UDINE-TRIESTE: DIARIO DI UNA PENDOLARE di Greta de Walderstein

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Due sedi universitarie, due mondi

di Greta de Walderstein

 

Ogni volta che scendo dal treno a Udine, mi trovo davanti a un bivio: scale a destra o scale a sinistra? Una scelta porta all’atrio della stazione, con il tabacchino, i distributori automatici e la biglietteria, l’altra mi conduce in un lungo corridoio inquietante che sbuca in viale Europa Unita, nel caos della stazione degli autobus interurbani e degli adolescenti convinti di essere i re del mondo.

Per raggiungere l’università decido di camminare venti-trenta minuti attraversando via Mercatovecchio, dove respiro un’aria borghese e vedo ometti in giacca e cravatta e donnine incantate dalle vetrine di boutique a me economicamente inaccessibili. La loggia, i palazzi e i portici sono immersi in una luce quasi cinematografica. Le persone “perbene” pedalano lentamente in sella a bici dai grandi cestelli, salutandosi tra loro con sorrisi gentili, mentre bambini felici scorrazzano tra i tavolini dei bar.

La sede in cui ho lezione non è l’edificio centrale con il bel giardino interno, ma uno poco più avanti chiamato Toppo Wassermann, che incute timore già dal nome. Varcando le porte a vetri automatiche, entro in un luogo deserto, freddo e grigio e mi assale la reminiscenza dell’ansia pre-esame, quando cercavo di calmarmi percorrendo il perimetro di questo atrio ospedaliero. Compaiono e scompaiono alcuni ragazzi e alcune ragazze in pantofole e mi ricordo di trovarmi nella tana degli eletti e dei timorati di Dio della Scuola Superiore.

Sono le 14:50, la lezione inizia alle 15. Entro in aula e la professoressa è già seduta, fierissima della sua puntualità svizzera. Dopo esattamente un’ora, trenta minuti e qualche commentino velenoso sulla nostra impreparazione, la lezione finisce e io mi precipito fuori correndo, pregando di non perdere il treno.

La stazione di Trieste è diversa: niente sottopassaggi, niente scelte esistenziali da fare sulla scalinata da prendere per raggiungere l’uscita. Inevitabilmente sono in piazza della Libertà e devo stare attenta a non prendere qualche spallata nella folla di pendolari, turisti, migranti e clochard.

Per orientarmi seguo l’odore di salsedine che proviene da destra. Passo davanti a “Mirella”, storico negozio di abbigliamento da cui si vedono uscire signore di mezza età dai dubbi gusti, cariche di buste di plastica bianche e da cui provengono urla in una combinazione bizzarra di sloveno e cinese. Poi, una distesa infinita di acqua blu, uno spettacolo a volte deturpato dalle sagome ingombranti delle navi da crociera, simbolo del marcio della società del nostro secolo.

Costeggio il mare e in venti-trenta minuti arrivo in un vicolo industriale costellato di capannoni, una scuola di karatè, un meccanico e una delle sedi del polo umanistico dell’università. Oltrepasso il cancello e subito un volto familiare mi viene incontro e mi saluta. Ci sediamo all’esterno, su uno dei tavoli di legno, e ci perdiamo a chiacchierare.

Sono le 15:10, la lezione doveva cominciare alle 15, ma il professore non si vede. Io e una mia compagna ne approfittiamo per prendere un caffè nella sala ristoro che come sempre pullula di vita: qualcuno gioca a carte, qualcun altro riposa con le cuffie alle orecchie. Trascorsa l’oretta e mezza di lezione, interrotta a metà dal professore che annuncia una pausa sigaretta, rigorosamente scroccata da uno dei suoi fedeli studenti dispensatori di tabacco, esco dall’aula e scorgo la coda di un cane scodinzolare e sbucare da uno degli uffici.

Io con i miei compagni di corso, emersi dal dedalo di porte antincendio rosse, scalini, rampe, corridoi e ascensori che caratterizzano la sede di Campo Marzio, incrociamo all’esterno un’altra professoressa che ci propone di andare tutti al pub a bere una birra.