PROTEO HIRST NELLA SUA MUGGIA
Il Ponte rosso n. 114 - aprile 2025 | mostre in regione | Walter Chiereghin
Da qualche anno almeno il Museo d’Arte Moderna Ugo Carà persegue con successo una sua linea di programmazione delle proposte espositive indirizzate a valorizzare personalità e momenti del
territorio, offrendo quindi i propri spazi ad autori prevalentemente muggesani o triestini organizzando mostre monografiche o a volte antologiche – qual è stata tra le più recenti “Trieste e una donna”, curata da Alessandro Del Puppo, che approfondiscono ogni volta, attraverso il lavoro creativo degli artisti, aspetti intimamente collegati alla specifica realtà del territorio nel suo sviluppo storico. Cosa che non avviene se non occasionalmente, in realtà museali ben più rilevanti per storia e dimensioni, che hanno tuttavia abdicato da tempo a svolgere il proprio ruolo istituzionale di promozione culturale, inseguendo le farfalle di mostre svolazzanti per l’Italia o per l’Europa, scelte sul catalogo delle disponibilità di ditte specializzate (ogni riferimento al Museo Revoltella non è affatto casuale).
Così viene presentata a Muggia una mostra sul lavoro – essenzialmente plastico – di Proteo Hirst (Muggia 1930-Trieste 1985), curata da Massimo Premuda e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Muggia, in occasione dei quarant’anni dalla morte dell’autore.
L’esposizione, visitabile dal 4 aprile all’11 maggio, una cinquantina di opere realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, partendo da tre rari dipinti ad olio degli esordi, si passa a una ventina di schizzi e studi di nudi femminili su carta a grafite e a carboncino e a una trentina di affascinanti sculture di piccole e medie dimensioni, bronzetti e gessi dipinti che abbracciano tutta la sua produzione, dalle nuotatrici ai lavoratori, dalle acrobate alle coppie di amanti fino ad opere informali.
Provenienti dall’ambito cronologico compreso tra gli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta, gli anni dunque della completa maturità dell’artista, le opere – soprattutto nella tridimensionalità dei bronzi e dei gessi – narrano di una poetica che si concentra attorno al corpo umano, in larga prevalenza femminile, che catalizza la poetica di Hirst incentrata sulla meraviglia di una continua riscoperta di forme alettanti e fortemente evocative, che nei gruppi attingono a un’esplicita e trasognata contemplazione di momenti di non celato erotismo. Un’opera, come annotò Giulio Montenero, che «ha del classico (per la fedeltà al reale) e dell’eroico (per l’intenzione epica e spesso tragica di questi volti e di queste figure, in posizioni quasi acrobatiche, in tensioni spasmodiche) anche e soprattutto nella finalità di sublimazione degli istinti alla quale la scultura viene chiamata».
Autodidatta, formatosi in parte presso la (da anni sepolta) Scuola Libera di Figura del Museo Revoltella, all’epoca gestita da Nino Perizi, seppe trarne da quell’insegnamento un disegno – soprattutto di nudo – energico che poi lo indirizzo verso una passione per la modellazione di forme delle quali la mostra del Carà propone un campionario se non esaustivo certo rappresentativo di un’azione creatrice cui Proteo Hirst (Teo per gli amici) dedicò con assiduità, intelligenza e vigore, fino alla fine dei suoi giorni.
