UN PIRANDELLO PER TUTTE LE STAGIONI
Il Ponte rosso N.° 113 - marzo 2025 | teatro | Walter Chieeghin
Pensaci Giacomino al Teatro Bobbio e i Sei personaggi al Politeama Rossetti mettono in scena, con esiti diversi, due testi indimenticabili dell’autore siciliano
di Walter Chiereghin
Nel presentare alla Sala Bartoli del Rossetti regista ed attori di uno spettacolo di cui daremo conto di seguito, Paolo Quazzolo osservava che, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, la scadenza dei limiti temporali per la vigenza dei diritti d’autore non ha dato luogo a un deciso infoltimento nei cartelloni dei teatri di testi di Luigi Pirandello. Sarà senz’altro vero, ma, come spesso succede, Trieste pare sottrarsi a ogni più generale andazzo, e difatti nella presente stagione teatrale tra La Contrada Teatro Stabile di Trieste e il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia gli spettacoli basati su opere del grande autore siciliano sono stati almeno tre: Il fu Mattia Pascal del quale abbiamo detto nello scorso numero del Ponte rosso, e poi Pensaci, Giacomino! e Sei personaggi in cerca d’autore. Per quanto concerne gli ultimi due, rimediamo ora con questo articolo.
Foto Christian Photo
Pensaci, Giacomino! Al TEATRO BOBBIO
Pirandello scrisse in forma di novella, nel 1910 Pensaci, Giacomino!, storia alla quale diede poi struttura drammaturgica, dapprima in dialetto siciliano, quindi, finalmente, nel 1916, nella forma italiana con la quale generalmente viene rappresentata.
Protagonista è il professor Agostino Toti, settantenne insegnante di Scienze naturali che, in una sua sorda resistenza passiva contro lo Stato dal quale dipende, si risolve a sposare la giovane Lillina, figlia del bidello della scuola per assicurarle una vita dignitosa anche dopo che lui se ne sarà andato, grazie alla reversibilità della pensione. La giovane è incinta di Giacomino, che però è impossibilitato a sposarla in quanto privo di mezzi e di lavoro. Il matrimonio è assolutamente un pro forma, che consente al professore di beneficare i due giovani e il loro bambino, ignorando bellamente le dicerie ed il discredito sociale che con la scelta compiuta si è attirato addosso. L’imperturbabile serenità con la quale Agostino Toti reagisce alle mormorazioni si sfalda quando, in conseguenza delle manovre della sorella di Giacomino che briga, in combutta con un prete per far sposare il fratello con una sua amica, il rapporto tra i due giovani entra in crisi. Ma ancora una volta la mite determinazione del vecchio professore, mettendo Giacomino di fronte alle sue responsabilità, risolverà la situazione, assicurando il lieto fine.
La Contrada ha proposto la commedia, dal 27 febbraio al 2 marzo, affidandola alla compagnia guidata da Pippo Pattavina, che, con la regia diGuglielmo Ferro, ha dato luogo a una lettura dell’opera pirandelliano estremamente rispettosa del testo e rigorosa fino al punto di osservare scrupolosamente le indicazioni dell’autore persino nell’allestimento della scenografia, ideata da Salvo Manciagli, articolata nei tre ambienti in cui si svolge l’azione, in corrispondenza dei tre atti originalmente assegnati alla commedia.
Coadiuvato nella recitazione dagli altri interpreti, Raffaella Bella, Bianca Caliri, Diana D’Amico, Francesca Ferro, Giuseppe Parisi, Giampaolo Romania, Riccardo M. Tarci e Aldo Toscano, Pippo Pattavina è naturalmente il fulcro della rappresentazione, valendosi del carisma di un primattore di lungo corso assai apprezzato soprattutto in Sicilia. L’anziano attore ha saputo dar vita con vivacità, misura e sensibilità al personaggio di Agostino Toti, mettendone in rilievo tutte le caratteristiche di accogliente umanità, di ironia, di determinazione, di resilienza al conformismo e all’ipocrisia che gli avrebbe costruito attorno una gabbia di discredito e di ridicolo, cui il personaggio si sottrae con olimpica serenità. Non per caso la redazione della commedia segue di poco il saggio pirandelliano L’umorismo, pubblicato nel 1908, del quale Pensaci, Giancomino! pare, sotto alcuni aspetti, un’estensione drammaturgica.
© Virgina Mingolla
SEI PERSONAGGI DA (E NON DI) LUIGI PIRANDELLO
Sei personaggi in cerca d’autore, il dramma di Pirandello che ha esordito in una tumultuosa serata al Teatro Valle di Roma il 9 maggio 1921, viene di norma riproposto da oltre un secolo al pubblico di tutto il mondo nella versione del 1925, parzialmente rielaborata dall’autore. Un grande classico del Teatro contemporaneo, concettualmente parte di una trilogia che include anche i successivi Ciascuno a suo modo (1924) e Questa sera si recita a soggetto (1930), la cui messinscena, «affidata alle cure registiche di Giuseppe Patroni Griffi, ha costituito una delle più imponenti operazioni artistiche realizzate dal Teatro Stabile nei suoi settant’anni di vita» (P. Quazzolo), mentre il regista di quell’impresa che risale alla stagione 1987/88 dello Stabile così si espresse riguardo ai tre lavori: «ho sempre considerato i tre lavori non la rappresentazione di una storia che i personaggi ci raccontano o vivono, ma piuttosto un grande saggio drammaturgico sul teatro nel quale gli squarci di scene in cui la vicenda privata davvero si rappresenta sono da reputare esempi esplicativi di quelle che l’autore vuole dibattere». Ecco: un grande saggio drammaturgico sul teatro pare una definizione perfettamente calzante ed è sicuramente su tale contenuto che i tre drammi pirandelliani, e probabilmente più degli altri questi Sei personaggi hanno sollecitato con suadente richiamo molti uomini di teatro a rappresentare sui palcoscenici di molti diversi paesi e quindi a confrontarsi con il testo contemporaneo probabilmente più famoso di “teatro nel teatro”, che parla del loro lavoro e lo problematizza in relazione al rapporto tra i personaggi proposti dall’autore e chi materialmente mette in scena un’opera. «Finzione! realtà!», dunque: proprio le parole con le quali il Capocomico si congeda dai Sei personaggi, prima di ordinare all’elettricista di spegnere le luci.
Il testo e i contenuti drammaturgici proposti da Pirandello sono stati rivisitati da Valerio Binasco, che ne propone una nuova lettura con uno spettacolo del quale è anche regista e interprete (del personaggio del Padre), presentato al Rossetti dal 13 al 16 marzo. Movente e obiettivo di tale rivisitazione è presto detto dallo stesso regista: «All’effetto sorpresa su cui Pirandello fondò la sua scommessa drammaturgica era opportuno rinunciare. La mancanza di scenografia, l’apparente latitanza della “storia”. Ma è proprio semplificando l’impianto avanguardistico… ed attenuando lo spessore del discorso filosofico, che vien fuori altro. E si coglie con più nitore la vicenda umana».
Operazione in buona parte riuscita, questa di rendere contemporaneo il testo, in primo luogo attraverso la semplificazione del linguaggio – disinvolto e sfrontato, come si conviene alla nostra contemporaneità –, dell’ambientazione, dell’agire in scena.
Così ci si ritrova non già nel teatro ma in un non-luogo, anonimo, una sorta di palestra illuminata al neon, una scuola di recitazione dove si aggira, provando brani del Gioco delle parti; non già la sperimentata compagnia di attori del testo originale, ma una torma di ragazzi (sono difatti i ragazzi della scuola di recitazione dello Stabile di Torino) vestiti come vestono i ragazzi d’oggi. Un quarto d’ora, forse venti minuti di recitazione corale, che prelude a una prima semplificazione rispetto al testo originale, che assegna al solo Capocomico, chiamato qui Direttore (buona interpretazione di Jurij Ferrini), la funzione di interloquire con i Personaggi in cerca d’autore, che si materializzano nell’affollamento dei ragazzi. Scelta, questa, che elide lo spirito di rivalsa tra i due gruppi, che pure interessanti sviluppi aveva suggerito nell’originale, mentre qui il gruppo dei giovani diventa afono e pare avere la funzione di evidenziare quale sia la differenza tra loro, nostri vivaci e sbrigativi contemporanei, e i personaggi che inopinatamente si propongono in cerca d’un autore, come provenienti da un museo delle cere. Seconda semplificazione: i sei personaggi sono quattro, ma i due bambini verranno integrati in corso d’opera, rivestendoli in abiti degli anni Venti per renderli omogenei con i Personaggi, attingendo al vivaio della Scuola di recitazione (d’altra parte, come noto, i due piccoli sono sempre muti).
Binasco, il responsabile dell’intera operazione, assume per sé la parte del Padre, dando vita a un protagonista che si fa spesso voce narrante, rivelando grazie a una esercitata capacità di interpretazione un ulteriore elemento di semplificazione, dando vita a un personaggio fragile, schiacciato da sensi di colpa, e tuttavia vagamente cialtronesco e sicuramente irrisolto, in costante aspra dialettica con la Figliastra, una strepitosa interpretazione di Giordana Faggiano, che difatti è stata premiata nel 2023 come “migliore attrice emergente” al Premio Le Maschere del Teatro italiano per il ruolo in questo lavoro.
Reduce da quella stessa Accademia Nazionale di Genova nella quale s’era diplomato anche Valerio Binasco, la Faggiano ha in precedenza recitato sotto la sua regia anche in una serie di altri lavori teatrali che risale al 2016, in ruoli che immagino di crescente centralità, recitando anche in importanti produzioni dello Stabile di Torino quali Il Piacere dell’onestà, nel 2020 e Il sogno di una notte di mezza estate, nel 2021. Anche in questo suo secondo ruolo pirandelliano ha dato prova di un impegno di elevata professionalità che le ha consentito di primeggiare tra le pur valide prove dei colleghi, Oltre allo stesso Binasco, Sara Bertelà (la Madre) e Giovanni Drago (il Figlio), pure confinato, quest’ultimo, dal testo che lo vedeva silente, corrucciato e insofferenze per quasi tutta la sua presenza in scena. Quanto ha in qualche misura compresso la parte assegnata a Giordana Faggiano è dovuto al copione, oltre che al testo originale del dramma. Consapevole della difficoltà di esprimersi attraverso una risata, ha dovuto adattarsi a reiterarla quasi per l’intera durata dello spettacolo, a proposito – e in attinenza al testo di Pirandello, che di risate della Figliastra ne prevede esplicitamente sette – e, a sproposito, confrontarsi con un numero di risate forse decuplicato. al punto di risultare infastidente, tanto più in una sala teatrale afflitta da un’acustica notoriamente deficitaria.
Oltre a questo limite, la prestazione della bravissima attrice è stata connotata dalla reiterazione di alcune scene di nudo parziale che hanno appiattito il personaggio nella sua dimensione di prostituta, negandole la più complessa e articolata personalità che era nel testo originale.
Ma forse anche questo, come pure ricorrenti le sguaiate azioni sceniche – non ultime le posture nella scena cardine del quasi incesto perpetrato sul letto della casa di appuntamenti che hanno ridotto in mutande lo stesso attore e regista – finalizzate negli intenti di Binasco a neutralizzare le insidie della retorica pirandelliana, per restituire un testo quanto più possibile attualizzato e contemporaneo, liberato dalla polvere depositatasi in oltre un secolo da quello che rimane tuttavia un capolavoro drammaturgico, forse il capolavoro metateatrale contemporaneo per eccellenza.
Per chi scrive, un merito l’ha avuto la replica pomeridiana cui ha assistito: tornato a casa, dopo cena, ha passato il resto della serata riguardando ancora una volta su youtube i Sei personaggi interpretati nel 1964 dalla Compagnia dei Giovani, con Romolo Valli, Elsa Albani e Rossella Falk, con la regia di Giorgio De Lullo.
secondo Valerio Binasco
© Luigi De Palma
