1954, IL SORRISO E IL PIANTO
Il Ponte rosso n. 109 - novembre 2024 | mostre in regione | Roberto Curci
1954, il sorriso e il pianto
Settant’anni fa, due sentimenti: la felicità di una Trieste oggi ormai incomprensibile e l’amarezza per la rinuncia alla Zona B che fu all’origine dell’esodo di massa
«Arriva la Madre, ma i Figli partono»: così si disse a proposito dell’emigrazione verso l’Australia
di Roberto Curci
Agosto 1954, Foto Lino, Trieste, Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte
“Vola colomba. Lunario triestino 1953-1954”
Settant’anni. Sono tanti? Sono pochi? Domande insensate. Di sicuro i settanta trascorsi da quel 1954 che segnò il “ritorno di Trieste all’Italia”, come da rituale definizione, sembrano tanti e pochi, allo stesso tempo. Un battito di ciglia se si ragiona in termini di secoli e millenni, un’enormità se si paragona la Trieste di allora e quella di oggi, confronto ora visivamente consentito da alcune mostre allestite nella circostanza dell’anniversario tondo e capaci di far riflettere sull’impressionante mutazione umana, sociale, antropologica intervenuta dal ’54 a oggi, al netto del complesso e contraddittorio significato politico-ideologico (altamente umano e sociale anch’esso) assunto da quella tormentata, tombale definizione dei confini.
A far riflettere, delineando il volto della Trieste di allora, è in primis la mostra “Vola colomba. Lunario triestino 1953-1954”, aperta ancora per poco (purtroppo), fino all’8 dicembre, nella Sala Selva di Palazzo Gopcevich, egregiamente curata da Claudia Colecchia e dal suo staff con materiali tratti dalla Fototeca dei Civici Musei da lei diretta, e dunque con le immagini scattate all’epoca da eccellenti fotografi-cronisti quali Ugo Borsatti, Adriano De Rota e l’équipe di Giornalfoto, assieme a materiali firmati da Livio Amstici e Gianni Anzalone.
S’intende: molte delle foto esposte, ma raramente così ben impaginate, sia in mostra sia nell’elegante catalogo, sono ben note ai più, facendo parte integrante dell’inquietante patrimonio visivo collegato ai fatti del 5-6 novembre ‘53. Foto storiche, si può ben dire, del resto rilanciate da quotidiani e settimanali in tutta Italia a ridosso di quelle sanguinose giornate, con la toccante immagine-simbolo del ragazzo Addobbati colpito a morte e trasportato a braccia verso un’inutile ambulanza.
Trieste, Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte
Ma è nell’immersione profonda nella realtà quotidiana e minuta di quella città, oggi nota soltanto a pochi superstiti e – supponiamo – quasi incomprensibile per le successive generazioni, men che meno per i giovanissimi d’oggi, che sta il fascino straniante di una simile rassegna. Qui davvero si misura quanto i settant’anni trascorsi possano essere stati tanti e pochi, ad un tempo.
è davvero un’altra Trieste quella qui ritratta, e – sorprendentemente – in anni ancora bui, seguiti a una brutta guerra, a un travagliato dopoguerra, a tre diversamente cruente occupazioni militari, una Trieste che vive una sua realtà parallela, civile e perfino mondana: una Trieste che lascia spazio alle feste dell’élite, ma che rimane sostanzialmente povera e bella, umile e operosa, socievole e perfino allegra.
Quanti sorrisi, che davvero non paiono sollecitati dal fotografo di turno (“cheese!”). In quel ’54 sorridono i giovani, certo, e ne hanno ben donde: le matricole universitarie o i panettieri dei corsi Enalc; ma anche l’impiegata dell’Utat, le telefoniste della Fiera campionaria, gli spazzacamini della loro cooperativa, i venditori ambulanti, caldarrostai, fiorai, bancarellari di “mussoli”, perfino venditori di vasi da notte.
Trieste, 8 novembre 1953, Trieste, Archivio IRCI
Gente che lavora e che, si direbbe, lavora con onestà e piacere. Gente che dà il senso di una collettività attiva e capace di piccole gioie, di piccole soddisfazioni. Gente – vien da pensare – sostanzialmente lieta (“noi lasciavamo il cantiere / lieti del nostro lavoro”) o almeno positivamente filosofa, di sicuro ottimista nonostante l’esistenza risicata e le sberle subite dalla Storia.
Tanto più che ci saranno di continuo occasioni di compagnità e quindi di amicizia o almeno di conoscenza: non tanto le Cavalchine della Croce Rossa, le sfilate di moda all’Hotel Jolly o i balli al Piccolo Mondo, roba de “siori”, quanto i Natali e i relativi pranzi offerti da varie ditte o istituzioni, le Befane portatrici di doni (magari solo dolciumi o macchinine di latta per i più piccini), Befane di circoli e di aziende, Befane dei motoscooteristi, Befane dei vigili urbani, con i panettoni donati dai cittadini che si ammucchiano attorno alle piattaforme tonde da cui i “tubi” dirigono il traffico non semaforizzato. Occasioni di socialità, ma anche di genuina riconoscenza, dunque di un forte legame solidale tra fasce diverse di cittadini.
Sorridono tutti senza mettersi in posa; oggi – se riuniti per amore o per forza – si guarderebbero in cagnesco o litigherebbero. Ma allora sorridevano i dipendenti della Veneziani, in una maxi-posa, riuniti per il giubileo del colorificio, sorridevano gli esuli del Silos cui veniva finalmente consegnata una casa, sorrideva una bella coppia di giovani istriani: felici, in motoretta.
Sorrideva alla grande perfino la famigliola che nel ’54 si stava imbarcando sulla “Castelverde”, meta (ovviamente) l’Australia. Un esodo nell’esodo. Ma su questo c’è a Trieste un’altra mostra che soccorre, integra e chiarisce.
Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte
“Trieste è italiana, la Zona B è perduta”
Non sorride affatto, ma si asciuga gli occhi l’anziana contadina che, nell’ottobre del ’54, scopre che la sua casa, come l’intero suo paese (Crevatini) e altri vicini, arrampicati sui colli muggesani, diverranno parte integrante e non più provvisoria della Repubblica federativa di Jugoslavia. Il Memorandum d’intesa, faticosamente raggiunto, produce i suoi effetti, condensati in una frase: 1954. Trieste è italiana, la Zona B è perduta. S’intitolano così mostra e catalogo dedicati dall’Istituto regionale per la cultura istriana, fiumana e dalmata ai settant’anni trascorsi da quegli avvenimenti, di rado tanto smaccatamente bifronti: di qua lacrime di gioia, di là lacrime di disperazione e l’avvio di quell’esodo che, secondo statistiche aggiornate al febbraio 1955, avrà già portato, a quella data, poco meno di 60 mila persone a risultare “profughi presenti nel territorio di Trieste”. Con tutto ciò che comporta e comporterà.
Ricca com’è di documentazione storica spesso sorprendente, includente foto, giornali, manifesti e le molte copertine dedicate tra ’53 e ’54 alle vicende triestine e istriane da Walter Molino sulla Domenica del Corriere, la mostra si lascia vedere con sentimenti intricati, nei quali prevale l’amarezza per eventi che giunsero a calpestare quel “diritto di autodecisione e libertà” invocato dal sociologo Carlo Tullio Altan in un appello risalente addirittura al maggio 1945.
Il testo è riportato nel denso catalogo voluto dall’Irci (Edizioni Mosetti): più che un catalogo, un collage di documentatissimi saggi firmati dapprima da Piero Delbello e poi, in abbondanza, da Roberto Spazzali; un collage che ripercorre passo passo le vicende accadute tra 1952 e 1954, comprese le manifestazioni pro-Italia soffocate dagli alleati, ma si sofferma con dovizia di argomenti e di angolature – ed è questo l’obiettivo principale dell’iniziativa espositiva/editoriale – sulla tragedia dell’esodo e sulle sue conseguenze.
Alla mezza dozzina di saggi firmati da Spazzali, con ricchezza di dettagli crudi e crudeli nell’inoppugnabile realtà delle cifre, segue il ripescaggio di un testo scritto per il settimanale Oggi da Pier Antonio Quarantotti Gambini: Il cuore di Trieste, una riflessione a caldo sulla giornata del 26 ottobre ’54. Che però conclude con il ricordo di certi volantini distribuiti già nel 1946 e recanti la scritta: “Triestini! Ricordate i vostri quaranta giorni? Noi li stiamo vivendo da un anno. Aiutateci!”.
«Da allora – ammette lo scrittore – sono trascorsi più di otto anni. Che cosa si è fatto in questo tempo per l’Istria, e che cosa si è fatto per essa in questi ultimi mesi? Nulla. Trieste non ha saputo aiutare l’Istria, e Roma nemmeno». E così fu.
«Arriva la Madre, ma i i Figli partono»: fu l’amaro commento di quanti infine vollero o dovettero scegliere l’emigrazione verso l’Australia. E che, dunque, non riuscirono neppure a vedere da vicino la Madre tanto attesa e desiderata.
Trieste, 26 ottobre 1954
Trieste, Archivio IRCI
