«MI SON CIAPÀ DEL CINE» di Pietro Visintin

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Intervista a Isidoro Brizzi, proiezionista

di Pietro Visintin

 

 

«Trieste è una città di cinefili», inizia a raccontarmi Isidoro Brizzi, ex esercente, attualmente proiezionista del cinema Nazionale di Trieste e grande appassionato di cinema. Per incontrarlo basta andare in Viale XX Settembre, dove c’è il cuore cinefilo della città: lungo i suoi 1300 metri quattro cinema, di cui due multisala, con proiezioni di ogni tipo, dal commerciale al cinema d’essai. Arrivo al Nazionale percorrendo il Viale, che è pedonale: l’ombra dei grandi platani e il venticello mi accompagnano e mi proteggono dal caldo soffocante sprigionato dall’asfalto. Subito fuori della sua isola, c’è l’assedio del rumore costante del traffico delle auto e dei motorini: ne è appena passato uno a cui il conducente deve aver modificato la marmitta per far sapere a tutti il suo ritardo mentale.

L’ingresso del cinema si nota subito: i poster ai lati e sulla porta d’entrata sembrano icone

contemporanee, che ancora oggi Berenice Abbott fotograferebbe; i manifesti dal lettering vintage comunicano il passare delle mode. La porta di ingresso del cinema è magica: sembra già di entrare nelle figure dei cartelloni; come se fossero finestre aperte su un mondo straordinario. In gran parte delle sale cinematografiche del Viale, continuano ad esserci schermi grandi: in due del Nazionale, in due del Giotto, all’Ambasciatori e nel discreto Fellini. Ma la conversione di tanti dei cinema sopravvissuti dalla sala grande al multisala, per risapute questioni economiche, ha portato anche al rimpicciolimento degli schermi. Tra un film e l’altro l’incontro con Isidoro per me è una consuetudine.

Isidoro parla velocissimo, mescolando il triestino e l’italiano. Già dai suoi vestiti comodi, e trasandati “al punto giusto”, s’intuisce il suo carattere pratico, di uno che va dritto al punto, senza distrarsi. Anche se certo non è un omicida scopofilo, Isidoro potrebbe essere il punto di incontro tra l’ossessionato di cinema Mark Lewis de L’occhio che uccide (Michael Powell, 1960) e la coppia di Alfredo e Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso (Giuseppe Tornatore, 1988).

All’inizio della sua storia, ci fu una folgorazione: la riedizione, nel 1972, di Via col vento (Victor Fleming), che Isidoro vide al cinema grazie allo zio proiezionista. Un anno dopo scoprì l’amore per il Super 8; tutto questo prima di aver compiuto dodici anni. Da allora, il cacofonico rumore del proiettore e la puzza acida delle pellicole sono diventati i leitmotiv delle sue giornate. Dal 2003 al 2013 è stato esercente del Cinema Ariston e, nei tre anni successivi, del Teatro dei Fabbri.

Gli chiedo com’era il panorama dei cinema a Trieste quando era ragazzo: davvero c’erano tante più sale? «Si! Trieste era la città con il più alto numero di sale rispetto agli abitanti. Un numero spropositato, e con sale anche molto belle: c’erano 35 schermi al chiuso, tantissime arene estive, e in più i locali dei preti. Negli anni ’60 avevamo parecchi locali per proiezioni di film con pellicole 70mm: c’era il Grattacielo, l’Eden, e il vecchio Nazionale… poi le seconde visioni come il Capitol, il Cristallo…».

Qual è il ruolo dell’esercente? «Curare la programmazione e l’uscita dei film. Una volta i film avevano delle uscite scandite nel tempo: prima nelle città capozona e poi pian piano nelle altre. Adesso non è più così: da parecchi anni, con l’avvento del digitale e delle multisale ci sono date fisse, per cui i film escono un dato giorno in tutta Italia».

 

Prima delle multisale, l’esercente poteva avere una linea editoriale ed artistica precisa?

«No, per esempio quando gestivo l’Ariston dovevo prendere quello che mi arrivava. Solo quando sono passato al Teatro dei Fabbri, essendo un piccolo locale indipendente, cercavo proprio io i film e cercavo di fare una programmazione ben curata. Questo con il digitale è più semplice, con la pellicola era più difficile».

Perché era più difficile?

«Era complicata tutta la gestione, perché non è che le case di distribuzione – che erano molto poche rispetto ad adesso – stampassero molte copie dei film perché le pellicole costavano molto. Adesso con il digitale è tutto più semplice. Sono nate tantissime compagnie indipendenti che prima non c’erano, ad esempio la Wanted Cinema o I Wonder, che sono cresciute e fanno un buon lavoro».

Quindi una volta vi arrivavano le pizze delle pellicole…

«Arrivavano le pellicole che potevano avere cinque, sei o sette rulli, a seconda della durata del film (un rullo corrisponde più o meno a 20 minuti). E il proiezionista preparava il programma e li montava. Nelle vecchie cabine c’era l’omino che faceva manualmente il cambio dei rulli tra primo e secondo tempo, mentre nei cinema più moderni come questo (il Nazionale) c’era già il proiettore automatico, anche se sempre con un operatore presente. Oggi è tutto cambiato perché il film è un file che arriva via satellite».

Nel tuo lavoro eri libero?

«Succedeva che per dei film importanti come le anteprime, per combattere la pirateria le case di distribuzione mandassero dei loro impiegati a controllare come il proiezionista preparava il film. Stavano lì per tutta la proiezione».

È cambiato negli anni il gusto del pubblico?

«Soprattutto tra voi giovani oggi viene preferito il film in lingua originale. Quanto al target dipende dai film: ci sono film per bambini, prodotti Marvel per tutti, e poi c’è il cinema d’essai, che interessa una fascia di pubblico colta e che comprende un po’tutte le età: dai ragazzi alle persone anziane. Sono film che, a Trieste. vedi soprattutto all’Ariston, al Giotto e al Fellini.»

Secondo te c’è un genere che piace particolarmente a Trieste?

«Trieste è una città molto cinefila, abbiamo un pubblico bellissimo per il cinema d’essai. Pensa che una volta andavano molto i film tratti dalle operette, perché Trieste è comunque una città con un passato mitteleuropeo, e a Trieste c’era l’unico festival dell’operetta in Italia. Poi ci sono stati dei casi eclatanti; per esempio, proprio l’attuale gestore del Nazionale, che quella volta aveva il Fellini, era uscito con La scarpetta e la rosa (Bryan Forbes, 1976); che era l’ennesima versione della storia di Cenerentola. Era un film con Richard Chamberlain, Gemma Craven, Edith Evans: una produzione inglese che era andata male in tutta Italia ma che a Trieste è stata in cartellone sei mesi: un successo strepitoso, col cinema sempre pieno! Era un film con attori importanti con alle spalle una buona produzione, eppure aveva riscosso successo solo a Trieste».

Secondo te perché?

«Perché era un’operetta in costume che trattava la fiaba di Cenerentola e i triestini erano molto affezionati a quel genere musicale. Trieste ancora adesso ama il musical, basta vedere quanta gente viene quando li facciamo qui al Nazionale, e anche al Rossetti lavorano tantissimo».

Cos’altro attira il pubblico ad andare in sala?

«Mah, non saprei dirti, dipende sempre dal film. Sarà banale, ma la sala funziona se il film va, perché se un film non interessa la gente non viene. E comunque vedere un film al cinema è tutta un’altra cosa, ma non solo per la proiezione e per gli effetti speciali, ma proprio per lo stare insieme. Perché il cinema è stare insieme, è commentare un film appena usciti dalla sala e poi parlarne. Quello è il cinema, non solo la proiezione in sé. A casa ti rincoglionisci e ti distrai con mille altre cose, mentre nella sala entri in un luogo condiviso e nel film ti immergi».

Come vedi tu il futuro della sala?

«Io credo che la sala, e lo dico da uno che ama il cinema, non morirà mai; nel senso che forse cambierà qualcosa ma il pubblico andrà sempre al cinema, perché vedere un film al cinema, come ti dicevo, è tutta un’altra esperienza. È un fatto di condivisione, perché anche quando tu vai in una sala per un film comico e vedi che tutti sorridono e tutti ridono, sei contagiato; lo stesso con un dramma… questo è il cinema. È proprio stare insieme. È un’esperienza unica».