OSMIZA, PURGATORIO TRIESTINO di Giulia Scigliuzzo

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La frasca che fa da segnaletica agli incroci delle strade nella ripida scalata verso il Carso ne è indice: siamo finalmente fuori dalla città a cui, ormai troppo spesso, fanno da fondale le ingombranti navi da crociera e il loro invadente turismo di massa. A metà tra il mare e il cielo, sull’altipiano carsico, un equilibrio comico ma autentico regola i lievi suoni della natura e le risate di chi ha dimenticato – almeno per questa volta – l’orologio a casa. Una volta varcato, in punta di piedi, il cancello in ferro battuto, come se ci si stesse per introdurre senza invito a casa di un estraneo, li vediamo lì: i volti coloriti degli ospiti, seduti sotto il glicine che rinfresca le lunghe tavolate di legno dal primo sole primaverile. A fare da sottofondo al vociare dei commensali c’è quasi sempre qualcuno che alterna, con l’aiuto di una chitarra, i classici italiani alle canzoni popolari triestine. La lavagna nera all’entrata presenta la produzione annuale dell’osmiza, sia in sloveno che in italiano e ascoltando più attentamente chi ci sta intorno l’impressione pare proprio quella di aver scoperto una nuova lingua che inaspettatamente funziona alla perfezione. Allo stesso tavolo, infatti, chi parla in sloveno con il vicino si lascia andare agli intercalari tipici del dialetto, sotto lo sguardo confuso di qualche turista tedesco, già disorientato dall’enigmatica dicitura ovi duri (uova sode).

Non sono agriturismi, né ristoranti e nemmeno osterie. In osmiza il tempo non sembra scorrere allo stesso ritmo della città e anche il lessico si sa adattare. Se in città siamo clienti, qui ci sentiamo ospiti.

Il menu è stringato, essenziale e ci si serve in autonomia. D’altronde, l’eccessiva premura di camerieri tirati a lucido, sfreccianti tra i tavoli come palline in un flipper, non sarebbe che di impaccio alla solenne concentrazione richiesta dall’ennesima mano di briscola, rituale sacro, solitamente celebrato con fiorire di espressioni profane. Sono queste abitudini che riescono a garantire la qualità dell’offerta, facendo dell’osmiza un modello a cui non si è più abituati, lontano dalle dinamiche del commercio di massa.

Eppure, in alcuni casi la tentazione è troppa. Quando la logica del profitto rimpiazza cura e attenzione, ecco che le osmize diventano agriturismi in cui un semplice tagliere e un bicchiere di vino si travestono in intere experience enogastronomiche. Senza accorgersene, tra un calice e l’altro, sono bastate delle tovaglie di cotone a nascondere le grezze assi di legno dei tavoli e anche il menù si è notevolmente allungato. Simili realtà vengono replicate perfino nel centro cittadino in cui locali dai ritmi frenetici si lanciano affannosamente alla ricerca di una semplicità che risulta, però, posticcia. Tavolini e taglieri di legno, brocche di vetro per vino e acqua sono un biglietto da visita bugiardo, che non preannuncia né i nomi altisonanti delle bottiglie stappate, né i prezzi d’assalto a cui saremo sottoposti per poterle assaggiare.

C’è chi, per fortuna, resiste e non ci pensa nemmeno a prendere parte alla farsa cittadina che va in scena ogni giorno per compiacere i foresti. In alcune osmize le storie si riescono a intrecciare ancora. Si canta seguendo il ritmo di una chitarra qualunque e la principale preoccupazione non riguarda il cibo servito o la prestazione del servizio. Una tovaglia plastificata – non dissimile da quelle usate dai nonni nelle cene estive in giardino – fa da coperto insieme a cestini di pane, tovaglioli sfusi e niente più. Seduti al fianco di studenti e anziani, italiani e sloveni, radical chic e patochi (autoctoni) sembra che proprio tutti si siano presi una tregua. Almeno per qualche ora le distanze quotidiane si accorciano, i confini rimangono linee cartografiche e ci riscopriamo nuovamente uguali a condividere la stessa panca e un sentimento di riscatto che, fino a quel momento, non sapevamo di avere nello stomaco.