”, ossia l’elezione diretta, da parte del corpo elettorale del Presidente del Consiglio. Sarebbe una soluzione esclusivamente italiana, dal momento che nessuna democrazia dell’Occidente prevede un assetto costituzionale del genere, tanto negli Stati retti da un regime parlamentare quanto in quelli che si affidano invece a regimi presidenziali.

L’attuale proposta di modifica della seconda parte della Costituzione è radicalmente diversa da quella presentata l’11 giugno del 2018, primo firmatario l’attuale Presidente del Consiglio, che interveniva soltanto sulle prerogative del Presidente della Repubblica, che in quel disegno di riforma costituzionale avrebbe dovuto essere eletto a suffragio universale dai cittadini, rendendolo nella sostanza simile a quello attualmente vigente in Francia.

Assai più originale la proposta di questa ventilata “madre di tutte le riforme”, in cui si vorrebbe affermare che rimane inalterato il ruolo del Capo dello Stato, che in effetti verrebbe invece mutilato di alcune prerogative essenziali, prima tra tutte l’indicazione del Presidente del Consiglio che, eletto dal voto popolare, dovrebbe ovviamente risultare automaticamente determinato da tale elezione, e potrebbe essere sostituito in caso di sfiducia o di impedimento soltanto per una sola volta e soltanto da un parlamentare eletto in seno al partito o alla coalizione del predecessore, e comunque impegnato ad agire in continuità con il programma del governo che lo avrebbe preceduto. Ci si troverebbe in questo caso con un Presidente del Consiglio non indicato direttamente dagli elettori, proprio come anche attualmente avviene, ma facciamo finta di niente; fosse stato così, ci saremmo evitati negli ultimi anni governi guidati, per esempio, da Ciampi, Dini, Monti, Draghi, Conte, pagando probabilmente questo dubbio vantaggio con il ricorso a reiterati scioglimenti delle Camere, alla faccia di una pretesa maggiore governabilità.

Circa l’altra pretesa, quella di indicare la soluzione proposta come maggiormente rispettosa della volontà popolare, va rilevato che la maggioranza relativa del partito o della coalizione vincente anche soltanto per un voto in più, poniamo di un 22% degli elettori, darebbe luogo a una maggioranza parlamentare pari al 55% dei seggi, tale di assicurare un potere pressoché assoluto al Presidente del Consiglio e in grado, tra l’altro, di eleggere autonomamente il Capo dello Stato, che perderebbe automaticamente il suo ruolo super partes. Oltretutto – in conseguenza di tale modalità di elezione assicurata a priori alla maggioranza parlamentare – verrebbe assicurato alla parte politica che esprime il Presidente del Consiglio il controllo su fondamentali organi costituzionali quali la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura.

Tutto ciò condurrebbe a una netta e incontrollabile supremazia del potere esecutivo tanto su quello giudiziario che su quello legislativo (cosa che in parte già sta avvenendo con il dilatato ricorso alla decretazione d’urgenza e con la presidenza dei due rami del Parlamento affidata a personalità entrambe espresse dalla maggioranza, a differenza di quanto avveniva in passato).

è questa dunque la democrazia alla quale vogliamo pervenire?