65 ANNI DI GRAFICAD’ARTE
Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025 | mostre in regione | Walter Chieeghin
Con una collettiva la “Scuola Libera dell’Acquaforte Carlo e Mirella Sbisà” ricorda la sua storia e rinnova il colloquio mai interrotto col suo pubblico
di Walter Chiereghin
La “Scuola Libera dell’Acquaforte Carlo e Mirella Sbisà” è un’istituzione culturale di formazione artistica incardinata fin dalle sue origini, nel 1960, in un’altra prestigiosa istituzione triestina, l’Università Popolare, a sua volta attiva fin dal 1899. A quest’ultima s’era rivolto il pittore Carlo Sbisà per proporre l’idea di una scuola di tecniche calcografiche che difatti fu attivata, sotto la sua guida, con l’intento di diffondere, soprattutto fra i giovani aspiranti artisti, ma anche tra artisti già affermati, le tecniche dell’incisione. Dopo la scomparsa del fondatore, nel dicembre 1964, la Scuola fu retta per molti anni dalla vedova, Mirella Schott Sbisà, sostituita da un altro maestro, Fulvio de Denaro, (Trieste, 1956-2012) che le succedette alla direzione dal 2003 al 2008, anno in cui gli subentrò l’attuale direttore, Franc Vecchiet, portatore di un’esperienza artistica iniziata sotto il segno di collaborazioni con August Cernigoj e Lojze Spacal e un’esperienza di didatta maturata presso l’Indiana University di Bloomington, l’Accademia di Belle Arti di Parigi e la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia.

(Prima di copertina)
Spetta dunque a Vecchiet condurre la comunità che si raduna attorno a lui a presentarsi in una collettiva che quest’anno, oltre al lavoro svolto tra le attrezzature della sede di Via di Torre Bianca, celebra anche il sessantacinquesimo anniversario della Scuola voluta ed avviata da Carlo Sbisà, trovando per l’occasione – grazie alla disponibilità del Comune di Trieste – una sede espositiva individuata nella Sala “Leonor Fini” del Magazzino 26 nel Porto Vecchio di Trieste, ambientazione adeguata a contenere un’ottantina di opere su carta, gli elaborati di quarantadue espositori, tra neofiti alle prime armi e artisti più sperimentati che continuano a fare della Scuola un luogo di incontro e di confronto con il lavoro e le idee dei colleghi e, naturalmente, del comune maestro. L’esposizione, non per caso intitolata “Il segno nel tempo”, è stata inaugurata il 2 agosto ed è stata visitabile fino al 24 dello stesso mese.
L’occasione di questo importante anniversario ha posto l’accento sulla continuità didattica e creativa della Scuola, che si qualifica come una comunità, in grado di esibire i propri elaborati come fossero prodotti da un soggetto unitario, pur nella pluralità di accenti e ispirazioni, sottraendo alla identificazione dell’esposizione come “saggio scolastico di fine anno”, per farle assumere invece il ruolo di un’importante occasione antologica, che dà ragione dell’evoluzione storica della quale la mostra del Magazzino 26 intende rendere testimonianza. Sono difatti presenti nella Sala “Leonor Fini” opere per così dire ancora fresche di stampa accanto a grafiche prodotte in anni e, in qualche caso, addirittura in decenni precedenti, a testimoniare di una continuità di indirizzo, di soggetti e di una volontà di agire per approfondimento e non già per stanche riproposizioni di modalità esecutive e di stilemi acquisiti una volta per tutte.

Un’altra connotazione che viene posta in evidenza dalla mostra è la libertà di espressione assicurata agli allievi e non solamente conclamata nell’intestazione della “Scuola Libera dell’Acquaforte”: ciascun artista apporta al lavoro una sua ben identificabile ispirazione che viene tradotta in una visione – che può essere declinata secondo modalità rigorosamente figurative o assolutamente astratte o ancora in infinite gamme intermedie tra tali due polarità – visione che viene trasferita sulla carta rilevando, in continuità con i compagni di scuola, soltanto un assoluto rispetto per l’accuratezza esecutiva che appare come unico vincolo dettato dall’istituzione che limita a questo la sua connotazione scolastica.
La gestione di Vecchiet ha particolarmente curato, per mezzo delle attività espositive, il raccordo della sua Scuola con la città che la ospita e, anche oltre ad essa, con un più esteso territorio, allestendo mostre anche fuori dall’area provinciale (Staranzano, Verona, varie località in provincia di Treviso, Milano) e oltre i confini nazionali (Isola d’Istria). Per dare un’idea della continuità di tale impegno, basti pensare che la mostra presentata quest’estate è stata preceduta da altre venticinque esposizioni dal 2008 al 2025, quando invece, nei 48 anni che hanno preceduto l’incarico affidato all’attuale direttore, le occasioni di incontro tra il pubblico e gli allievi della Scuola sono state in tutto venti. Per di più, le esposizioni hanno avuto, a partire dal 2011, una cadenza perlomeno annuale, con l’unica eccezione del 2020, dovuta alle restrizioni di mobilità e incontro tra le persone determinate dalla pandemia. Con la mostra presso il Mercato coperto dell’anno successivo, tuttavia, la Scuola ha tenuto fede alle sue caratteristiche di impegno creativo e di capacità di conservare lo spirito di comunità che la anima, anche in circostanze così proibitive come quelle derivanti dalla segregazione imposta a ciascuno per limitare il contagio. Si realizzò comunque una rassegna di 399 opere di piccolo formato prodotte da una trentina di artisti che le realizzarono con i mezzi di fortuna che si potevano utilizzare in casa a causa del confinamento. (si veda recensione della mostra su Il Ponte rosso n. 70, del giugno 2021). Un’autentica dimostrazione di resilienza, ma anche la tenace volontà di mantenere un dialogo tra la comunità della scuola e la società che le sta attorno.
Come spesso avviene nel recensire una mostra collettiva basata sui lavori di un’affollata pluralità di espositori, il cronista dell’evento non può soffermarsi ad esplicitare considerazioni su alcune opere, se non tacendo di troppe altre, il che nel caso presente si tradurrebbe in un articolo di cattivo gusto che oltretutto non darebbe conto di meriti della piccola ma determinata comunità che si è presentata una volta di più al suo pubblico, sfidando anche le giornate torride di questo agosto.
Allora mi sia consentito almeno di citare gli artefici che hanno dato vita a questa felice operazione espositiva, che sono: Livia Alfiero, Roberto Battaglia, Patrizia Bigarella, Elio Gilberto Bettinelli, Patrizia Bigarella, Gaby Bon, Tommaso Bonavigo, Vera Bressan, Enrico Cescon, Armando Chelucci, Odilia Egle Ciacchi, Lucia Crismani, Anna Maria Delbello, Davorin Devetak, Fabio Dotta, Emiliano Edera, Paola Estori, Federica Finotto, Paolo Fratnik, Daniela Frausin, Alfredo Furlani, Fabio Girolomini, Fulvio Grbac, Ottavio Gruber, Enzo Lebani, Elena Liggieri, Elen Lupinc, Mario Manfroni, Loredana Manzato, Manuela Marussi, Roberto Mercanti, Daniela Mezzetti, Roberto Micol, Maria Pia Mucci, Anna Negrelli, Franca Ramovecchi, Rossana Ravalico, Paola Sbisà, Sara Rossi, Magda Starec, Rossella Titz, Marina Urti, Elisa Vecchione – Mosca, Laura Zuliani.

