DISUGUAGLIANZE: DI MALE IN PEGGIO

| |

di Fulvio Senardi

 

Dunque i giornali, per una volta concordi, danno la notizia di un fenomeno di cui, lavoratori dipendenti o pensionati, ci eravamo accordi da tempo: L’Italia è il Paese del G20 (i Paesi più industrializzati, fra i quali Arabia Saudita, Argentina, India, Indonesia, Brasile, Messico, Turchia, ma esclusi i Paesi scandinavi e l’Est Europa, gruppo dunque alquanto eterogeneo) in cui i salari hanno subito, negli ultimi 15 anni, la maggior perdita in termini di potere d’acquisto.

Cambiando la prospettiva d’analisi, non cambia il risultato: secondo l’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nei trent’anni dal 1990 al 2020, l’Italia rappresenta un caso unico in Europa in cui i salari sono scesi, mentre salivano del 30% in Francia e Germania, i Paesi ai quali ci piace paragonarci. Nel contempo, come certifica l’Oxfam (Confederazione internazionale di organizzazioni non profit che studiano la povertà globale), in 14 anni è aumentata in Italia la ricchezza del 10% delle famiglie più ricche ed è diminuita quella del 50 % delle famiglie più povere. Nel 2018 la ricchezza dei 21 miliardari italiani è stata uguale alle risorse detenute dal 20% più povero della popolazione. In conclusione il sistema “Italia”, retribuzione, tassazione e Welfare è un meccanismo che alimenta, accentua e perpetua disuguaglianze. Con riflessi in ogni aspetto della vita nazionale: per es. l’arresto quasi totale dell’ascensore sociale, considerando i costi crescenti dell’istruzione e la scarsità di risorse delle famiglie, e la crisi della sanità, che vede ampi strati di popolazione esclusi dalle cure nel pubblico, sempre più scarsamente finanziato, e impossibilitati a ricorrere al privato per i suoi costi esorbitanti.

Se consideriamo i governi degli ultimi trent’anni in cui la sinistra (o sedicente tale) guidata da Prodi, D’Alema, Letta, Renzi e Gentiloni si è alternata con l’inaffondabile Berlusconi, più un breve interregno dell’outsider Conte e uno più lungo di governi tecnici, Ciampi, Dini, Monti, Draghi (tutti provenienti da posizioni apicali della Banca d’Italia e fortemente sostenuti da Presidenti di volta in volta in carica), possiamo concludere che nessuno ha avuto la capacità di valutare lucidamente il problema e di invertire la tendenza. Ancora nel 2023, quando il fenomeno era già drammatico ed evidente, un Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, metteva in guardia contro il rischio di un «pericoloso avvitamento tra prezzi e salari» ribadendo dunque quel mantra della “moderazione salariale” che ha determinato la congiuntura economica del Paese – con i risultati che vediamo – a partire dall’accordo del 1993 tra sindacati e Confindustria, benedetto da Ciampi.

Se la politica nulla fa per il benessere dei cittadini,  i cittadini se ne allontanano lasciando le urne sempre più vuote, presi nel circolo vizioso di un disinteresse che alimenta la ricostituzione del mai tramontato assetto castale del Paese e di una partecipazione costantemente tradita da Partiti che impongono i candidati e ribadiscono politiche di impronta neo-liberista. Per altro l’eden promesso dall’Unione Europea continua ad essere al di là dell’orizzonte temporale dei viventi – come la carota davanti al muso del somaro – per una logica intrinseca alla sua costituzione che nasce proclamando il primato del Libero Mercato. E se qualche Paese ci resta per strada – la Grecia dal 2009 – peggio per lui, che ha fatto male i conti. Nel prossimo futuro, non solo il Welfare che non c’è stato sarà sostituito, a quanto proclamano Commissione europea e Consiglio d’Europa, da un Warfare che continuerà a dragare risorse togliendole a sanità istruzione pensioni, ma potrebbe perfino realizzarsi l’assioma di Hegel, così caro a qualche opinionista dei nostri giornali infastidito dalla scarsa (ipotetica per ora) bellicosità degli italiani, ovvero che la Storia – in cui siamo rientrati nonostante le azzardate conclusioni di Francis Fukuyama, autore di La fine della Storia e l’ultimo uomo – assomiglia al banco del macellaio.