BARCOLA, IL MARE E L’ANIMA di Greta Candotto
Pubblicato in Archivio rivista Da admin Il Ottobre 8, 2025Barcola | Greta Candotto | Il Ponte rosso | n. 117 | settembre 2025
Impressioni di una giornata al mare
di Greta Candotto
La 6 cigola stanca all’altezza della stazione centrale; salirci, in questo caldo pomeriggio di fine maggio può assicurare soltanto esperienze veraci. L’aria è impaziente e l’interno del mezzo si trasforma in un piccolo ecosistema urbano: borsoni di tela stampati contro i finestrini, bottiglie d’acqua mezze vuote, infradito di gomma che slittano sul pavimento, sempre appiccicoso. Qualcuno si è dimenticato di mettere il deodorante, qualcun altro ha pensato bene di spruzzarsene troppo; il risultato è un bouquet di aromi che sa di un qualcosa di sintetico. L’autista guida con la rassegnazione di chi conosce ogni buca dell’asfalto e l’immancabile fiumana di persone, ad ogni fermata, che si spintonano vicendevolmente per aggiudicarsi una piccola porzione di autobus, il quale le condurrà – quasi – tutte alla destinazione triestina più gettonata durante la bella stagione: Barcola.
L’aria di mare si fa spazio, trascinando con sé l’odore del pino e quello inconfondibile della pelle cotta al sole. La gente scende dal bus come se fosse arrivata alla fine di un pellegrinaggio; forse per alcuni è un po’ come se lo fosse.
Barcola non grida, si svela. È un tratto di costa irregolare, una striscia d’asfalto che accompagna fedelmente il mare per un tratto di chilometri non indifferente. I generosi pini marittimi offrono una piacevole sosta ombreggiata. Le terrazze semicircolari – i celebri “topolini” – si affacciano sull’acqua come piccoli palchi da cui il pubblico osserva il teatro del quotidiano.
C’è chi legge, con la schiena appoggiata ad un tronco, le pagine increspate dal vento salato. Altri ascoltano musica tramite cuffie scaldate dal sole. Qualche coraggioso si lancia in discussioni filosofiche, affrontate in un miscuglio di lingue: un po’ di sloveno, un po’di triestino: inspiegabilmente ci si riesce sempre a capire in un secondo. Più in là, ragazzi scalzi giocano a pallavolo; urlano “presa!” con l’energia di chi non ha ancora capito quanto sia prezioso il tempo libero.
La multiculturalità non è una scenografia: è la sostanza stessa del luogo. Italiani, croati, serbi, sloveni, ebrei: tutti qui, raccolti davanti al mare, a lasciar correre il pensiero. Si condividono asciugamani, playlist e aneddoti.
Tra un tuffo e un sonnellino c’è sempre spazio per il chioschetto di legno – la gioventù locale lo conosce come “baracchino hippie” – situato poco dopo la fontana circolare. È un punto di riferimento: ci si arriva trascinandosi come naufraghi e si esce con una birra, pronta ad evaporare sotto al sole ed un toast unto tra le mani. Dentro: prosciutto e formaggio scadente, una necessaria e brevissima pausa dalla vita. Se si arriva per tempo al baracchino, si può ambire ad accaparrarsi una stuoia – formato due famiglie – da sistemare sui sanpietrini roventi o nella frescura.
Poi, tra la calma apparente del pomeriggio, basta alzare la testa e sbirciare aldilà della pineta: ecco, in tutta la sua inconfondibile maestosità, il “Formaggino”. Si tratta di una chiesa ironicamente derisa da generazioni di triestini, che la sponsorizzano come una forma di formaggio incartato, data l’assoluta somiglianza.
Quando il sole comincia a piegarsi verso il mare, l’orizzonte si spalanca su uno dei panorami più teatrali d’Italia: il Castello di Miramare. Sta lì, sospeso, come se si fosse dimenticato di essere un edificio e volesse illudere gli spettatori di avere la misteriosa capacità di galleggiare sull’acqua. Qualcuno si ferma a fotografarlo, altri lo ammirano in silenzio.
Barcola non è un luogo da cartolina: offre porfido ustionante, gradoni di cemento, ringhiere arrugginite; forse è proprio questo a renderla vera, preziosa, custode di storie passeggere ed anime eterne. Come la salsedine del mare, Barcola resta addosso.
